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Quando scoppiò il pianerottolo

Festeggiare il passaggio da un anno all’altro è un rito che ritroviamo a tutte le latitudini e in tutte le epoche. Le date cambiano secondo i calendari locali, ma la consuetudine di segnare con appositi rituali la morte dell’anno vecchio e l’arrivo del nuovo è comune probabilmente all’intero genere umano.
Fin da piccolo ho imparato che verso la mezzanotte del 31 dicembre si sparano botti e tric trac per scacciare l’anno vecchio e dalla mezzanotte in poi si continua a fare fuochi per festeggiare il nuovo anno che arriva.
Uno dei miei primi ricordi è mio nonno Giovanni che dal balcone di casa a Napoli dà fuoco alle polveri senza interruzione fino all’ultimo fischiabotto. E ricordo pure gli strilli delle donne di casa – nonna, mamma, zie – se noi ragazzini facevamo un solo passo verso il balcone per vedere meglio. I botti sono pericolosi, ci sgridavano; e raccontavano di questo e di quello che avevano perso un dito o un occhio per colpa di un trac sparato male.
A Salerno, un anno comprammo, io e mio fratello Gianni, un bel po’ di botti d’ogni tipo. A mio padre non erano mai piaciuti più di tanto, ma a noi due non ci andava giù che la morte del nonno di Napoli significasse anche la fine dei fuochi. Piovigginava e perciò ammassammo tric trac castagnole piscitielli fischiabotti candelotti bengala e non ricordo più che altro sul pianerottolo del terrazzo. Mangiammo e bevemmo con una goduria extra perché accresciuta dal pensiero dell’arsenale che avevamo sopra le nostre teste. Verso le undici e mezza cominciammo a scalpitare e qualche minuto dopo eravamo infagottati nei cappotti con sciarpe, cappelli di lana e guanti di pelle. Salimmo velocemente le due rampe di scale e spalancammo la porta del terrazzo. Il cielo era coperto di nuvole nere e l’oscurità era totale. Accesi un bengala per vedere meglio e scoppiò l’inferno. Ci riparammo dietro la spessa porta di legno mentre i botti esplodevano a raffica con un rumore assordante mandando bagliori violetti e bianchi. Durò poco più di un minuto, ma la cosa più dolorosa fu quando dovemmo spiegare a nostro padre cosa diavolo avessimo combinato in mezzo alle scale e sentirci dire: “domani io a questi del palazzo che verranno a protestare che gli racconto, che ho due figli scemi?”.
L’anno seguente fummo bravissimi, anche perché i miei si erano trasferiti in un appartamento con un balcone lungo una quaresima. E non piovve.

Non sono superstizioso, ma…

Lo so, i botti sono una tradizione popolare da cancellare, sono pericolosi (oggi quelli proibiti sono autentiche granate, altro che la famigerata bomba-Maradona!), ogni anno seminano vittime sia tra i consumatori che tra i produttori; sono, insomma, un residuo di inciviltà. Dicono.
Non sono superstizioso, ma da quando non sparo nemmeno un raudo cinese mi va sempre peggio. E’ una coincidenza, credo; eppure non posso fare a meno di arrabbiarmi pensando alla gente perbene (e non faccio nomi, né indico i gradi di parentela) che mi guardava come un barbaro soltanto se accendevo un mini cicciolo.
Mia nonna paterna gettava dalla finestra qualche piatto sbreccato strillando sciò sciò all’aria. Era il suo modo di scacciare i guai e le pene dell’anno che moriva.
Il succo è proprio questo: l’anno che finisce non è stato granché buono con me, speriamo di andare meglio con questo che nasce. Giacomo Leopardi illustrò alla perfezione i sentimenti che nutriamo a proposito del passaggio (la porta di Giano). Nel “Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere” (digitandolo lo potete leggere anche sul web) troviamo le speranze e le illusioni solite: l’anno che viene sarà senz’altro migliore.
Prima che si scatenasse l’era digitale, il valore del passaggio da un anno all’altro era più sentimentale che materiale. Non si registravano mutamenti reali e, quando c’erano, si manifestavano comunque lungo diversi anni.
Io ho imparato a scrivere con la matita facendo le asticelle, ho proseguito intingendo il pennino nell’inchiostro e dopo qualche anno ho avuto tra le mani la mia prima biro. La penna a sfera era in vendita negli Stati Uniti già dal 1945, ma io ero alla fine delle elementari quando ho smesso di usare pennini, inchiostro e carta assorbente.
Chiedendo in prestito la penna a qualcuno, potrei sentirmi rispondere che non c’è spazio, che è piena. Dire penna oggi significa dire Usb, pendrive, flashdrive…

Quand’ero alle medie

Nella foto che ho messo in apertura, sono in seconda media. E’ il 1958. Il professore si chiamava Pasquale Antinucci e, come egli stesso scrisse dietro la fotografia, era il docente di italiano, latino, storia e geografia. Di fronte ho Anna Varone, l’alunna che m’insidiava il posto di primo della classe. A volte mi batteva (un 8 meno contro un 7 e mezzo) ma non fece mai venire le lacrime agli occhi al prof. Accadde quando, avendomi dato 9 ad una versione di latino, disse che in tredici anni di insegnamento era il primo 9 che dava ad una traduzione dal latino all’italiano.
Il professor Antinucci veniva ogni mattina da Nocera Inferiore, ad una decina di chilometri da Salerno. Viaggiava in treno e, dalla stazione alla scuola, in filovia. Era un pendolare, ma non l’ho mai sentito lamentarsi. Godeva di un solo privilegio: a mezza mattinata si faceva portare in classe un caffé dal bar. Se lo gustava beato, si asciugava i baffi con il fazzoletto, tirava fuori un portamonete di cuoio scuro, e pagava il ragazzino che l’aveva portato aggiungendo dieci lire di mancia. Il ragazzino se ne andava via tutto contento e io mi chiedevo perché non stesse a scuola come noi.
A proposito, la Costituzione sacra e inviolabile prescrive anche la tutela del lavoro minorile. Ora, mi dovete dire quanto possa essere attuale e civile una Costituzione per la quale i minorenni invece di studiare e giocare vadano protetti perché lavorano. Vale la pena di difendere a spada tratta una Carta costituzionale insensibile allo sfruttamento dei ragazzini?
Anna Varone aveva un padre bravo in matematica e a volte andavo a casa sua per farmi spiegare proporzioni e affini. Ero e sono una capra in materia. La mia intelligenza è insufficiente a fronte dei misteri di un’equazione o della iscrizione di una piramide in una sfera. Anna era una ragazza forte e ambiziosa. Per avere un bacetto, la dovevo rincorrere intorno al tavolo della cucina approfittando dei pochi momenti nei quali restavamo da soli a fare i calcoli.
Una sera l’andai a trovare di sorpresa. Era sola in casa e non voleva farmi entrare. Le promisi che mi sarei accontentato di qualche bacio e che sarei andato via subito. Le saltai addosso, lei si divincolò più violentemente del solito e mi spinse forte. La tenda nel corridoio si mosse e scorsi per un attimo la punta di una scarpa. Capii la terribile verità. Anna non voleva baciarmi perché c’era qualcuno più fortunato di me. Me ne andai e aggiunsi un’altra tessera al mosaico che andavo componendo da qualche anno sulle donne. Oggi quel mosaico ancora non l’ho finito. Anzi, ho dovuto togliere un bel pezzo che evidentemente avevo composto con troppa fretta.
Giuseppe Spezzaferro

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