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La Bce è vecchia

Gli gnomi della Banca centrale europea hanno “scoperto” che la crisi dei subprime statunitensi e l’esplosione dei prezzi del petrolio rischiano di frenare la crescita della zona euro. Che le turbolenze (per usare un eufemismo) causate dalla crisi di liquidità figlia dei mutui-trash made in Usa e dal conseguente (per l’indebolimento del dollaro) salto del greggio fossero pagate da tutto il mondo, era più che ovvio. Un impero è tale proprio quando spalma i propri debiti su tutti i sudditi. Che la Bce lanci ora l’allarme dimostra ancora una volta la necessità di intervenire sullo statuto dell’Eurotower. Ha svolto un’egregia funzione durante la fase di lancio e di radicamento dell’euro (quando Wall Street e Londra ne vaticinavano il fallimento) ma è diventata obsoleta oggi perché ancorata a schemi troppo rigidi per una vera Banca centrale. La Federal Reserve va come un aereo supersonico mentre la Bce vola ad elica. Ciò premesso, vediamo cosa dicono le teste d’uovo dell’istituto di Francoforte.
Nel bollettino di novembre, la Bce presuppone uno scenario in cui “l’economia mondiale seguiti a evidenziare capacità di tenuta” e “il rallentamento dell’economia statunitense venga in parte compensato dal persistente vigore dei mercati emergenti” e quindi la crescita del Pil in termini reali per il 2008 risulterebbe comunque “prossima a quella del prodotto potenziale”. Insomma, si fa affidamento alla Cina e all’India, soprattutto, per l’assorbimento dell’impatto e così per il 2008, il Pil dell’Eurozona è previsto a +2,1% (per il 2007 la previsione è di +2,6%) e per il 2009 a +2,2%.

Dove la Bce mostra la corda è nella continua paura dell’inflazione (secondo la più rigorosa scuola monetarista) per cui Juergen Stark, membro del Board della Bce, in un discorso a Monaco di Baviera, ha detto: “I rischi di inflazione sono aumentati e si stanno intensificando. Per gran parte del 2008, la media del costo della vita sarà sopra il 2%. Siamo pronti ad agire con fermezza contro i rischi e le pressioni crescenti alla stabilità dei prezzi”.

Altro pallino della Bce è l’aggiustamento dei deficit pubblici degli Stati membri. Leggiamo sul bollettino: “Le disposizioni del meccanismo preventivo, fra cui un aggiustamento strutturale di almeno lo 0,5% del Pil l’anno, devono essere rispettate da tutti i Paesi che presentano squilibri dei conti pubblici”. E l’Eurotower lamenta che “i piani di bilancio per il 2008 di diversi Paesi evidenziano un orientamento prociclico delle politiche fiscali e un ingiustificato allentamento degli sforzi di riequilibrio”. Che sarebbe pure corretto se non fosse per il fatto che il “riequilibrio” lo si ottiene riducendo welfare e comprimendo i salari.

Se guardiamo al deficit (55,56 miliardi di dollari) del bilancio del governo federale Usa a ottobre 2007 (spesa di 233,73 miliardi, entrate a 178,18 miliardi) e se valutiamo che lì di welfare ce n’è poco, siamo legittimati a dire che la Bce dev’essere riformata.

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