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Debiti per le vacanze e niente libri

E’ sotto gli occhi di tutti che il minimo sindacale degli italiani è parecchio alto. Ci sono consumi e riti collettivi che hanno assunto la veste di “diritti naturali”. Per un adolescente il telefonino è necessario come per me era necessario mezzo secolo fa il pennino di ricambio per la cannuccia.
Il percorso era il seguente: dopo mesi di aste tracciate con la matita sui quaderni a quadretti, finalmente ci mettevano in mano lo strumento per scrivere sui primi quaderni a righe. La penna era una cannuccia di legno che ad un’estremità aveva un foro nel quale si infilava un pennino metallico. Si intingeva nell’inchiostro blu contenuto in un calamaio infilato in un buco del banco e si scriveva. Un attento uso della carta assorbente evitava sbaffi e sbavature. La diligenza si misurava adesso nella pulizia della scrittura oltre che per le orecchie, cioè per le piegature all’angolo in basso della pagina.
Ho imparato a scrivere usando una penna simile a quella usata dal piccolo scrivano fiorentino deamicisiano. Poi arrivò la Bic, la penna a sfera. Ma io restai affezionato all’inchiostro e passai alla penna stilografica.

Gli inglesi triplicano le tasse universitarie
Noi andavamo al cinema la domenica pomeriggio. Adesso al cinema si va anche durante la settimana, e in birreria, in discoteca, in gita… Ripeto: il tasso si è elevato. L’asticella continua ad alzarsi e non vogliamo assolutamente tornare ai minimi sindacali di cinquant’anni fa. Mi ripeto di nuovo: è legittimo che gli italiani abbiano una vita più ricca di altri popoli perché l’Italia è tra i primi dieci posti nella classifica dei Paesi occidentali più ricchi.
La crisi economico-finanziaria internazionale ha costretto tutti i Paesi ricchi a stringere la cinghia. In Gran Bretagna, per esempio, hanno licenziato migliaia di impiegati pubblici, hanno ridotto gli stipendi ed hanno triplicato (tre sterline per ogni sterlina, tre volte tanto… insisto perché sia chiara la triplicazione) le tasse universitarie.
L’Italia non ha fatto niente del genere. Anzi. Sono stati allargati i confini della protezione sociale. La gente è comunque inferocita con il governo perché le grandi aziende o licenziano o delocalizzano oppure fanno le due cose insieme. I piccoli e medi imprenditori sono furibondi perché le banche hanno chiuso i rubinetti e se la prendono con il governo. I commercianti lamentano il calo delle vendite e se la prendono con il governo. Agli studenti hanno dato una buona riforma della scuola (da migliorare senz’altro) ma le piazze si sono ugualmente affollate di ragazzi che strillavano contro la privatizzazione dell’università. E contro il ministro Gelmini e, ovviamente, contro Berlusconi.
Tutti vogliono più soldi protestando, giustamente, di non voler pagare una crisi che non hanno provocato loro. Perché dovrebbero fare dei sacrifici? A beneficio di chi? Non c’è niente che abbia per gli italiani un valore maggiore di sé stessi. Hanno una “qualità” della vita che ha consentito a tutti di vivere al di sopra delle proprie possibilità e non hanno nessuna voglia di abbassare nemmeno di un centimetro l’asticella.

Dalla cambiale al finanziamento
Un’analisi diffusa da Prestiti.it ci dice che l’anno scorso più di 35mila italiani si son fatti prestare i soldi per andare in vacanza. Io credo siano stati molti di più, ma qui non è questione di cifre. Chiedere un finanziamento per una spesa grossa è una pratica abbastanza diffusa. L’Italia del boom economico, della corsa al rialzo del livello di vita (cominciò con la Fiat 600 e la televisione negli Anni Cinquanta), fu possibile anche grazie alle cambiali. Per comprare l’utilitaria o il televisore, ma anche il frigorifero, la cucina americana o la Vespa, si firmavano pacchi di cambiali. Le famiglie calibravano le spese in base alle entrate e quando finivano di pagare le cambiali per la nuova camera da letto firmavano quelle per la nuova stanza da pranzo. L’Italia cresceva a ritmi industriali sostenuti, la gente lavorava e impiegava i soldi per stare meglio. La quota di risparmio crebbe a vista d’occhio.
Ricordo alle medie un tema che feci sulla giornata del risparmio e per il quale ebbi una casetta di legno. In una fessura nel tetto infilavo le cinque e le dieci lire e quand’era piena era una goduria svuotare la casetta bianca, rossa e verde e contare il tesoretto.
Di tanto in tanto capitava che qualcuno non onorasse le cambiali ed era uno scandalo, una vergogna indicibile.
Le vacanze al mare (la settimana bianca era una cosa che vedevi nei film che raccontavano storie di ricchi) per chi come me abitava sulla costa costavano giusto l’ombrellone nuovo (se quello vecchio era irreparabile) gli zoccoli, il costume, il salvagente… sì, erano spese, non c’è niente da ridere. Noi non eravamo poveri. Mio padre era un impiegato comunale e riusciva ad assicuraci una vita dignitosa. Per la mia licenza media mi regalò un canotto gonfiabile. Oggi è un normale acquisto di una normale settimana di shopping pre-mare. Andare al ristorante era un avvenimento. Ma non mi sono mai sentito povero. Al ginnasio ebbi un vestito cucito dal sarto. Ma non mi sarei mai sognato di chiedere i soldi per il cinema pure durante la settimana.

Calligrafia e mozzarelle
Altri tempi, è vero. Anche allora c’erano gli scansafatiche e quelli che arrotondavano lo stipendio. Ricordo un impiegato nell’ufficio di babbo che scriveva gli indirizzi sulle buste. Aveva un diploma in bella scrittura e i suoi indirizzi erano capolavori. Io restavo sempre incantato quando riuscivo a vederlo all’opera. Sulla scrivania c’erano sempre una pila di buste vergini ed una scarna mazzetta di buste scritte. La gran parte del tempo, il calligrafo l’impiegava a vendere mozzarelle agli impiegati di tutti gli uffici.
Un giorno beccai una raffica di schiaffoni da mio padre (il quale menava pesante assai) perché mi sorprese a scrivere con un pennino bombato. Spiego ai giovani: i pennini soliti erano piatti e costavano di meno. Quelli bombati erano di uno splendido acciaio bianco, avevano il bordo rotondo con una piccola fenditura e la punta che scorreva sul foglio senza la minima incertezza. Insomma, scrivere con un pennino bombato era tutta un’altra cosa. Un pomeriggio che ero andato da mio padre, il buon calligrafo mi aveva regalato due, dicansi due, pennini bombati nuovissimi, mai usati, presi da una confezione appena aperta. Accusato di furto (“…questi appartengono al Comune e tu li hai rubati”, urlava babbo) subii una dolorosa punizione, ma non dissi che mi erano stati regalati onde evitare casini peggiori.
Oggi si va in vacanza chiedendo un finanziamento di sette/ottomila euro rimborsabili in tre anni all’incirca.
Ieri la cambiale si firmava per una spesa importante, il debito oggi si fa perché la vacanza è sacra. E’ un diritto.
Nel frattempo il presidente dell’Associazione italiana editori, Marco Polillo, lancia l’allarme sulla crisi del settore. La gente non compra libri.

Finita la magia di Harry Potter
La notizia per me non è sconvolgente. La gran parte degli italiani è analfabeta e non legge nemmeno i giornali. Tutt’al più sfoglia le riviste di gossip. Rispetto allo scorso anno il calo delle vendite fino ad aprile è stato di circa il 5%.
E sapete perché? Questa è davvero incredibile. Dicono gli esperti che manca il “megalibro”, cioè quello che si vende almeno in un milione di copie. Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il libro e la lettura, spiega che «in libreria manca oggi un Harry Potter». Capito? Grazie a libri come quelli del maghetto sbancabotteghini era aumentata la vendita di libri e non per improvvisa italica passione per il libro.
«D’altra parte – ha aggiunto Ferrari – il mercato italiano è fatto da un numero di lettori relativamente esiguo». Se qualcuno sta pensando che i libri costano troppo e che la concorrenza dell’e-book stia facendo strage, legga cosa dice Ferrari: «L’eBook pesa per meno dell’1% del mercato. Fino ad ora non ha nessun rapporto con la stasi e il declino delle vendite dei libri normali».
La gente “firma cambiali” per andare in vacanza e non legge. Ha comunque ragione a voler vivere bene e in una comoda ignoranza. Personalmente mi sono stufato di sprecare acqua e sapone per lavare la testa all’asino.
Giuseppe Spezzaferro

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