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L'amore svanito lungo il filo

Ma quante lettere d’amore sono state uccise dal telefono? Quante parole dolci e profonde, sensuali e languide, delicate e tenere sono andate perse lungo un filo o tra le onde elettromagnetiche? E’ ovvio che non varrebbe nemmeno la pena di mettere su carta la maggior parte dei “dialoghi” d’amore che volano tra cellulari (sms inclusi), ma alcuni sì, certo che sarebbe bello poterli leggere.
Di recente è capitato un caso che ha rafforzato la mia naturale idiosincrasia nei confronti del telefono. Che mi chiama sempre in brutti momenti.
Al mattino, appena sveglio, mentre sono alla ricerca di me stesso e della mia collocazione nello spazio e nel tempo, piomba all’improvviso lo scocciofono, come lo chiama il commissario Sanantonio (persona, detto tra noi, di grande acume).
Ho appena finito di mangiare e mi preparo a fare una insana digestione stravaccandomi sul divano e, tiè, squilla il nemico della tranquillità.
Mi appresto a spararmi un film scaricato da un sito amico e irrompe il suono maledetto.
Mi rimproverano amici e parenti vari: per te non è mai un buon momento.
E’ vero. Non c’è mai un attimo nel quale una telefonata mi giunga gradita. Che poi, fra l’altro, è assai raro che si tratti di una comunicazione piacevole o, al limite, utile. Sono sempre scocciature (hai ragione commissario della polizia parigina e, se ricordo male e non sei tu a definirlo “scocciofono”, hai ragione lo stesso).
Basta con le divagazioni e vengo al punto. Cioè al fatto che mi ha spinto a rimeditare su quanti pezzi di brillante letteratura nazionale ci siamo persi a causa del telefono.
Federico De Roberto è uno scrittore conosciuto per “I Viceré”, un romanzo storico che racconta il Risorgimento e dintorni attraverso le vicende di una nobile famiglia siciliana. En passant, nel 2007 ne hanno fatto un film; a parte la “rilettura” (leggasi stravolgimento) del romanzo, mi scocciò pure che – ignoranti come quasi tutti i cineasti – misero l’accento grave al posto dell’acuto: oscèno giacére di una e). Non vi spazientite. Non la sto prendendo da lontano. Un attimo di pazienza.
La scoperta (dovuta a Sarah Zappulla Muscarà, docente di letteratura italiana all’università di Catania) di un migliaio di lettere d’amore scritte dal romanziere a due donne è la notizia dalla quale sono partito.
Come sempre accade quando si tratta di passioni e di erotismo, la distanza temporale svanisce. Vissuto 66 anni (1861-1927) De Roberto non prese mai moglie e la cosa è sempre stata spiegata dai critici per via della presenza ossessiva della madre, la nobildonna catanese Marianna Asmundo. Rimasto orfano a dodici anni (il padre, già ufficiale del Regno delle Due Sicilie fu travolto da un treno nella stazione di Piacenza; suicidio?) crebbe sotto la vigile sorveglianza materna.
I due carteggi gettano una luce nuova sull’uomo perché entrambe le donne erano sposate e perciò di relazioni clandestine trattavasi (e qui l’accento siciliano viene a proposito).
Il primo carteggio è con una signora milanese (tale Ernesta Ribera Valle). Con vezzo dannunziano, De Roberto l’aveva ribattezzata Renata a sottolineare che era “rinata” grazie all’amore. La relazione durò 6 anni, almeno stando alle circa 800 lettere dell’epistolario. Lo scrittore aveva 36 anni quando cominciò e 42 quando finì.
Il secondo carteggio, di appena un centinaio di lettere, racconta il rapporto con una signora romana (tale Pia Vigada Moschet) cominciato dallo scrittore a 48 anni e finito tre anni dopo.
Lo scapolo, ha spiegato la professoressa catanese (specialista in carteggi inediti e, tra parentesi, una autorità anche in campo teatrale) fu un amante “focoso, dai toni roventi, osè, preda di una passione cieca e bruciante”.
Per compensare la lontananza della donna amata, De Roberto rievoca i momenti passati insieme. Gli abbracci, le effusioni, gli attimi di godimento estremo, egli li ripropone creando dei veri e propri capolavori di letteratura erotica. Fu un amante che lasciava lividi sui quali indugiavano i ricordi.
Nelle lettere d’amore, qua e là, si introducevano temi colti e notizie di attualità. Emerge anche un legittimo desiderio di successo (e di incassi): vede l’amico Giovanni Verga diventare famoso e fare tanti quattrini con “Cavalleria rusticana” e si dà alla drammaturgia. Fare teatro gli consentì anche di scappare di frequente a Milano e a Roma: mammà, non vado a divertirmi, vado per lavoro; ma torno presto a Catania, non ti disperare.
Lui spediva le lettere fermo posta oppure all’interno di un quotidiano regolarmente fascettato (era “Il Mattino” di Napoli) e le donne gli rispondevano scrivendo negli spazi bianchi che lui lasciava a bellaposta sulle lettere. In questo modo, la signora evitava di conservare materiale compromettente (perciò niente scena madre: ah, queste lettere, di chi sono? traditrice!) e poteva congiungere le proprie alle frasi dell’amante. Ve l’immaginate, la carica erotica? Intrecciando le frasi era come se ripetessero all’infinito l’atto carnale.
Credo proprio che leggerò quelle lettere appena la professoressa avrà finito di chiosarle e darà il si stampi.
Ah, dimenticavo. Il telefono.
Chiedetevi perché alla milanese 800 circa e alla romana nemmeno cento lettere. Nel frattempo era stato inventato il telefono e le lunghe lettere appassionate diventarono interminabili telefonate hard. Che però non furono intercettate e non sono ripubblicate.
Giuseppe Spezzaferro

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