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Bossi si dimette per salvare la Lega

Umberto Bossi si è dimesso. Il prossimo dato elettorale ci dirà se la decisione di lasciare la segreteria sarà stata la scelta migliore per consentire alla Lega di affrontare al meglio la bufera mediatico-giudiziaria che l’ha investita. Ciò che è certo è che, per l’ennesima volta, il senatùr ha spiazzato tutti. Non è affatto frequente che un politico, sospettato, indagato e perfino imputato di un qualche illecito, si dimetta. Il sempiterno Giulio Andreotti avvertiva, fin dai tempi della cosiddetta prima repubblica, che dare le dimissioni è sempre un azzardo perché c’è il pericolo che siano accettate per davvero. Il comportamento del capo indiscusso del Carroccio è assolutamente coerente. La Lega è sotto attacco per colpa sua e perciò si leva di mezzo. La carica di segretario può essere irrinunciabile per un Bersani, che oltre al titolo non ha altro, ma non per un Bossi il cui carisma non ha bisogno di stellette cucite sul bavero.

I soldi pubblici

La pietra dello scandalo è costituita da un uso “personale” dei quattrini pubblici. L’inchiesta piombata sulla Lega ha reso incandescenti i riflettori già accesi dalla vicenda della Margherita.
Cresce il no al finanziamento pubblico dei partiti; se nel 1993 il referendum promosso dai radicali ottenne il 90% dei consensi, oggi avrebbe il 100%. La gente non ne può più. E’ convinzione diffusa che i politici fanno finta di tenere alla volontà popolare mentre in realtà se ne fregano. Gli italiani bocciarono la legge che finanziava il sistema partitocratrico e come risposta quel sistema inventò i rimborsi elettorali. Niente di nuovo, intendiamoci. Il rispetto della democrazia è quasi del tutto estraneo ai partiti. Se la gente non vuole più il ministero dell’Agricoltura, non c’è problema: gli si cambia il nome in ministero delle Risorse agricole e tutto resta tale e quale. Gli italiani non vogliono pagare tasse per dare quattrini ai partiti? Niente panico. Si cambia il nome alla legge e si continua bellamente a parlare di volontà popolare e analoghe amenità.
Il fatto che la dicitura “rimborso elettorale” sia un imbroglio è sotto gli occhi di tutti. Un partito che spende due milioni di euro per la campagna elettorale e ne riceve dallo Stato trenta non potrebbe affermare di aver avuto un “rimborso”, se non avesse la faccia di bronzo che si ritrova.

Necessità dei partiti

I partiti sono uno strumento di democrazia e se abolissimo gli aiuti di Stato (a proposito non sono vietati da leggi europee?) resterebbero in piedi soltanto quelli ricchi. Una sorta di darwinismo socialeconomico ridurrebbe la rappresentanza parlamentare a poche organizzazioni privilegiate escludendo quelle dotate di pochi mezzi propri. I soldi pubblici, però, li si dovrebbe distribuire con equità e intelligenza e senza violare le regole della concorrenza. Al momento succede ciò che si verifica con i fondi per l’editoria: a beneficiarne sono sia i giornali veri che quelli fasulli, sia le società ricche che quelle povere.
Se le Fiamme Gialle andassero a spulciare in tutti i bilanci, troverebbero illeciti più o meno uguali. L’onestà è come la democrazia: sono concetti che si propagandano in tv. Qui mi fermo e torno alle dimissioni del senatùr.

La forza di Bossi

Bossi è un animale politico non comune e gli riesce facile in ogni circostanza di intercettare gli umori del popolo leghista. Le sue irruzioni, quelle che tanto scandalizzano gli altri (o per le quali molti fingono di scandalizzarsi), danno la carica ai suoi. La Lega è sopravvissuta, grazie al celodurismo. Anche questa volta il capo gioca il tutto per tutto per impedire al bipolarismo di fagocitare il Carroccio.
Faccio un paio di esempi a dimostrazione della capacità dei partiti egemoni di metabolizzare le tossine (per loro) prodotte da nuovi movimenti.
Ci fu un momento nel quale i pensionati votarono in massa per un partito che prometteva di rappresentarli al di là degli steccati ideologici. Ebbene, la Dc e il Pci in primis e a seguire tutti gli altri inclusero nei soliti spartiti un po’ di serenate dedicate ai pensionati. Ai lavoratori, ai giovani e alle donne venne aggiunta la terza età a completare le sinfonie dei partiti. Il riassorbimento della “contestazione” che vedeva i pensionati come protagonisti fu anche facilitato da un paio di operazioni spregiudicate. Sorsero altri movimenti in difesa degli anziani e furono incentivate opportune spaccature. Ho inventato e diretto un giornaletto (“Il Leone”) per i pensionati ai tempi della guerra tra due politicanti che si contendevano l’egemonia a Roma. Furono mesi per me molto istruttivi e mi riprometto di parlarne diffusamente in altra occasione.
Anche l’esplosione verde (ecologia e dintorni) minacciò per un attimo gli equilibri partitocratrici. In Germania i Grunen (subito dopo il ’68) avevano preso una barca di voti e il loro caso incoraggiò la nascita anche in Italia di un movimento ecologico (cementato dalla paura del nucleare). I grossi partiti corsero ai ripari aggiungendo nei programmi un totale amore per la natura. La litigiosità propria dei cosiddetti pacifisti fece il resto. Oggi tutti i partiti sono tinti di verde lasciando poco spazio ai Grunen di casa nostra.

La resistenza della Lega

Quando la valanga leghista ha seriamente minacciato di travolgere i vecchi partiti c’è stata una generale conversione al federalismo. Sono diventati tutti federalisti dagli ex diccì ai post comunisti passando per i post missini. Non è stato sufficiente, però, a far sparire la Lega. Non sono nemmeno riuscite alcune operazioni concertate per spaccarla. Umberto Bossi ha reagito alla grande, espellendo leghisti della prima ora e compagni di antiche battaglie. Non ha guardato in faccia a nessuno, neppure all’ideologo del movimento, il professor Gianfranco Miglio. Anno dopo anno, la Lega ha selezionato un nutrito ceto politico-amministrativo e, con la scelta di fare opposizione al governo Monti, si preparava a raccogliere un bel po’ di voti. L’inchiesta sull’uso “personale” dei soldi pubblici ha frenato la corsa leghista? Si vedrà; a breve.
Giuseppe Spezzaferro

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