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Usa, chi sbaglia paga

Il presidente di Citigroup, Charles Prince, è stato sostituito da Robert Rubin, ex segretario al tesoro Usa. Non c’è dubbio: la forza del sistema americano sta nel “chi sbaglia paga”. Tutto il resto discende dall’applicazione di questa regola. Nessuna società prevede che un cittadino non paghi per gli errori commessi, ma è la effettiva realizzazione del principio a fare la differenza. Se in Italia un manager porta allo sfascio un’azienda pubblica, non paga pegno. Viene nominato al top management di un’altra e ricomincia tranquillamente a fare danni. Non parliamo poi del sistema giudiziario minato alla base dall’incertezza del diritto (e della pena).

Per certi versi gli americani sono crudeli: non hanno pietà nemmeno per un finanziere evasore; lo schiaffano in galera e basta. Così Citigroup, una delle società di servizi finanziari più importanti del mondo, ha punito il presidente perché gli utili nel terzo trimestre dell’anno sono crollati del 57%. I prestiti collegati ai mutui subprime hanno causato perdite che il CdA ha giudicato imperdonabili. Da qui la sostituzione di Rubin. Può darsi anche che qualche volta il “chi sbaglia paga” non venga applicato severamente, ma quando si tratta di soldi (Al Capone finì in galera per evasione fiscale) non c’è perdono.

Quanto sia importante Citigroup lo si vede anche sulle borse asiatiche che, temendo una svalutazione del colosso Usa di circa 11 miliardi di dollari, chiudono in perdita. A Tokyo, l’indice Nikkei lunedì è sceso dell’1,5%; a Hong Kong l’indice Hang Seng ha subito una flessione del 3,6% e a Seul l’indice Kospi ha chiuso in perdita perché la Kookmin, la maggiore banca coreana, ha perso il 4%. E non è ancora finita.

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