Prima / DIBATITTO / Società / Odissea nello spazio-Italia

Odissea nello spazio-Italia

2001: A Space Odyssey”, uno dei tredici film diretti da Stanley Kubrick, è tornato d’attualità sull’onda di una causa combattuta a colpi di miliardi di dollari tra l’Apple e la Samsung. L’azienda informatica americana ha accusato quella sudcoreana di aver copiato l’iPad. Gli avvocati della Samsung hanno negato la violazione del disegn sostenendo che già nel 1968 il film di Kubrick mostrava un tablet di quel tipo. Al momento la causa sta andando male per i sudcoreani. In Germania, per esempio, il tribunale di Dusseldorf ha dato ragione alla Apple ed ha vietato di commercializzare il Galaxy Tab ed il Tab da 7.7 pollici.
La vicenda ha fatto anche ripartire l’antico dibattito su quanto sia profetica la fantascienza.
Nei romanzi scritti decenni fa troviamo oggetti, strumenti e imprese che poi hanno trovato effettiva realizzazione. Le storie fantascientifiche si collegano all’eterna aspirazione dell’uomo di conoscere il proprio futuro. Il cinema ha fin dai primordi scoperto la redditività del filone dando del futuribile la disastrosa immagine dell’uomo sconfitto dall’uso malefico delle capacità tecnologiche acquisite dalla scissione dell’atomo in poi. Di solito, i film di fantascienza raccontano di sopravvissuti ad una guerra termonucleare o di computer “intelligenti” (e perciò “cattivi”) che schiavizzano l’umanità oppure di feroci mostri creati in laboratorio.
Il cinema fantascientifico è uno strumento di esorcizzazione di massa. Le predizioni degli scrittori di fantascienza trovano un pubblico attento e, come per il caso della prossima fine del mondo pronosticata dai Maya (cfr. https://ilnostroarcipelago.com/653/e%E2%80%99-morto-e-i-maya-non-c%E2%80%99entrano https://ilnostroarcipelago.com/678/nostradamus-e-i-mercanti-di-nostalgie-4), dilagano anche fra chi di fantascienza ha visto qualche film e letto nemmeno un libro.
Negli ultimi anni la proliferazione di strumenti informatici ha, da una parte, reso più facile trovarne i “prototipi” in un romanzo di science fiction e, dall’altra, ha fornito ai narratori nuovi modelli di strumenti informatici dei quali poter immaginare perverse applicazioni e/o catastrofici sviluppi. L’ispirazione scatenata un tempo dalla mitologia, dove Dedalo e Icaro volano imitando gli uccelli, e poi da nuove tecniche (l’esplosivo al fulmicotone fa partire il proiettile-missile nel romanzo “Dalla Terra alla Luna” scritto nel Giulio Verne nel 1865) non ha letteralmente più confini. Dalle nanotecnologie ai superconduttori, dalla teoria della relatività e l’annessa curvatura dello spazio-tempo ai buchi neri, di materiale su cui costruire il futuribile ce n’è in quantità… fantascientifica.

American food

Oltre ai dati scientifici, alle innovazioni della tecnologia, alle scoperte della fisica astronomica, oltre ai dati più strettamente materiali ce ne sono altri che a ben guardarli servono a predire il nostro futuro. Il margine d’errore e le “coincidenze” in questo tipo di profezie è più o meno lo stesso che nella letteratura fantascientifica.
Anche su questo versante il futuro è tragico, ma non ha lo stesso odore apotropaico della scena oscura solcata da lampi di veleno nella quale sono immersi gli sguardi cupi di esseri umani scampati per miracolo all’olocausto atomico. La predizione non serve ad allontanare la disgrazia, ad esorcizzare un destino funesto.
Più di trent’anni fa, a Bari, in un ristorante all’epoca eccezionale, un americano sbottò : «You’re a people blessed by God». Dopo una valanga di antipasti di mare, gli spaghetti alle vongole ed una trionfante frittura di paranza era arrivata una bollente cofana di cozze all’impepata e qui il bostoniano era esploso d’invidia accusandoci di essere un popolo benedetto da Dio. Credo che con quel “blessed”, lui intendesse dire “favorito”, ma a tanti anni di distanza vallo a sapere. Era un famoso medico di Boston specializzato in microchirurgia dell’orecchio ed era lì perché amico di un celebre cardiochirurgo, Gaetano Azzolina, che io avevo conosciuto grazie al mio amico Angelo Leone che gestiva una clinica privata a pochi chilometri dal capoluogo pugliese. Quella sera eravamo noi quattro a tavola e il ristoratore s’era prodigato più del solito (peccato che non ricordi né il nome del professore statunitense, né quello dell’oste) per cui eravamo davvero in paradiso. Non riusciva a capacitarsi, il bostoniano, di come riuscissimo tutte le sere a consumare cene che loro negli Usa non fanno nemmeno il Thanksgiving Day, il giorno del ringraziamento che, come i film c’insegnano, culmina (e si esaurisce) in un grosso tacchino al forno. I nordamericani (come li chiamava correttamente il mio amico Giorgio Braccialarghe, console a Cordova quando la Fiat s’impiantò in Argentina) mangiano male, molto male. Vediamo nei film i poliziotti abbuffarsi di ciambelle e riso alla cantonese, i ragazzini sorbire gelati al lampone e panini con la polpetta (chiamati “hamburger” anche se alle bistecche di Amburgo non ci somigliano nemmeno alla lontana), gli impiegati deliziarsi con pane e würstel annegati nel ketchup (li chiamano “hot dog” e non sanno nemmeno perché)… li vediamo nei film mangiare per strada, sulle panchine, al tavolo di lavoro, in automobile e, a volte, anche a casa. Le scene che più mi fanno rabbrividire è vederli divorare con gusto triangoli di pizze sottili e croccanti, condite con sottaceti e non so che altro elemento strano. Quando giro per Roma e vedo gli stranieri ai tavolini dei bar divorare con gusto pizze congelate dalla faccia anemica, mi viene in mente un altro mio amico (non ne faccio il nome per non metterlo in imbarazzo) che vive a Napoli in un palazzo che ospita una magnifica pizzeria. I suoi figli amano le pizze surgelate che la madre riporta dal supermercato.
Quando il professore nordamericano invidiò il nostro modo di mangiare, mi venne facile una profezia e la espressi nel generale dissenso. Anche il padrone del ristorante si scusò per l’intromissione, mi aveva sentito per caso e gli dispiaceva moltissimo ma doveva dar ragione ai miei commensali. «Mai – disse cercando di attutire l’inflessione dialettale – mangeremo come gli americani. Saranno loro – aggiunse – che mangeranno come noi». In parte ebbe ragione. Negli Usa si è molto diffusa la dieta mediterranea, ma nei film i personaggi si ostinano a divorare hot dog accompagnati da bicchieroni di una bevanda che s’incaponiscono a chiamare caffè.

Il futuro è già ora

Purtroppo, per noi, ragazzi e ragazze crescono obesi e con la cellulite perché la loro alimentazione s’è fatta americana. Anche il gusto è cambiato. Per molti la frittura di pesce non profuma di mare, ma puzza. Il ketchup è molto meglio del sugo fatto con i pomodori freschi (a parte il fatto che ci vuole tempo per farlo e nessuno vuole sprecare nemmeno un minuto a cucinare). Ai miei interlocutori prospettai il futuro che oggi c’è, richiamandomi alla potenza della cultura made in Usa. Se consumiamo jeans e coca-cola, musica e cinema americani; se sogniamo i loro sogni, prima o poi mangeremo anche come loro. Non c’è niente da fare contro la cocacolonizzazione.
Nei film di qualche anno fa la figura del negro con un gigantesco mangianastri in spalla e l’inconfondibile andatura era un tòpos. Poi lo è diventato il ragazzo (di qualunque colore) isolato dal resto mediante auricolari collegati ad un walkman. La percentuale di giovani (e di meno giovani) con gli auricolari che incontro per strada, in metro, sull’autobus è altissima. Nessuno più fischietta per strada o canticchia.
L’impressione di un’Italia più triste, più sola, più “americana” la verifico quotidianamente.

L’american way of life

La progressiva parificazione del nostro modo di vivere a quello nordamericano alla fine distruggerà la nostra identità omologandoci a tutti i livelli.
Prendiamo il caso della previdenza. Il nostro sistema previdenziale era un altro di quei privilegi accordatoci dalla sorte (e dal Ventennio fascista). Il lavoratore versava durante gli anni di lavoro contributi che poi all’atto del pensionamento gli venivano restituiti maggiorati in quella che fu definita, con retorica fascista, “retribuzione differita nel tempo”.
Il mercato pensionistico era (e lo è tuttora) una miniera d’oro alla quale era vietato l’accesso alle grandi multinazionali delle assicurazioni private. Perché mai un lavoratore avrebbe dovuto ricorrere al privato per assicurarsi la vecchiaia? Negli Stati Uniti, là sì che un lavoratore se non si assicura privatamente è destinato a fare una miserevole vecchiaia. Chi guadagna di più versa forti premi assicurativi, chi di meno si assicura a meno e chi non riesce a guadagnare soldi bastanti per pagarsi un’assicurazione se la prende nel secchio. Nella terra delle opportunità chi stenta la vita è perché non si impegna e perciò se lo merita. Chi lavora, studia, fa sacrifici, quello può avere tutto. Non ricordo chi ha parlato la prima volta di darwinismo sociale, ma è una definizione azzeccata.
La previdenza privata in Italia è una cosa per pochi (noi giornalisti, per esempio, abbiamo l’Inpgi), alle pensioni è lo Stato, tramite l’Inps, che ci pensa.
La crisi economico-finanziaria, guarda caso esportata dagli Stati Uniti, ha dato un’altra bella spinta allo smantellamento della previdenza pubblica. E’ una guerra che viene da lontano. Ricordo che i primi attacchi portati dai grandi gruppi assicurativi privati furono particolarmente insidiosi. I professionisti dell’informazione una bella mattina si svegliarono e scoprirono che in Italia un sacco di gente “rubava” la pensione. Ci furono parecchie ondate di inchieste giornalistiche che denunciavano le cosiddette baby pensioni (lavoratori andati in pensione a trent’anni di età sfruttando le pieghe della legislazione vigente), le pensioni d’oro (casi eclatanti di emolumenti milionari e i casi “normali” di deputati, senatori etc.), le pensioni d’invalidità (ciechi sorpresi a guidare il taxi, paralitici vincitori di maratone di ballo…) e via scoperchiando pentole e pentolacce.
Le denunce erano giuste, ma è costume italico gettar via il bambino insieme con l’acqua sporca per cui cominciò a fare capolino l’ideologia del privato è bello pure nel mercato pensionistico. Non si ottenne granché. Qualche falso invalido civile perse la rendita, ma niente di più.
Esauritesi le ondate di denunce degli sconci, cominciò la battaglia dell’Inps. I soliti ragionieri millenaristi fecero un po’ di conti e giunsero alla conclusione che l’Istituto di previdenza sociale avrebbe dovuto chiudere i battenti perché la massa delle pensioni erogate avrebbe superato il numero di contributi versati. Fioccarono gli articoli intitolati ai bilanci in rosso dell’Inps. Pochi fecero notare (fui tra quelli e lo rivendico) che se la Cassa integrazione alla Fiat l’avesse pagata Agnelli invece che l’Inps il bilancio non sarebbe stato in rosso. La richiesta di separare la previdenza dall’assistenza (e dall’assistenzialismo) rimase lettera morta. Ci fu un cambiamento: si passò ad un altro criterio di conteggio per cui le pensioni di oggi non sono ricche come una volta. Senza farla lunga (e saltando il fatto che oggi l’Inps è in attivo grazie ai versamenti degli extracomunitari) annoto il rischio che anche nel sistema previdenziale finiremo con l’essere tutti americani. Evviva il libero mercato.
Giuseppe Spezzaferro

CONDIVIDI

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close