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La Cina non cambia. Per ora

Al XVII Congresso del Partito comunista cinese, l’ingegnere Hu Jintao (segretario di Stato della Commissione centrale del Pcc, presidente della Cina, capo della Commissione militare centrale) ha annunciato: “Miglioreremo il tasso di cambio dello yuan e gradualmente lo renderemo convertibile anche per la bilancia dei capitali”. La valuta cinese, infatti, è oggi convertibile nella bilancia commerciale ma non nella bilancia dei capitali e l’annuncio è talmente impegnativo da non consentire nemmeno un accenno al calendario. Quel “miglioreremo” è un futuro che non si sa quando diventerà presente. Comunque non è stata la sola sorpresa dell’intervento di Hu Jintao davanti ai 2.213 delegati nella Sala dell’Assemblea del Popolo, su piazza Tiananmen, rutilante di bandiere rosse e siglata da una gigantesca falce e martello.

Hu ha confermato la recente vocazione verde del Pcc facendo parecchi accenni allo “sviluppo sostenibile” (“La nostra crescita economica – ha fra l’altro dichiarato – viene realizzata con costi troppo alti in termini di risorse e di impatto ambientale”). La punta di ecologismo è stata alquanto stemperata, però, dall’impegno che ha preso di “accelerare la crescita delle multinazionali cinesi e dei marchi cinesi sul mercato internazionale”, pur ammettendo che “lo sviluppo nelle aree metropolitane e quello nelle zone rurali resta sbilanciato e ampio è anche il divario tra economia e società”.

Altre “novità” sono nelle pieghe del discorso. I cinesi hanno conservato, nonostante la Rivoluzione culturale, lo stile criptico che fa impazzire gli analisti sinologi. Un esempio lampante è stato il riferimento alla “riforma politica” della quale tanto si parla. “La ristrutturazione politica deve essere parte importante delle riforme del loro complesso – ha avvertito – ma dev’essere accompagnata da un costante sviluppo economico e sociale senza perdere il giusto orientamento: continuare a considerare la centralità del ruolo del partito”. Secondo i dogmi del “socialismo con caratteristiche cinesi”, ha detto Hu, il Pcc continuerà a svolgere un ruolo centrale ed esclusivo in contemporanea con il rafforzamento della “democrazia interna al partito” consolidando i già esistenti meccanismi di elezione dei dirigenti e di controllo del loro operato. E qui si è soffermato sulla corruzione (che è stata una costante dell’Impero come della Repubblica) spiegando: “Dal fatto di punire in modo risoluto e di prevenire efficacemente la corruzione dipendono il sostegno popolare al partito e la sua stessa sopravvivenza. E per questo si tratta di un importante obiettivo politico al quale il partito deve puntare sempre”. Altro esempio di come sia difficile l’interpretazione delle intenzioni cinesi è stato l’impegno a “proseguire nell’ammodernamento” delle Forze Armate.

Hu Jintao, aprendo il congresso, ha messo in guardia il governo democratico di Taiwan dal dichiarare formalmente l’indipendenza dell’isola. “Vorremmo lanciare un solenne appello – ha detto – sulla base del principio che la Cina è una discutiamo la fine formale allo stato di ostilità tra le due parti e arriviamo a un accordo di pace”. “Siamo pronti a gestire scambi, dialogo, consultazioni e negoziati con qualsiasi partito politico di Taiwan su qualsiasi questione fintanto che si riconosce che entrambe le sponde dello Stretto appartengono a un’unica Cina”: ha lanciato Hu, facendo riferimento al partito di maggioranza di Taiwan, il Partito democratico progressista. Da Taipei, il Consiglio governativo per gli Affari del Continente ha detto che la volontà d’incontro c’è, ma non se Hu insiste sul fatto che Taiwan fa parte della Cina o continua a governare la Cina con un regime monopartitico.

Pechino ha già offerto in passato di riprendere i negoziati con Taiwan, congelati dal 1999, e cioè da quando l’allora presidente taiwanese, Lee Teng-hui, insistette sulla necessità che le relazioni bilaterali fossero impostate “da Stato a Stato” implicando il riconoscimento di Taiwan come paese distinto dalla Cina. La Repubblica popolare rivendica la sovranità su Taiwan dal 1949, da quando i comunisti vinsero la guerra civile e i nazionalisti di Chiang Kai-shek si rifugiarono sull’isola.

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