Prima / DIBATITTO / Società / L’antifascismo e i quaranta ladroni

L’antifascismo e i quaranta ladroni

Ad ogni sua manifestazione, l’antifascismo militante mi riporta alla favola di “Alì Babà e i quaranta ladroni”; ed alla formula magica che apriva la montagna su una caverna piena zeppa di tesori. Bastava dire “Apriti Sesamo!” e la roccia si spalancava su gioielli scintillanti di gemme e di oro.
L’antifascismo è un incantesimo più sofisticato, usato nei più diversi scenari da ladroni (e anche da qualche Alì Babà) che a volte le spianano, le montagne. Al di là di qualunque abracadabra, l’antifascista ha in mano un passepartout, una chiave buona per tutte le porte, che usa nella certezza di non essere mai accusato di essere un ladrone.
Nella realtà dei fatti la situazione è questa: essere in disaccordo con un antifascista significa beccarsi l’accusa di fascista e di conseguenza essere criminalizzato ed emarginato; per più di qualcuno si diventa legittimamente un bersaglio (“ammazzare un fascista non è reato”, spiegano).
Quand’ero ragazzino, non c’era spazio per un pittore, un attore, uno scrittore, un professore, un intellettuale (aiutoooo!) senza l’imprimatur del Pci, il Partito comunista italiano. Ricordo che Giuseppe Prezzolini, che noi adolescenti della “Giovane Italia” di Salerno andammo in delegazione ad onorare quando abitava a Vietri sul Mare (mi pare fosse il 1963), non ebbe mai gli onori che venivano elargiti a tanti altri giornalisti, saggisti, scrittori… Eppure Prezzolini non era fascista. Lo scoprii sulla terrazza della sua casa vietrese provando una grande delusione (ero un adolescente piuttosto fanatico). Il terribile toscano fattosi cittadino americano era ostracizzato perché non riconducibile alla “cultura di sinistra”. C’è un episodio che la dice tutta. Prezzolini ricevette al Quirinale la “Penna d’oro” esattamente a cento anni! Quel premio della Repubblica democratica fondata sull’antifascismo l’avevano dato a tutti, ma proprio a tutti. Nel 1982 era rimasto soltanto il grande scrittore anarchico conservatore (che, fra l’altro, s’era stufato e se n’era andato a vivere a Lugano) e il presidente Pertini (immaginate con quale animo!) gli consegnò il riconoscimento nel corso di una rituale cerimonia al Quirinale. Se fosse morto “in tempo”, nessuno avrebbe notato la stranezza di una “penna d’oro” mai assegnata a lui, ma Prezzolini insisteva a vivere e toccò dargliela. A gennaio, quando compiva 100 anni, ricevette il premio e dopo pochi mesi, a luglio, morì.

Il pacifismo a comando

La “morte delle ideologie”, sopravvenuta all’indomani dell’implosione dell’Unione sovietica, ha picconato anche pezzi del muro dell’antifascismo ma ci vorrà ancora del tempo perché crolli del tutto.
Quand’era viva l’Unione sovietica, non passava giorno che non ci fosse da qualche parte una marcia per la pace. Armati di bianche colombe, i comunisti riuscivano così a mobilitare pure persone lontane dall’ideologia irradiata da Mosca; è naturale che ci fossero persone pacifiche e pacifiste che scendevano in piazza per dire basta alle guerre. Le grandi mobilitazioni per la pace nel mondo (sostanzialmente erano contro i guerrafondai americani) furono per lunga pezza un’arma robusta e facile da usare nei Paesi più o meno democratici. La pressione dell’opinione pubblica internazionale aveva un valore che, nemmeno a dirlo, non aveva nell’Urss e nei Paesi satelliti. Una rivolta di negri a Los Angeles era la “giusta protesta di minoranze sfruttate per il colore della pelle”, mentre le ribellioni di Budapest o di Praga per chiedere libertà erano “provocazioni fasciste finanziate dalla Cia”. La macchina propagandistica di Mosca era micidiale. Oggi ci sono più guerre di ieri, ma di grandi manifestazioni pacifiste non se ne vedono più. Con la chiusura dell’Agitprop (la sezione del Pcus per l’agitazione e la propaganda) è calata la saracinesca sulle “spontanee proteste popolari” che mettevano in difficoltà i Paesi del blocco occidentale (Giappone incluso).
L’antifascismo ha perso un po’ di smalto ma riesce tuttora a mobilitare le “coscienze democratiche” (le virgolette segnalano la sostanza antidemocratica di parecchie di quelle coscienze). E’ noto che la militanza antifascista fu il grimaldello che consentì a Togliatti e compagni di entrare nella stanza dei bottoni (come si diceva all’epoca). I partigiani guardavano in maggioranza alla Grande Madre Russia e gli avversari (in primis la Dc) non potevano mettere all’indice il loro totalitarismo comunista per non essere bollati come amici dei fascisti o addirittura fascisti. La ragnatela logica era elementare e, proprio per questo, di grande efficacia: i comunisti hanno sconfitto il nazi-fascismo, perciò chi attacca i comunisti è amico dei nazi-fascisti. Quando si tratta di propaganda, immaginario collettivo, parole d’ordine… la verità delle cose c’entra poco.

L’altra faccia

Un sostegno forte all’antifascismo continuano a regalarlo frotte di cosiddetti neofascisti. Non è cosa da ignorare, anzi, va valutata senza esagerazioni: è dannoso sopravvalutare certi ambienti altrettanto come lo è sottovalutarli.
A questo proposito, è stato scritto e detto tantissimo. Qui mi limito a citare qualche passo da “L’Europa: un impero di 400 milioni di uomini” di Jean Thiriart. Lo faccio non soltanto perché l’ho ritradotto per conto delle “avataréditions” del mio amico nonché antico compagno di lotta Gilbert Dawed (la vanità c’entra, ma non troppo) ma soprattutto per far vedere che cose scritte nel 1964 sono valide tuttora e purtroppo.
Premetto una fotografia che pare scattata in questi giorni e che invece Thiriart ha scattato all’incirca mezzo secolo. «Una società – scriveva – è l’immagine della sua classe dirigente. La classe dirigente attuale è spossata, logorata, gaudente, ignava. Sappiamo che essa non è disposta a morire per i suoi privilegi. Per salvaguardare le sue prebende essa mercanteggerà, pagherà, ma non combatterà in maniera pericolosa. Una delle tecniche di lotta politica sarà dunque quella dell’attività di guerriglia, di un’attività abbastanza sotterranea. Non confondiamo qui sotterraneo con clandestino e ancor meno con illegale».
Il ceto politico dominante si esprime mercanteggiando; non c’è chi non lo veda. In Italia è più evidente (in special modo adesso con il governo cosiddetto tecnico) ma, a parte la Cina capitalcomunista e qualche altra regione, il mondo globalizzato è un gigantesco suk nel quale la Politica (al maiuscolo) non c’è. E da tempo.
All’uscita, “L’Europa: un impero di 400 milioni di uomini” diventò in breve un testo fondamentale per la gioventù europea che non sopportava né il capitalimperialismo di marca statunitense, né il socialimperialismo sovietico. Quando fu tradotto (con troppe cantonate, perciò l’ho ritradotto) in italiano, il libro lo usammo (noi, giovani antiamericani e antisovietici) a mo’ di vademecum.
Thiriart trasmetteva la certezza che l’impero dell’Urss sarebbe crollato di lì a poco e che avremmo potuto costruire l’Europa da Brest a Bucarest. Gli ostacoli erano grossi e Thiriart scriveva: «II regime di rilassatezza morale, fonte di debolezza per l’Europa, dev’essere abbattuto, ma deve esserlo intelligentemente. La grande battaglia regolare, su terreno scoperto, gli sarebbe favorevole. Esso dispone per questo di mezzi pesanti che noi non abbiamo: la televisione, la grande stampa, la pubblica istruzione. La grande battaglia regolare rinsalderebbe – provvisoriamente — le tendenze centrifughe o contraddittorie del regime. Il regime è una maggioranza incontestabile ma una maggioranza instabile, divisa, disorganizzata, macchinosa. La forza di una minoranza organizzata e disciplinata è irresistibile. Essa esercita la sua spinta su ciascun individuo isolato di questa maggioranza, che si trova così sempre solo di fronte all’unità saldata e coesa della minoranza».

Confusi e sleali

Ma questa minoranza da dove sarebbe saltata fuori? Qui Thiriart avanzava delle ipotesi rifacendosi ad accadimenti del passato e al suo presente. In quegli anni, in diversi ambienti cosiddetti “neofascisti” girava, sia pur confusa, un’idea europea.
Thiriart era impietoso: «L’estrema destra raccoglie la più bella accozzaglia di incapaci: invidiosi, spioni, psicopatici, mitomani, passatisti, anarcoidi. La loro unica utilità storica è di rappresentare uno spauracchio che il comunismo utilizza con maestria. Le “internazionali dei nazionalisti” fanno ridere con le loro organizzazioni incentrate sull’idea fissa di una rozza indipendenza nazionale».
I sistemi operativi di questi gruppi fanno indignare.
«La slealtà è la regola – scriveva – ed è regolare occupazione sparlare dei propri “alleati” e provare a rubar loro dei membri. Così tutto l’attivismo, in Europa, nei circoli nazionalisti, si riassume nel modificare la ripartizione dei gruppi, ma il totale non è mai modificato. Il gruppo A ruba 10 membri al gruppo B, 20 militanti scivolano dal gruppo C verso il gruppo D. Ma quando si fa il totale dei gruppi A, B, C e D, risulta invariato da 15 anni. Così, di defezione in diserzione, di tradimento in slealtà, l’autorità si è sbriciolata, polverizzata. L’estrema destra è entrata di volontà nel suo Medioevo. La sua sola attività si pratica nel campo della maldicenza e della calunnia».

Guardie e spioni

Nel libro c’è una notizia di cronaca che avrebbe potuto prendere, ieri come oggi, dal teatrino italiano.
«La polizia federale tedesca – sottolineava Thiriart – ha contato più di 500 di questi gruppi di imbecilli o di scellerati che si denunciano a vicenda o si scomunicano mediante modesti fogli ciclostilati. Ed è ancora un bene quando non sono dei delatori prezzolati dalle innumerevoli polizie. Il coordinamento di questi gruppetti di anarchici di destra è fondamentalmente impossibile. Anche se vi si arrivasse, il suo equilibrio sarebbe talmente precario che il coordinamento svanirebbe in pochi giorni». E ancora: «La concezione della guerra politica di tutti questi impotenti di destra li costringe a non potere — anzi a non volere — altro che l’arrocco nel fortino. Scavano piccole trincee intorno alle loro infantili posizioni e vi si rannicchiano in attesa “dell’attacco” comunista che non verrà mai — e a ragione — perché passerà accanto a loro sprezzantemente».
Thiriart immaginava un partito europeo unitario e ne delineava il percorso.
Ai giorni nostri anche le organizzazioni che si autodefiniscono di sinistra soffrono degli stessi mali (personalismi, rivalità infantili, amicizie pericolose…), ma io non la vedo come una iattura. Credo piuttosto che di questo magma indistinto quanto prima arriverà chi ne farà uno strumento di lotta e vittoria.
Puccio Spezzaferro

Vedi anche

Intellettuali, non prendetevela con il popolo-bue

Ci sono troppi intellettuali in giro che se la prendono con il popolo-bue perché corre …

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close