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Gheddafi, il ribelle con la taglia sulla testa

Quando arrivò la notizia che in Libia un gruppo di giovani ufficiali si era rivoltato contro il re, ne fummo tutti entusiasti. A capo dei ribelli contro la monarchia insediata dagli anglo-americani alla fine della seconda guerra mondiale c’era un capitano di 27 anni. Ne imparammo presto il nome: Muammar Gheddafi. Sui media quel nome rimbalzò in forme diverse (Mouammar Kadhafi, Muammar Muhammad al-Gaddafi, Al-Qadhafi…) come sempre accade quando si fa la traslitterazione di un nome arabo. Nei nostri documenti (intendo dell’Organizzazione Lotta di Popolo) scrivevamo: Gheddafi. Gli intellettuali più o meno vicini a noi adottavano più versioni. Ricordo un libricino di Claudio Mutti che in copertina portava il titolo “Gheddafi templare di Allah” (Ar, 1975) e nel frontespizio il sottotitolo “La Rivoluzione Libica nei discorsi di Mo’ammar El-Gheddafi”. Copio da quel libricino il discorso che Gheddafi lesse alla radio il 1° settembre 1969 proclamando la fine della monarchia e la nascita della repubblica.

«Popolo di Libia!
Interpretando la tua libera volontà; esaudendo i tuoi voti supremi; accogliendo il tuo appello incessante al cambiamento di regime e la tua aspirazione ad agire; ascoltando le tue esortazioni alla rivolta, le tue forze armate hanno rovesciato il regime reazionario e corrotto, il cui fetore ci soffocava, il cui spettacolo ci ripugnava.
D’un solo colpo, la tua valente armata ha fatto cadere gl’idoli e li ha mandati in frantumi. D’un solo colpo, essa ha illuminato la notte oscura in cui s’erano succedute la dominazione turca, la dominazione italiana, la dominazione – infine – d’un regime reazionario e putrefatto in seno al quale regnavano la concussione, le fazioni, la fellonia e il tradimento.
La Libia è, a partire da adesso, una repubblica libera e sovrana, che assume il nome di Repubblica Araba Libica e che, per grazia di Dio, si mette all’opera. Essa procederà sulla strada della libertà, dell’unità e della giustizia, garantendo a tutti i suoi figli l’equità e la fratellanza ed aprendo dinanzi a loro le porte di un’attività onesta, dalla quale saranno bandite l’ingiustizia e lo sfruttamento, dove non ci saranno né servi né padroni, dove tutti saranno liberi fratelli. Questa attività si collocherà in un mondo che vedrà regnare, per la grazia di Dio, il bene comune e la giustizia.
Tendete a noi le vostre mani, aprite a noi i vostri cuori, dimenticate le avversità e fate fronte, uniti in un unico blocco, al nemico della Nazione Araba, al nemico dell’Islam, al nemico dell’Uomo, a colui che ha bruciato i nostri templi e ha dileggiato il nostro Onore. Noi costruiremo l’edificio della nostra gloria, faremo rivivere il nostro retaggio, vendicheremo la nostra dignità offesa e i nostri diritti spogliati.
O voi che siete stati testimoni della sacra lotta del nostro eroe Omar EI-Muktar, lotta per la Libia, per l’Arabismo e per l’Islam; o voi che avete combattuto al fianco di Ahmed EI-Sherif per un giusto ideale; voi, i figli del deserto; voi, i figli delle nostre antiche città; voi, i figli delle nostre verdeggianti campagne; voi, i figli dei nostri bei villaggi: l’ora dell’azione è arrivata.
Andiamo avanti, e che la pace sia con voi
».

L’etichetta

Tecnicamente era stato un Colpo di Stato. Un gruppo di ufficiali s’era impadronito del potere con la forza e con la benevola neutralità della maggioranza delle forze armate e degli altri poteri dell’ordine costituito. A sinistra si guardò con sospetto all’accaduto. Due anni prima c’era stato un golpe di colonnelli in Grecia e ne era venuto fuori un regime militare bollato subito come “fascista”. Non c’era sui berretti la stella rossa che li avrebbe mondati dal peccato com’era accaduto, per esempio, per il maresciallo Tito in Jugoslavia.
Nel caso di Gheddafi era difficile la classificazione. Quel capitano, diventato colonnello in ventiquattr’ore, era un militare e perciò era un “fascista”, ma sbaraccava le basi americane e parlava di socialismo, per cui era difficile mettergli un’etichetta. A noi piacque proprio per questo. Nel nostro piccolo eravamo in una situazione analoga. Nel mondo nato da Jalta o stavi con gli Usa oppure con l’Urss; non c’era una terza posizione. Esisteva un confuso fronte di “non allineati” e c’era la Cina di Mao (che sarebbe stata riconosciuta dall’Onu soltanto nel 1971), ma la contrapposizione bipolare dominava in tutto e per tutto. Ancora oggi le menti più semplici si servono delle categorie fascismo-antifascismo, comunismo-anticomunismo e, ultima arrivata, berlusconismo-antiberlusconismo. Un sociologo potrebbe forse spiegare come mai il dualismo (a livello di Roma-Lazio, intendiamoci) sopravviva a intermittenza. A cosa si deve il superamento del retrogrado bipolarismo maschio-femmina ad opera del transgender? La stessa mente elementare che vede soltanto duplici alternative come mai si apre al cosiddetto terzo sesso? In un mondo senza più cortine, né di ferro né di bambù, resta complicato leggere i fenomeni che sfuggono alle classificazioni. Più di mezzo secolo fa, alle elementari ero quasi sempre il capoclasse. Quando la maestra si assentava per qualche minuto, mi chiamava alla cattedra per mantenere l’ordine. Io tracciavo con il gesso una linea verticale sulla lavagna per separare l’elenco dei “buoni”, da quello dei “cattivi”. Quando la maestra rientrava i “cattivi” venivano puniti e i “buoni” premiati. In quegli anni scoprii cosa fosse il potere e come anche un gessetto potesse diventare una temibile arma.
Mi resi conto quanto fosse difficile mettere fra i “cattivi” il nome del mio compagno di banco e tra i “buoni” quello di uno con il quale avevo litigato.
Scrivere sulla lavagna i nomi dei compagni di classe in un elenco piuttosto che nell’altro fu il mio primo vero esercizio politico. Quella lavagna l’abbiamo tutti nella testa.

L’informazione

Della rivoluzione libica non sapevamo quasi nulla. L’informazione in certi casi ubbidisce a regole imposte. Per avere una qualche idea dell’accaduto, devi leggere una montagna di giornali e individuare qua e là tracce di verità. Intervengono elementi di sicurezza nazionale (come dicono gli americani), di interessi strategici (di solito è il petrolio), di equilibri di alleanze (da quelle parti il fulcro è Israele), di conflitti ideologici (che coprono interessi elettorali)… il tutto condito da abbondante luogocomunismo. S’è visto anche di recente. Ciò che è successo in Libia non è proprio ciò che ci è stato raccontato. Molto ha contato la voglia francese di scalzare l’Eni dall’egemonia sul petrolio libico, per dirne una. Ma torno a quarant’anni fa.
Non sapevamo, dunque, quasi nulla di ciò che era realmente accaduto, ma ci esaltava la sola idea che c’era stata una rivoluzione. All’epoca, applaudivamo a qualsiasi cambiamento in qualunque parte del mondo. I movimenti di guerriglia che combattevano contro il colonialismo yankee e i suoi servi erano per noi “compagni di lotta”. Non c’importava quali fossero le ideologie che li muovevano, purché lottassero per la libertà e l’indipendenza dei propri popoli. Nelle regioni dove i movimenti di lotta erano più d’uno, ci dividevamo. Ricordo, per esempio, che in Palestina io ero per Arafat mentre altri erano per Habash.
Ripeto: dai giornali cercavamo di capirci qualcosa (fu fatto anche qualche tentativo di contatti diretti, ma questa è un’altra storia).
In una famosa intervista che Nello Ajello pubblicò sull’Espresso (n°21, 27 maggio 1973) fu chiaro come a sinistra si guardava a Gheddafi. Riporto le righe conclusive (l’intervista, introdotta in copertina da una foto di Gheddafi a tutta pagina) occupava 14 pagine con foto, riquadri e box.
Scrisse Ajello:
«Gli americani: ecco l’angolo più oscuro dell’enigma Gheddafi. In Libia, la loro presenza nel settore del petrolio è schiacciante; e il petrolio in Libia è tutto. Eppure, al di là della scherma diplomatica e degli imperativi propagandistici, gli interessi delle compagnie statunitensi non sono mai stati seriamente colpiti dal Colonnello; il quale è a capo d’un regime inflessibilmente antisovietico che (questo sembra ormai accertato) nacque quattro anni fa sotto l’egida o grazie alla tolleranza di Washington. Considerando le ondate di ostilità che il presidente libico sta sollevando contro di sé da ogni angolo del mondo arabo e africano -quello stesso mondo che egli vuoi redimere – un punto d’appoggio gli è indispensabile per sopravvivere. Che questo problematico puntello sia rappresentato dall’America, cioè dallo stesso paese contro il quale è obbligatorio profferire minacce e lanciare maledizioni? Forse la risposta è contenuta nel Corano, Gheddafi ha ragione: bisognerebbe saper leggere fra le righe dettate dal Profeta».
In uno speciale “ricerche”, Aldo Santini scrisse sull’Europeo (siamo a tre anni dal “putsch” come il settimanale definiva la presa del potere di Gheddafi) un lungo articolo nel quale fra l’altro parlava anche della salute mentale del Colonnello.
Scrisse Santini:
«Ma questo Gheddafi ha davvero dei disturbi nervosi? Certe sue decisioni, certi suoi atteggiamenti lo lasciano dubitare. Siamo a conoscenza che Nasser, poche settimane avanti di morire, lo rimproverò per un intervento tumultuoso contro Hussein che lo aveva messo in difficoltà, e gli consigliò di farsi visitare da uno psichiatra. Gheddafi è sempre stato imprevedibile e “mercuriale”, come lo giudica la stampa in lingua inglese del Cairo. Ma i suoi disturbi sono diventati più preoccupanti, tanto da costringerlo a numerosi ricoveri in ospedale, dopo l’attentato del 18 settembre 1971, quando sulla strada per l’aeroporto di Tripoli un camion si avventò contro la sua Cadillac falciando e uccidendo i cinque motociclisti di scorta. Uno di essi fu scagliato contro il parabrezza della Cadillac. Gheddafi rimase sotto choc e scomparve a lungo di circolazione. Non intervenne alle cerimonie per l’anniversario della morte di Nasser, e il 28 settembre il consiglio della federazione araba fu rinviato. Gheddafi era all’ospedale militare del Cairo, ufficialmente per una sinusite. Anche di recente, a Parigi, Gheddafi si è fatto visitare da uno specialista e alla conferenza stampa, l’indomani, ha dichiarato di propria iniziativa che si sentiva benissimo. Gheddafi ha molti avversari, ormai. E c’è chi, non tenendo conto della spirale in cui si trova sempre più stretto, dice che è un pazzo».
Mi fermo qua. C’è molto da dire e da citare ed è meglio farlo a puntate.
Giuseppe Spezzaferro

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