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Non è Wojtyla. E’ una granata vuota

Ho visto la statua del Beato Karol davanti alla stazione Termini. M’è subito venuta in mente una granata della prima guerra mondiale esplosa a metà. Un lembo di bronzo che si apre e lascia vedere il vuoto all’interno perché oramai la carica esplosiva non c’è più. E’ probabile che non tutti, soprattutto i giovani addestrati alle armi galattiche dai wargames elettronici, abbiano presente com’era fatta una granata. Ne metto una foto presa dal web tra mille altre. La testa mussoliniana del Papa beatificato è l’ogiva. Pare il rimontaggio di una testa dissepolta da uno scavo archeologico, spiccata, come indicano i tagli artificiali, da un corpo ridotto a brandelli. Spesso la testa e le mani erano in marmo e il resto della statua in terracotta o in qualche altro materiale fittile, per cui la estraneità delle materie usate già rendeva in un certo qual modo improbabile la rappresentazione. Ebbene, la ricomposizione, anche la più accurata, denuncia un che di posticcio. Mostra, sì, come fosse quella statua all’origine, ma non affascina – ovviamente parlo per me – come una Venere Capitolina o un Apollo del Belvedere.
Ho incrociato una volta per caso lo sguardo di Karol Wojtyla. Era in macchina e tornava in Vaticano. Io aspettavo l’autobus in Corso Vittorio Emanuele. E’ stata questione di un paio di secondi, forse tre, e ci siamo guardati. Ho cercato quello sguardo nel bronzo installato a Termini e non l’ho trovato. Nelle labbra sottilissime di bronzo, c’è una traccia del suo sorriso, di quel sorriso perennemente in altalena tra il caritatevole e il divertito, ma non di più. Non più di un’ombra.
Non voglio offendere lo scultore (tale Oliviero Rainaldi) accusandolo di non essere stato capace di creare una somiglianza. E’ senz’altro una sua scelta quella di realizzare un’opera che rimandi a Giovanni Paolo II senza raffigurarlo. Ma non mi piace. Tutto quel bronzo sprecato, che mi ha riportato alla memoria Andrea Picini quando lamentava l’eccessivo costo della fusione d’una statua in bronzo per giustificare il fatto che lavorasse con le resine. L’ho frequentato negli ultimi anni della sua vita (stroncata anzitempo dall’incuria ospedaliera) e ho trascorso parecchie serate nella sua casa-studio. Quando gli andava, cucinava pure per sei persone, sennò andavamo alla trattoria all’angolo. Picini assomigliava perfino nel fisico a un maestro rinascimentale; spaziava da una tecnica all’altra, dalla pittura alla scultura, dal bronzo alla plastica, dalla carta alla ceramica, con tale disinvoltura che a guardarlo sembrava fosse facile per chiunque. Realizzò, ricordo, una Santa Brigida dalle mani pietose e il volto ieratico, dalla postura nobile e umile, imponente e delicata, talmente convincente da immaginarmi che quella scultura fosse stata presa da una fotografia della santa svedese. Per i pochi che non lo sanno, ricordo che Brigida è di cinquecento anni prima che fosse elaborata la tecnica fotografica. Picini non doveva spiegarmi un’opera. Il suo significato. I perché e i percome. Alcune cose mi piacevano, altre di meno e altre ancora per niente. Tutto qui.
Anche quando girovago per musei, ritrovo opere che mi fanno fare ohhhhh! e altre che guardo con piacere ma che non mi emozionano come capita, per esempio, tutte le volte che mi compare prima di lato e poi difronte il Mosè a San Pietro in Vincoli. Non sono un esperto d’arte così come non sono un esperto di vini (a dirla tutta non sono esperto in niente) e perciò non riconosco il retrogusto di more, il corpo, la stoffa e via degustando. So solo che quel vino mi piace e quell’altro non mi dice niente. E’ difficile che mi convinca a bere un vino bianco o un rosso frizzante, ma è facile che mi decida a prendermi una sbronza.
Quella granata sventrata nel corpo e dall’ogiva inspiegabilmente intatta è a smisurata distanza dall’uomo che m’ha guardato per un tempo incalcolabile in un pomeriggio d’estate.

Molti nemici…

Negli anni delle università occupate e delle manifestazioni contro questo e contro quello, scrivevo sui muri slogan contro l’imperialismo Usa-Urss, contro il Sionismo e contro il Vaticano. Qui “molti nemici, molto onore” c’entra poco. Può darsi che nel Medioevo, quando il latino parlato era distante dal latino di Cesare quasi quanto la lingua parlata da Di Pietro disti dall’italiano, il “quo plures hostes, tanto maior honor” significasse una sorta di giuramento cavalleresco, e la riedizione mussoliniana avesse una funzione propagandistica indispensabile per smuovere i pacifici italiani, può darsi quello che volete, ma la sola idea di essere in lotta contro nemici così potenti era di per sé l’Idea (semplificata).
A Washington e a Mosca, a Tel Aviv e in Vaticano era arduo farci prendere in considerazione e perciò eravamo soddisfatti quando ci piombavano addosso gli attacchi dalla stampa di regime, la repressione, le provocazioni, le trappole. Se le guardie mi spiavano e mi interrogavano, mi sentivo importante. Ero davvero un nemico pericoloso per il tran tran dietro il quale operavano i poteri forti. Per la solidarietà con il popolo palestinese a volte mi sentivo addirittura un pericolo per gli equilibri internazionali.
Lo so, era sciocco. Ma ancora oggi non riesco a capire come un giovane non sogni di cambiare il mondo. E’ miserabile il sogno d’accoppiarsi a quell’attrice o a quel tronista. Davvero miserabile. La vacanza esotica, la fuoriserie, il possesso di beni, insomma, sono obiettivi legittimi, ma gerarchicamente debbono essere collocati in fondo alla lista. Almeno per me.

Ah, le madri spartane

Ci sono moderni (e falsi) anacoreti che si dicono immuni al contagio materialista. Sono egoisti senza speranza. Pensano esclusivamente al proprio piacere. Godono nel pensare di essere superiori alla massa che corre appresso a povere cose materiali. Sono persone che servono sé stesse, tant’è che scrivono libri e vanno in televisione a vendere la ricetta della felicità. La gente ammira questi piazzisti del benessere spirituale e qualcuno riesce anche a riempire il vuoto lasciato dall’abbandono del confessionale.
La maggioranza dei giovani s’è sempre indirizzata nella ricerca del piacere. La caccia al divertimento è dai tempi dei tempi la massima attività giovanile. Allo stesso modo la gente pensa ai fatti propri da quando campava sulle palafitte e pure da prima. L’esempio delle madri spartane che dicevano ai figli di tornare vincitori o morti (“Torna con lo scudo o sopra lo scudo”) è una eccezione. Di solito le mamme, anche coeve delle donne di Sparta, consigliavano ai figli di starsene da parte, di non immischiarsi, di non rischiare. Nell’Iliade, la moglie di Ettore, Andromaca, implora il marito di non andare in battaglia e di pensare piuttosto al figlio che ha bisogno del padre e a lei stessa che resterebbe vedova indifesa.
E’ umano, direbbe Parini, ma non giusto. Semplificando, dico che oggi Ettore non ci metterebbe molto nel farsi convincere dalla moglie a tornare a letto a guardare la partita.
E come mai andiamo e veniamo dalla Luna? Accanto alla gente normale, attaccata all’esistenza per quanto pietosa sia, c’è costantemente un piccola schiera di uomini, a volte anche di donne, (per i transgenici si vedrà fra qualche decennio) che rischiano, che ingaggiano battaglie impossibili, che muoiono per un sogno. E’ grazie alle minoranze, perché nelle umane vicende sono quelle ad alzare l’asticella, che noi oggi godiamo di tanti immeritati privilegi.
Coloro i quali hanno spinto il genere umano fin nello spazio siderale hanno nomi ai quali abbiamo dedicato monumenti e piazze. Ce ne sono alcuni dei quali ignoriamo l’identità e allora parliamo – erroneamente – dell’Uomo e perciò diciamo che l’uomo inventò la ruota, per esempio. Se fosse andata così, noi avremmo trovato la ruota fra le popolazioni africane, per dirne una. La realtà è che alcuni popoli si sono sviluppati e altri sono stati fermi o, senza ruote, si sono trascinati. Diciamo che Guglielmo Marconi inventò la radio e che l’uomo inventò la ruota per il semplice motivo che il nome dell’inventore della ruota non ci è stato tramandato.
Credo sia chiaro il fatto che c’è una persona – o un gruppo – che fa le cose e c’è poi la maggioranza che svolge la stessa funzione dell’humus, cioè si decompone rendendo così fertile il terreno che genera buoni frutti.

Il povero cristo s’illude

Si possono scrivere chilometri di biblioteche sulle sommosse popolari, sulle rivoluzioni dei popoli, sui sovvolgimenti scatenati dall’irruzione delle masse nella Storia, ma la gente che va in piazza è sempre una minoranza ed è comunque pilotata, guidata, eccitata, messa in moto da una persona o da un ristretto gruppo di persone. Chi parla ancora di rivolte spontanee e di presa di coscienza, lo fa per tigna, perché non voler riconoscere l’esistenza di uomini (donne incluse) speciali, diversi, attivi, che si librano su tutti gli altri e li costringono a fare un passo avanti. All’origine di false interpretazioni e di luoghi comuni c’è la riluttanza dei piccoli uomini a riconoscere la grandezza di pochi. Se oggi un povero cristo – al bar, in discoteca, in un corteo – si dice convinto che se avesse avuto la fortuna di un Marchionne avrebbe fatto molto meglio di quegli oppure che sarebbe andato con Cristoforo Colombo invece di schierarsi con i preti ignoranti e prepotenti che lo deridevano, bene, se lo dice è perché l’hanno cresciuto nel luogo comune che tutti gli uomini sono uguali, o perché figli di Dio o perché laicamente portatori di eguali diritti.
Intendiamoci, non nego il diritto anche di un mentecatto ad avere un lavoro a lui adatto e a vivere decentemente. Non mi piace (ed è un imbroglio) che un minus habens sia messo sullo stesso piano di un Zichichi. Se quel povero cristo di cui sopra non capisce che è di intelligenza limitata e di cultura insufficiente la colpa non è sua. Il cretino, proprio perché è cretino, non sa di esserlo.
A proposito, io sono un povero cristo ma non m’illudo. So, per esempio, di essere inferiore assai, ma assai assai, a Napoleone. Punto e basta.
Giuseppe Spezzaferro

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