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L’India non molla: i marò restano in galera

Le teste d’uovo della Farnesina s’erano illuse di poter risolvere la cosa sganciando un po’ di soldi ai parenti dei due pescatori indiani, uccisi perché presi per pirati da due fucilieri del San Marco in missione su una petroliera italiana.
Raccontando della grande trovata che avrebbe consentito ai marò di uscire di galera, giornali e televisioni avevano pure pasticciato sull’indennizzo, mescolando euro e rupie (al cambio, diecimila rupie equivalgono a circa 143 euro!), ma è inutile fare polemiche. Il fatto è che gli indiani non hanno alcuna intenzione di mollare i due italiani. E’ una questione di prestigio (non vogliono più essere visti come quelli che crepano di fame ma non mangiano le vacche) ed è un fatto politico (i comunisti esaltano l’orgoglio nazionale e gli altri partiti non vogliono perdere i voti degli antitaliani). La Corte Suprema indiana ha bloccato il pagamento dell’indennizzo sia ai parenti dei pescatori che al padrone del peschereccio dichiarando illegittimi gli accordi firmati con i rappresentanti dell’Italia. Il messaggio è forte e chiaro: la vicenda, cominciata il 15 febbraio scorso, non si chiude a colpi di portafoglio.
Va detto che i negoziatori spediti da Roma non s’erano inventati niente di eccezionale. E’ dalla notte dei tempi che i morti si pagano con denari sonanti. Diciotto secoli prima di Cristo, il re babilonese Hammurabi emanò un codice che prevedeva gli indennizzi. Il sovrano mise fine alle vendette private mettendo il cartellino del prezzo sul corpo umano e sulle sue singole parti. E mi sa tanto che anche cinquemila anni fa circolava la litania che tutt’oggi rimbalza sui media: tra lacrime e singhiozzi il parente inconsolabile lamenta che i soldi non restituiranno la vita strappata, che nessuna pena inflitta al reo potrà mai cancellare il dolore e che la vita umana non ha prezzo. Dopodiché corre in tribunale a chiedere il risarcimento del danno. E’ la natura umana (dondoliamo tra generosità ed egoismo, tra bontà e cattiveria…) e questo il re Hammurabi lo sapeva, per cui emanò leggi per il giusto compenso. E da allora il “non ha prezzo” l’ha poi sempre trovato, il prezzo giusto.
Mia madre mi raccontava di un fratello del padre che aveva perso un figlio sul Carso e che aveva rifiutato la pensione di guerra dicendo: «Io non mangio sul sangue di mio figlio». Le eccezioni non mancano mai.

Il sequestro continua

Inutile girarci intorno: il maresciallo Massimiliano Latorre e il sergente Salvatore Girone sono stati sequestrati dagli indiani, che li vogliono – e li debbono – condannare.
“Contro la forza, la ragion non vale”, il vecchio adagio popolare non è smentito nemmeno in questa vicenda. I dati giuridici dicono che la giurisdizione è italiana, sia perché i fatti sono accaduti in acque internazionali e sia perché i due marò erano in missione di contrasto della pirateria protetti dalla bandiera (e dalla legge) italiana nonché dalle convenzioni internazionali.
Non si tratta, dunque, di contractor (mercenari) ma di soldati in servizio di scorta alla petroliera Enrica Lexie (che rimane sotto sequestro nel porto di Kochi) nell’ambito di una regolare ed autorizzata missione Onu di contrasto alla pirateria. Per loro vale il principio della “immunità funzionale” (regola consuetudinaria plurisecolare del diritto internazionale) per cui gli atti di un organo (in questo caso i due marò) di uno Stato vanno imputati allo Stato e non alle persone.
Non so se e quando sia stata spedita una rogatoria internazionale alle autorità indiane per costringerle a consegnare le prove finora negate (proiettili, perizia balistica, risultati dell’autopsia…) ma posso purtroppo prevedere che gli indiani faranno gli… indiani. Puntano al processo innanzi all’Alta Corte dello Stato del Kerala ed alla condanna a morte. A sentenza emanata, il governo si esibirà (poco ma sicuro) in un atto di generosità commutando la pena e dimostrando al mondo che l’India è degna di sedere nel consesso delle nazioni civili. A niente vale ricordare quei brutti episodi nei quali sono rimasti coinvolti soldati indiani. In Congo, per esempio, il colonnello Chand Saroha e altri militari, indossando il casco blu dell’Onu, furono scoperti nel 2008 a fare traffico d’oro, ad appoggiare un criminale di guerra congolese (tale Laurent Nkunda) e furono accusati di violenze varie inclusa quella sessuale. Il Congo protestò, ma gli indiani furono rimpatriati. Attualmente, dodici ufficiali e 39 soldati (quasi tutti del 6° battaglione di fanteria Sikh… mi torna in mente Salgari) sono sospettati di aver stuprato donne congolesi (li accusa il Dna dei bambini nati nelle zone d’operazione). Sui circa ventimila caschi blu in Congo gli indiani sono ben 4.554, ma la loro presenza s’è dimostrata in diverse occasioni inutile e in molte altre dannosa e pericolosa per la popolazione civile.

Le contromisure ignorate

Se il governo italiano avesse ritirato da New Delhi l’ambasciatore, che tra l’altro non s’è visto particolarmente attivo, forse avrebbe fatto comprendere agli indiani, nonché alla comunità europea e internazionale, che l’offesa all’Italia non andava sottovalutata.
Se il governo italiano avesse minacciato di abbandonare l’Afghanistan (confine pericoloso per l’India, soprattutto per l’antico odio del Pakistan “amico” dei guerriglieri afgani), gli americani probabilmente avrebbero fatto la giusta pressione sugli indiani. Ricordo che mai un soldato statunitense, qualunque fosse stata la sua colpa, è stato processato da un tribunale straniero.
Lasciando l’area di Herat (controllata da quattromila soldati italiani) e chiedendo l’avvicendamento di truppe indiane, avremmo determinato uno stato di cose insostenibile per il governo di New Delhi.
Ancora. In Libano (dove operiamo con 1.112 soldati) potremmo cedere il comando della missione Onu e lasciare i circa 900 caschi blu indiani a sbrigarsela con gli Hezbollah.
Contro la pirateria nell’Oceano Indiano è tuttora operativa la fregata Scirocco. Se la ritirassimo, daremmo un ulteriore forte segnale agli altri Paesi impegnati nel medesimo scacchiere.
Altre soluzioni più sbrigative sarebbero possibili se avessimo dei servizi segreti meno impicciati in guerricciole interne.
Se il governo continuerà a non fare alcunché di “forte”, per i due marò non ci sarà scampo. La lievitazione del fronte antitaliano (a capo del governo c’è una donna italiana e questo non va giù ai comunisti-nazionalisti) è un pericolo reale.
Giuseppe Spezzaferro

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