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L’India: i marò sono miei e me li processo io

La perizia balistica di parte ha stabilito la “compatibilità” dei fucili dei due marò sequestrati nel Kerala con i proiettili che hanno ucciso due pescatori indiani. Il sottosegretario agli Esteri, Staffan De Mistura, ha dichiarato che i risultati saranno verificati dagli ufficiali del Raggruppamento operativo speciale dei Carabinieri.
Sarebbe questa la linea di difesa? Mettere in dubbio che siano stati i due fucilieri del San Marco a sparare sull’imbarcazione da loro ritenuta pirata?
Sarebbe una classica soluzione all’italiana. Non potendo stabilire con certezza la “paternità” dei proiettili, cadrebbero le accuse contro i due italiani. I politicanti indiani spiegheranno agli elettori che gli imperialisti made in Italy li hanno dovuto liberare per forza e i loro insigni colleghi italiani strilleranno vittoria con gli immancabili tarallucci e vino.
Nell’eventualità (altamente improbabile per non dire impossibile) che le perizie siano favorevoli ai marò, bisognerà convincere pure la Procura della Repubblica che a Roma ha aperto un procedimento penale nei confronti dei due fucilieri.
Un domani potremmo parafrasare che quod non fecerunt Indiani, fecerunt magistrati romani. Dicono che l’azione penale è obbligatoria e che la legge deve fare il suo corso. Mah!
Credo poco nell’escamotage dei proiettili figli di nessuno, così come non ho mai creduto in un’obbligatorietà che funziona a singhiozzo, per cui se un tesoriere di un partito fa le marachelle la cosa resta confinata a lui, se invece è di un altro partito si mettono sotto controllo i telefoni di segretari, ministri, presidenti, figli e parenti vari. Le decine di milioni involati dall’uno sono poca roba se confrontati con le migliaia di euro “distribuiti” dall’altro. So di ripetermi, ma le cose stanno così: la giustizia ha figli e figliastri.

Kerala über alles

Torno al sequestro dei soldati italiani in India per ricordare agli smemorati che la posizione indiana è chiara: il Kerala processerà e condannerà per omicidio il maresciallo Massimiliano Latorre e il sergente Salvatore Girone.
Somanahalli Mallaiah Krishna, ministro degli Esteri indiano dal 2009, politico navigato, attualmente sotto inchiesta per una faccenda di miniere, aveva incontrato il 1° aprile (che pesce!) il primo ministro del Kerala, Oommen Chandy, nella città di Trivandrum, dove erano stati incarcerati i due marò. Il ministro aveva definito «giusta» la decisione di mettere in galera gli italiani assassini, aveva elogiato Chandy per come aveva risposto alle legittime istanze delle famiglie dei pescatori morti ed aveva dichiarato piena fiducia nella «corte che dovrà decidere».
La posizione di Krishna non m’avrebbe, però, preoccupato più di tanto (certi politici soprattutto in tempi di elezioni venderebbero perfino la madre per un voto in più) se il consumato ministro non avesse precisato: «E’ una questione legata alla giurisdizione del territorio».
Gli indiani, dunque, non hanno alcuna intenzione di riconoscere che i fucilieri distaccati su una nave mercantile battente bandiera italiana rappresentano lo Stato italiano e che, perciò, debbono rispondere soltanto alla giustizia italiana.
I due marò sono due killer e debbono pagare. Per gli indiani è così, punto e basta.
L’Ue sarebbe disposta a emanare sanzioni contro l’India?
Un commando potrebbe liberare i commilitoni operando un’incursione?
Gli 007 potrebbero pagare qualche bandito del posto per far evadere i prigionieri?
Un agente locale potrebbe corrompere guardie e carcerieri così da favorire una fuga?
Faccio domande stupide: con questi chiari di luna l’Europa non può permettersi il lusso di una guerra commerciale con nessuno e a Palazzo Chigi dovrebbero sedere governanti d’altra pasta.
Giuseppe Spezzaferro

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