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La Cei conserva l'Ave Maria

Si sono scatenati perfino i comici sul nuovo lezionario liturgico curato dalla Conferenza episcopale italiana. Soprattutto il cambiamento dell’incipit dell’Ave Maria in “rallegrati Maria” ha fatto versare in pochi giorni fiumi d’inchiostro (come si diceva prima dell’avvento dei media hi-tech) quasi tutti convogliati in un lago di bocciature senz’appello. La Cei ha deciso di mettere una diga per fermare quei fiumi ed ha scritto sul proprio quotidiano (“Avvenire”): “Nessuno ha mai pensato di modificare le parole iniziali dell’Ave Maria”. A questo punto l’internettuale ne vuole sapere di più. Cominciamo dal lezionario. Che cos’è? E’ un libro con l’elenco di brani del Vecchio e del Nuovo Testamento da leggere durante la messa e nelle altre celebrazioni liturgiche. Questo florilegio serve in genere per tre anni ed è fatto in modo che i brani scelti coincidano con gli appuntamenti – termine poco ortodosso, che usiamo per brevità – del calendario liturgico.

E veniamo al lezionario nella bufera. Nel Vangelo di Luca (1,28) la traduzione oggi è: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. Tutto qua. L’Ave Maria, cioè la preghiera, non c’entra niente. E la Cei spiega: “La preghiera non si trova così com’é nei Vangeli, ma trae le espressioni che formano la sua prima parte da alcuni passi evangelici, quella introduttiva per l’appunto da Luca. Pregando, continueremo dunque anche in futuro a recitare: ‘Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te’. Cambia invece la traduzione del testo biblico e quindi la lettura liturgica quando ricorre questa pagina evangelica, come nell’ultima domenica di Avvento dell’anno B (i tre anni sono chiamati A,B,C; ndr;). Fino ad ora il ‘chaire’ del testo originale greco era tradotto con ‘Ti saluto’, traduzione giustificata, ma che impoveriva il senso del passo, in cui tutti gli esegeti riconoscono risuonare il riferimento a testi profetici, in particolare di Sofonia e Zaccaria, dove si parla della gioia che deve inondare Gerusalemme all’annuncio della salvezza che il suo Signore sta per operare in essa. E’ difficile contestare il guadagno ottenuto con il passaggio dalla vecchia alla nuova traduzione, grazie all’esplicito rimando lessicale allo sfondo anticotestamentario che aiuta a leggere con maggiore profondità l’episodio dell’annunciazione”.

Anche sul Pater noster il nuovo lezionario dice una parola definitiva (c’erano state polemiche pure su questo). Il “non indurci in tentazione” – che dà l’idea di Dio che ci spinge a peccare – è ora “non abbandonarci alla tentazione”. E la Cei spiega perché per secoli si è usato il “non indurci” e perché non va più bene: “Il verbo ‘indurre’ in italiano si è sovraccaricato di una connotazione volitiva (‘introdurre’, ‘spingere dentro’) che non gli fa più dire la stessa cosa dell’ ‘inducere’ latino o dell’ ‘eisférein’ greco, dove era implicito un senso concessivo (‘non lasciar entrare’, ‘fa’ che non entriamo’). Così, tra le molte traduzioni possibili, è stata scelta un’espressione, ‘non abbandonarci alla tentazione’, che apre sia alla richiesta di essere preservati dall’entrare nella tentazione sia di essere soccorsi quando si è nella tentazione, evitando quindi di lasciar pensare, come accade con l’attuale traduzione (‘non ci indurre in tentazione’), a un Dio tentatore, che tra l’altro sarebbe in palese contraddizione con Gc 1,13 (‘Nessuno, quando è tentato, dica: ‘Sono tentato da Dio’; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno’)”.

Delle altre parole che hanno subito la rivisitazione, la Cei spiega che la scelta di sostituire, per esempio, “Mammona” con “ricchezze” è finalizzata ad una migliore comprensione (quanta gente oggi conosce il significato della parola aramaica “Mammona”?). Bene. Però sono state recuperata altre parole (Verbo, Paraclito, Parasceve) che sono di altrettanta difficile comprensione. Giacché sappiamo che la Chiesa non fa alcunché se non è ben ponderato, siamo certi che ci sono validi motivi per aver scelto termini (soprattutto “Parasceve”) estranei al linguaggio corrente senz’altro più di “Mammona”.

Qualche annotazione sul nuovo Lezionario della Cei. E’ in tre volumi per il ciclo domenicale e festivo delle letture rispettivamente per l’anno A, B, C. Il progetto prevede la pubblicazione di altri sei volumi, tre dei quali dedicati al ciclo feriale, uno per Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua; uno per il Tempo ordinario, anno I; uno per il Tempo ordinario, anno II. Gli ultimi tre volumi riguarderanno invece le letture per la celebrazione delle feste e delle memorie dei Santi, quelle per le Messe rituali (celebrazione dei Sacramenti), per le Messe ad diversa e votive (es: per la pace e la giustizia, per la Chiesa, per le vocazioni, per ringraziamento….).

E’ la prima volta che viene pubblicato un Lezionario con una traduzione rivista e corretta dopo che l’Istruzione Liturgiam authenticam aveva stabilito i criteri per tradurre nelle lingue correnti i testi per la liturgia. La pubblicazione della Nova Vulgata ha reso necessario rivedere la traduzione per eliminare sviste, per essere più fedeli ai testi originari e per facilitare la comprensione.

A maggio del 2002 la Cei aveva approvato la nuova traduzione della Bibbia per l’uso liturgico, che sostituì quella in uso dal 1974. Dopodiché l’Ufficio liturgico nazionale cominciò, sulla base della nuova traduzione, a redigere il Lezionario. Le pericopi (i brani delle Sacre Scritture letti durante la messa) sono scelte in base all’editio typica altera dell’Ordo lectionum Missae, pubblicata dalla Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti il 21 gennaio 1981. Il passo successivo fu l’invio del Lezionario al dicastero della Santa Sede per la recognitio. L’iter si è concluso il 12 luglio 2006 con il Decreto di approvazione della nuova traduzione italiana del Lezionario.

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