Prima / FOCUS / Segmenti / Piacere. Puccio Borbonico

Piacere. Puccio Borbonico

Filippo Ghira, già mio compagno di banco al “Giornale d’Italia” e oggi a “Rinascita”, ha fotocopiato una trentina di righe da un libro edito da Sugarco nel 1974, scritto a quattro mani (Gianfranco Finali e Massimo Tosti) e intitolato “Guida ai misteri e piaceri della politica”.
In quelle righe (che ricopio fedelmente qui appresso) si parlava di “Lotta di Popolo”, un movimento identificato sbrigativamente con l’etichetta “nazimaoista” del quale si sta riparlando oggi in forza di una iniziativa editoriale varata da Ugo Gaudenzi, uno dei protagonisti, appunto, di quella stagione.
Ma in quelle righe ero citato anch’io. Nel ’68 e dintorni nessuno conosceva il mio vero nome e tutti mi chiamavano Puccio Borbonico. E’ stata la mia fortuna. Un altro amico, Giorgio Vitangeli, proprio recentemente mi ha raccontato di aver saputo dell’esistenza di un voluminoso dossier di polizia intestato all’inacciuffabile “Puccio Borbonico”. Quindi non soltanto “godo” di scarse citazioni nei racconti più o meno fantasiosi e più o meno sbirreschi di quegli anni, ma quelle scarse non riportano il mio vero nome.
Giusto per quei pochi che ne fossero curiosi spiego l’origine di quelle… generalità.

La nascita di Puccio Borbonico

Puccio fu un vezzoso ingentilimento imposto negli ambienti pariolini da Fiorella, un amore giovanile lungo e alquanto travagliato. Di chiamarmi Giuseppe non se ne parlava proprio. Pino (mi ci chiamavano in famiglia a Salerno e mi ci chiamano tuttora), Peppe, Peppino, Pinuccio… erano alterazioni che non apparivano sufficientemente sofisticate. Onde, Puccio. E mi ci sono affezionato. Ma anche Pino mi piace. Mi ricorda l’infanzia.
E Borbonico? Beh, è intuitivo. Vengo dal Sud. Da quel Sud rapinato sfruttato martoriato e desertificato dai savoiardi invasori, la cui strada, tracciata dalla corona britannica, dalla massoneria e dalla mafia, fu spianata dall’impresa garibaldina. Le rivolte borboniche che scoppiarono all’epoca dell’occupazione le leggevo come moti di autodeterminazione dei popoli. Il fenomeno del cosiddetto brigantaggio (del quale un vero esperto è il mio compagno di lotta e successivamente amico Paolo Zanetov, corrotto da Finali-Tosti in Zanhetof) mi ha appassionato fin da quando, dodicenne, avevo letto un romanzetto su Fra Diavolo.
I dati della rapina (banche, cantieri, manifatture, tesori…) che raccolse e pubblicò il piemontese economista liberale, governatore della Banca d’Italia e presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, mi confermarono nelle mie posizioni. Dicevo: l’Italia, fatta con una marcia dal Sud verso il Nord, sarebbe stata più equilibrata e noi non avremmo sofferto per la “quistione meridionale”. Non essendo, però, mai stato un tifoso (Amicus Plato sed magis amica veritas, per cui smisi di fare politica, fondata purtroppo sul tifo con negazione della verità quand’essa favorisce l’avversario) ammettevo che la repressione della Rivoluzione napoletana era stata un capitale errore politico oltre che un crimine. Il testo di Vincenzo Cuoco è illuminante in proposito. E ammettevo pure che dal Mezzogiorno – codino beghino baciapile – il macigno di superstizioni munite di ferrea resistenza avrebbe sempre impedito di toccare, sia pure di striscio, la sacra pantofola (baciata rispettosamente perfino da Garibaldi) del vicario di Cristo sulla terra. Mai un esercito sudista avrebbe preso Roma con la forza.
Pur consapevole di tutto ciò, ci tenevo a distinguermi da quelli che ripetevano lezioncine risorgimentali affette da un luogocomunismo degno di Costanzo e suoi imitatori. C’erano anche delle “causali” di natura superiore, ma di ciò sarebbe troppo lungo parlare.
Durante l’occupazione della Facoltà di Giurisprudenza alla Sapienza, Ugo Cascella (che dopo più di quarant’anni ho rivisto con immenso piacere e con una punta di commozione) con il quale avevo conversazioni anche metapolitiche (la prima volta mi portò lui a casa di Evola) mi appioppò il soprannome che, ripeto, ben presto fu per tutti il mio vero nome. Sulla lavagna dell’Aula 4 è rimasto a lungo graffito un “svegliare il Borbonico alle 9,30”, dato che non sono mai stato, come dire, mattiniero ecco.

Quarant’anni e più

Torno alle righe fotocopiate da Pippo – è così che Filippo si fa chiamare da amici e colleghi – premettendo due note. Primo, ho promesso a Pippo che avrei “immortalato” sul mio sito internettuale.net il suo simpatico sfottò (m’ha messo le fotocopie sulla mia tastiera) e, secondo, che avrei fatto le opportune correzioni. Ho scritto, è vero, diverse pagine sul mio Sessantotto ma non ho citato nomi né tantomeno mi sono messo a raccontare perché e percome ne sono stato un protagonista. Prendo quindi la provocazione pippesca a pretesto per mettere qualche puntino. Giusto qualcuno. Senza esagerare. I miei nipoti sono ancora troppo piccoli e mi sono ripromesso di raccontare a loro, quando sarà il momento, i perché, i percome, i perquando etcetera ecceterone. Del testo Finali-Tosti debbo correggere alcuni dati che non capisco da dove siano venuti fuori. Il primo riguarda Franco Papitto e Enzo Maria Dantini. E’ vero che Enzo arrivò a Legge verso la fine dell’occupazione. Era stato in miniera in Sardegna per la tesi da ingegnere minerario con specifiche competenze negli esplosivi. Competenze, queste, che gli procurarono anni dopo non soltanto una cattedra a Ingegneria, quanto una serie di accuse e di incarcerazioni. Ma di questo parlerò in un altro momento. Enzo, dunque, con la testa rasata a zero (mi spiegò che la polvere di miniera costringe a lunghi e spesso inutili lavaggi, per cui raparsi è la soluzione igienica ottimale) si presentò una mattina all’ingresso della facoltà occupata. La nostra reciproca conoscenza che poi divenne amicizia profonda prese le mosse da un piccolo screzio. Io non sapevo chi fosse (Dantini era da parecchio un capo ed un duro combattente) e a lui non stavano simpatici i napoletani perché caciaroni e sfaticati. Gli buttai in faccia la Hyppocratica Civitas, la Schola Medica Salernitana e un paio di altre cose che mò non mi vengono in mente. Stava per diventare un duello all’ultima citazione quando arrivò non ricordo chi a mettere pace. Un analogo inizio avvenne con Serafino Di Luia. Non fu a Legge perché non c’era (forse era addirittura all’estero) ma in una sede di un gruppo del Trionfale. Mi sembrò troppo grossolano e perciò lo criticai e lui mi aggredì con uno “spaghetti e mandolino; ma chi sei?”. Non vorrei sbagliare ma mi pare che lì fu Paolo Zanetov a fare le presentazioni. Ancora oggi Serafino quando mi vuole sfottere mi si rivolge cercando di imitare la cadenza dialettale che, nonostante mezzo secolo circa di onoraria cittadinanza romana, mi ostino a conservare.
Mi accorgo di divagare ma qui non ho problemi di spazio e perciò non taglio né asciugo. Il curiosone dovrà sorbirsi tutta la pappardella se vuole soddisfare le curiosità che nutre.
Non ci fu alcun avvicendamento Papitto/Dantini. Franco fu il leader indiscusso del Movimento studentesco di Giurisprudenza ma dopo l’occupazione, grazie anche all’agenzia che creò in quel periodo (ah! l’Univerpress, quante notti al ciclostile insieme con Roberto il Lungo), gli fu trovato un posto nella redazione del Fiorino. Quindi non fondò nemmeno a distanza Lotta di Popolo. Dantini era un ingegnere (fra l’altro, a differenza di Papitto, ricco di famiglia) e perciò faceva politica per passione. La sua leadership fu naturale. Chiunque lo conosceva ne riconosceva l’autorità.
Tempo fa, durante una cena della quale non cito né l’ospite né i commensali, si disse che Dantini era stato (purtroppo è morto) un bravo colonnello ma mai avrebbe potuto mettere le spalline di generale e ambire allo stato maggiore. Espressi il mio dissenso (ma chi mi conosce sa che non sono capace di dissentire in maniera compita e morbida) perché in più occasioni avevo visto Enzo prendere in mano la situazione ottenendo il consenso anche da parte di chi militava in altri gruppi.

Esagerazioni e/o provocazioni

Serafino numero due e leader della sezione milanese? Puccio capo della sezione di Salerno? Cartocci all’organizzazione con Lillo e Ugone? Tutte invenzioni di sana pianta. Basti pensare che a Salerno, dopo il mio insediamento a Roma nel 1967, non ho fatto più nemmeno una riunione di patiti dei Beatles o di appassionati di biliardino. A casa tornavo a Natale, a Pasqua e d’estate. C’era un gruppo a Salerno di persone che conoscevo (qualcuno è morto ma con altri di loro mi vedo di tanto in tanto) e che militarono in Giovane Europa, nel Movimento studentesco europeo e in Lotta di Popolo. A dire la verità non è che abbia dei ricordi vividi ma ce n’è uno che ha una memoria di ferro e prima o poi capiterà che mi farò stilare da lui la necessaria cronologia. In quanto alla “compilazione” del giornaletto eravamo in due: Ugo e io. Del resto basta scorrere gli articoli per riconoscere quelli a mano mia e quelli a mano sua: nel corso degli anni i nostri stili di scrittura sono rimasti all’incirca gli stessi.
Gli autori si chiedono pure come mai fossimo presenti anche a Matera. Una prova ulteriore delle loro confuse scarse erronee lacunose informazioni. In Lucania c’era Leucio Miele. Ma questo davvero è un grosso capitolo. Perciò mi fermo qui e allego il testo delle trenta righe che mi hanno fatto scrivere così tanto.

Il testo integrale

LOTTA DI POPOL0
Questi sono i famosi nazimaoisti, frutto ultimo e degenere della indiscriminata e caotica contestazione studentesca del ’68. Si muovono a loro agio in una zona grigia di confine, dove le idee si confondono pazzamente e gli ingredienti pseudorivoluzionari si mescolano in un pasticcio insensato. Inalberano parole d’ordine come: «Il popolo non vota, lotta»; e anche: «AI Fatah, Vietcong, Praga e Danzica, contro l’imperalismo». Nelle loro sedi (a Roma in via Giovanni Giraud 4, con cinque stanze; a Milano in una camera d’affitto a San Babila) espongono vecchi ritratti di capi nazisti accanto a gigantografie del Che Guevara e manifesti inneggianti alla resistenza palestinese. Il che esercita una qualche grezza suggestione sulla fantasia di alcune centinaia di giovanotti che costituiscono la forza dell’organizzazione, oltreché a Roma e Milano, anche a Napoli, a Salerno e (chissà perché) a Matera.
Dopo l’allontanamento del fondatore Franco Papitto, il capo del Gruppo è Enzo Maria Dantini, fresco laureato in ingegneria mineraria. Il numero due è Serafino Di Luia, leader della sezione milanese e fratello di quel Bruno di Luia che fa parte dello stato maggiore di Avanguardia Nazionale. Tra i più attivi lo studente arabo Lamberto Roch (è nato a Giaffa), e Ugo Gaudenzi che cura i rapporti con le organizzazioni palestinesi e la compilazione del giornaletto «Lotta di Popolo». I fratelli Ugo e Lillo Cascella si occupano dell’organizzazione, coadiuvati da Giancarlo Cartocci. Il capo della sezione di Salerno è un tal Puccio, detto «’o Borbonico», a presumibile testimonianza della sua fede rivoluzionaria. Fa parte dei quadri anche Paolo Zanhetof, che fu interrogato dalla polizia durante le prime indagini per la strage di piazza Fontana.

Postilla

Le righe finali che gettano un’ombra di stragismo su Paolo e altre sciocchezze tipo i ritratti di capi nazisti oppure la camera d’affitto a San Babila o lo slogan con Praga, Vietcong, Al Fatah etc. non mi va nemmeno di contestare. Un’ultima cosa: il Massimo Tosti del libro è sicuramente un omonimo del compagno di lotta di Velletri che ci mise, fra l’altro, in contatto con la tipografia che ci stampava il “giornaletto” e che en passant non abbiamo mai pagato del tutto. E stavolta mi fermo qui.
Giuseppe Spezzaferro
lottapopolo 001

Vedi anche

Ciascuno ha il proprio Rubicone

“Passare il Rubicone” qualche giornalista ancora lo scrive per sottolineare l’irrevocabilità di una decisione presa, …

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close