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Art.18: il fallimento del vecchio sindacalismo

La Cgil sta mettendo in difficoltà il Pd. Il governo Monti procede come un carro armato e l’unico modo per fermarlo, togliendogli cioè la fiducia, sarebbe anche un formidabile ricostituente per il Pdl. Lo scontro sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (Legge 20 maggio 1970, n°300, “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”) che stabilisce testualmente: «Ferme restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro».
Dice anche dell’altro, ma il nodo è il reintegro nel posto di lavoro di chi sia stato licenziato senza giusta causa. La Cgil si è schierata in difesa del 18 e promette le barricate. Lo fa per principio, ben sapendo che è una battaglia persa, mentre gli altri sindacati cercano di strappare in cambio qualche contentino.
Le polemiche di questi giorni hanno radici lontane. Se si è arrivati a questo punto è perché i sindacati non hanno fatto il loro mestiere. Sul quotidiano “l’Umanità” di sabato 9 luglio 1994 (era in corso il ventesimo summit del G7), pubblicai un pezzullo che rimproverava, appunto, ai sindacalisti italiani di aver ceduto troppo ai “padroni”. Se avessero “esportato” diritti sindacali nei Paesi in via di sviluppo, invece di farsi ingabbiare nella spirale viziosa (e viziata) del cosiddetto “costo del lavoro”, non sarebbero arrivati, allora, ad uno stato di manifesta impotenza. Stato che, come dimostra la vicenda del 18 e non solo, si è aggravato nel corso di questi ultimi diciotto anni.
Mi tolgo, perciò, lo sfizio di riproporre qui il testo integrale di quel pezzullo intitolato “Schizofrenia sindacale”.

Schizofrenia sindacale

Al Vertice di Napoli è giunta anche una lettera siglata dai sindacati confederali. In buona sostanza, Cgil-Cisl-Uil lamentano che è in atto una politica dei Paesi maggiormente industrializzati finalizzata allo sfruttamento intensivo di uomini e risorse. La lettera richiama l’attenzione su milioni di lavoratori costretti a sgobbare per pochi centesimi di dollaro e sulla spietata strategia economica che arricchisce i ricchi e impoverisce i poveri.
E’ proprio vero che il male maggiore di questo ultimo rantolo di secolo è la schizofrenia. Lo sdoppiamento della personalità è oramai generalizzato. Basta guardarsi intorno: ministri economici che fanno i ministri degli Esteri e viceversa; proletari che fanno i banchieri e via confondendo i ruoli. Nessuno riesce più ad essere se stesso fino in fondo. La crisi di identità non sarebbe potuta essere più profonda.
Quegli stessi sindacalisti che hanno consentito ai potenti capitani (d’industria e di lunghissimo corso) di minare le fondamenta dei diritti dei lavoratori, ora accusano capitani ben più potenti di attuare ignobili politiche di sfruttamento.
I rappresentanti dei lavoratori (talmente rappresentativi che il sottosegretario Letta s’è permesso di dire che il governo prenderà provvedImentI anche senza l’accordo con Cgil-Cisl-UiI) si giustificano in questo modo: la situazione è grave, se non collaboriamo le aziende chiudono, i sacrifici sono necessari sennò usciamo dal mercato. Non si rendono conto che, se i ricatti subiti a livello nazionale sono giudicati legittimi, a maggior ragione dovrebbero essere giustificate le grandi multinazionali le quali dicono: è vero paghiamo poco ma senza di noi in queste povere regioni la gente morirebbe di fame.
Siamo daccapo. E’ la logica del cosiddetto libero mercato che va combattuta senza cedimenti. Altrimenti noi continueremo a subire il caporalato e nel Terzo e Quarto Mondo quei popoli rimarranno costretti ad un’esistenza di squallida sopravvivenza.
Un vero sindacato non dovrebbe spiegare agli operai che è necessario tenere sotto controllo il costo del lavoro altrimenti non si riuscirebbe a battere la concorrenza. Dovrebbe invece andare a spiegare a milioni di lavoratori asserviti alle multinazionali nei Pvs che la loro paga è miserabile e che debbono lottare per ottenere condizioni migliori.
Un’utopia? Anche nell’Ottocento sembrò pazzesco parlare di diritti del lavoratore e di sciopero. Eppure i padroni furono sconfitti (e senza fallire) e i lavoratori scoprirono la ricchezza della dignità.

Giuseppe Spezzaferro

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