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Vaticano-Israele: rapporti difficili

I rapporti Vaticano-Israele restano “faticosi”. Soprattutto quelli relativi allo status giuridico e fiscale della Chiesa Cattolica in Terra Santa. Ogni incontro si scrive sull’acqua, ma la Santa Sede ha sovente dimostrato in due millenni di storia la verità del detto latino “gutta cavat lapidem”. Goccia dopo goccia l’acqua scava la pietra, figuriamoci se è acqua… benedetta! Per il momento, però, Monsignor Antonio Maria Vegliò, segretario della Congregazione per le Chiese Orientali e membro della delegazione che ha partecipato a Gerusalemme agli incontri con il governo di Tel Aviv, non nasconde i fatti. “I comunicati ufficiali – rimarca Vegliò – dicono tutto o niente, questa volta dice tutto: il niente che vi è espresso è la realtà”. Poi riassume: “Sono 13 anni che ci riuniamo: è un parto lungo, si debbono affrontare problemi delicati, preghiamo il buon Dio perché prima che trascorrano altri 13 anni si arriverà a qualche conclusione: in queste cose noi uomini da soli non riusciamo, ma è sempre meglio parlarci che piantare steccati, gia c’é quel muro che fa veramente impressione”. Il richiamo alla barriera costruita da Israele sul modello di quella che per decenni aveva diviso Berlino e la Germania è il segnale più eloquente che il monsignore è perlomeno “irritato”. Vegliò racconta che “sui temi generali come il desiderio di pace e il dialogo interreligioso, si giunge a dichiarazioni comuni ma sui punti concreti riguardanti la vita della comunità cristiana ci si è un po’ arenati, tanto che l’unico risultato positivo è che ci siamo cordialmente salutati e ci siamo dati appuntamento per il prossimo maggio qui a Roma”.

Ancora più chiaro è padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa. “Il problema – dice – è quello delle proprietà, gli ebrei cercano di acquisire le maggior parte dei titoli perché potranno farli valere quando nel processo di pace finalmente si parlerà di Gerusalemme e del suo status”. E’ ovvio che le due strategie sono opposte: la Chiesa vorrebbe Gerusalemme città internazionale, perché culla di tre religioni; Israele ha deciso che la Città Santa dev’essere la capitale di un grande Stato. Internettuale.net è propenso a credere che – anche grazie ad una lettura storica più corretta degli avvenimenti che hanno segnato la seconda metà del secolo scorso – Gerusalemme avrà il riconoscimento internazionale di città speciale, che appartiene a tutti e a nessuno. Per questo internettuale.net confida che un giorno non lontano fare Tel Aviv farà marcia indietro.

Dai due contrapposti obiettivi discendono vari e pesanti problemi. Preoccupa la Chiesa, per esempio, il protrarsi delle difficoltà relative al rilascio dei visti al personale religioso. “Quando nomino un parroco proveniente dagli altri Paesi del Medio Oriente non so mai quando arriverà e a quali condizioni”: denuncia padre Pizzaballa, che aggiunge: “La situazione è difficile e sarà sempre difficile”. Tanto difficile che si consuma l’esodo dei cristiani dalla Terra Santa, che emigrano perché le condizioni di vita sono insopportabili. Il “custode” dichiara, pesando bene le parole, che “non mancano discriminazioni tra la maggioranza ebraica e la minoranza cristiana, mentre nell’Autonomia Palestinese il sistema economico è praticamente al collasso”. I cristiani pagano il prezzo più alto che molti riescono ancora a sopportare grazie ai pellegrinaggi che “nel 2007 hanno determinato una cospicua fonte di reddito per molte famiglie locali, con un’affluenza superiore a quella che si ebbe nel 2000 per il Giubileo”. Padre Pizzaballa chiarisce: “E’ vero che così diamo soldi anche a Israele, ma non si può contestare la costruzione di quel muro così contestabile che separa Israele dai Territori e poi erigere noi altri muri, non vogliamo erigere barriere da parte nostra”.

La Custodia di Terra Santa, che ha una giurisdizione anche sul Libano, la Giordania e la Siria, conta nel suo complesso 307 francescani che provengano da 32 diverse nazioni. I cristiani sono 170mila, cioè circa l’1% della popolazione, poco meno della metà sono cattolici, mentre la chiesa maggioritaria, sia pure di poco, è quella greco-ortodossa (che raggiunge il 2-3%). Le altre chiese, dalle tradizioni antichissime, sono ridotte ai minimi termini.

Con rapporti Vaticano-Israele così “difficili”, è pregiudicato anche il progetto di una visita Benedetto XVI.

“Finché la situazione si mantiene in questo modo, mi sembra un po’ difficile pensare ad un viaggio, anche se il Santo Padre desidera andarci”: precisa l’arcivescovo Vegliò, il quale ricorda che nel 2000, in occasione del viaggio di Giovanni Paolo II, “si erano fatte tante promesse”, ma, sottolinea, “mettere in pratica le promesse è tutta un’altra questione”. Il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, dice che “il Papa ha un grande desiderio di andare, ma per un viaggio ci vogliono le condizioni sia per quanto riguarda la situazione generale e la pacificazione dell’area, sia per quanto concerne la situazione dei rapporti”.

La Storia fino ad oggi ci racconta che regni e imperi passano mentre la Cattedra di Pietro resta.

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