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In altalena con Tina

Alla fine se n’era andata pure lei. S’era pettinata a lungo i capelli come a compiere un rito. Quasi si vedevano i pensieri che uno dopo l’altro allontanava da sé a colpi di pettine. Non sembrava arrabbiata. Chissà!, forse era delusa.
– Non lo saprò mai -, disse Massimo tra sé; – e lei? lei se lo dirà mai? –, si chiese inutilmente.

Tina seguiva allo specchio i movimenti delle mani con l’aria della bambina attenta ai preparativi della pappa. Nel viluppo biondo e morbido, le dita della sinistra si muovevano sincroniche con il pettine che il pollice e l’indice dell’altra mano tenevano, carezzevoli. Quelle dita se le sentiva ancora addosso mentre lo esploravano; a tratti sfiorando, a tratti premendo stringendo impugnando. Quella notte nessuno dei due s’era voluto arrendere allo sfinimento. Tina era in forma, alla grande.

Per molte donne il sesso è un sentiero subdolo, ambiguo, bugiardo. Quando pensano di essere arrivate in cima ecco che precipitano al punto di partenza. Basta un niente e l’eccitazione si affievolisce, si fa moribonda, e, spesso, muore per davvero. A quel punto non c’è che da rivestirsi e andare al cinema.
Possedere un corpo tiepido è roba da sballo. Se riesci a mantenerlo caldo, quel corpo, la sua gratitudine sarà formidabile. Il corpo, qualunque corpo, che si attivi fino a diventare un’inesauribile superficie di recettori, sorprende sé stesso con immenso piacere e quel piacere innesca un processo periodico alla fine del quale c’è soltanto che non ce la fai più. Ma per molte donne non se ne parla proprio. Il loro è un sentiero che basta poco perché scompaia ricoperto d’erba e di sterpi.

Per Tina, dunque, il sesso era un’autostrada; all’americana. Otto corsie in un senso e altrettante nell’altro, con svincoli e raccordi per cambiare direzione, per tornare indietro, per rallentare, per accelerare. E sapeva esattamente quando fare o quando evitare ciascuna di quelle manovre. Tina godeva a godere e godeva a far godere.
Per lei non c’era niente prima e non ci sarebbe stato niente dopo.

Aveva compiuto da poco trentacinque anni di età e ventidue di sesso. La sua prima volta era stata a tredici anni nella soffitta della casa di campagna dove tutte le estati i genitori la parcheggiavano da quando era nata. La nonna materna era felicissima di tenere la bimba per due mesi l’anno e se ne prendeva cura con mille attenzioni. Era dalla nonna che Tina aveva fatto le più importanti scoperte della sua vita. Lì aveva visto la scrofa espellere dodici maialini l’uno dietro l’altro, mentre due vecchie contadine urlavano alla bestia e ridevano. Sotto la quercia dietro il fienile aveva delicatamente accarezzato la pancia di Bleck, finché il grosso cane aveva cominciato ad ululare e non era arrivato Antonio ad innaffiarlo con la pompa dell’acqua. Quando lei ne ebbe tredici, il ragazzo ne avrebbe compiuto diciotto a Natale. Dopodiché sarebbe «andato militare», come diceva la madre con orgoglio e afflizione. Ma la gente lo sapeva che quel ragazzo non avrebbe mai portato la divisa. A parlarci, si capiva che era lento.

Antonio non aveva una di quelle malattie dai nomi complicati per dire che uno è ritardato, ma gli altri bambini lo avevano adottato come scemo del villaggio. Nessuno riesce ad essere più crudele di un bambino; peggio ancora in gruppo: l’aggressività rimbalza dall’uno all’altro e gl’innocenti pargoli diventano un mortale pericolo per loro stessi e per gli altri.
Il “lento” ne aveva subite tante, proprio tante, ma senza accorgersene. L’avevano fatto martire da piccolo e avevano continuato a infierire anche da adolescenti. La sincera cattiveria del bambino s’era trasformata nella ipocrita malignità del paesano indolente. Per chi era rimasto e ciondolava tra casa e bar, la lentezza di Antonio era una medaglia. Se l’appuntavano sul petto orgogliosi: «vedete? noi siamo normali! non siamo come lui». Quando lo vedevano, le donne, giovani e anziane, si facevano il segno della croce mormorando «povero ragazzo! disgraziata quella madre!».

Lui, invece, si sentiva bene. Non aveva mai un raffreddore. Con qualunque animale trovava subito un’intesa. Anche i cani più arrabbiati, quelli che i padroni tenevano alla catena perché inferocissero, non gli abbaiavano mai contro. Antonio si avvicinava ridendo e ci giocava. Con le caprette faceva un gioco diverso. Gli era capitato più volte di vedere cosa facevano i giovani maschi alle caprette in calore e un giorno aveva fatto lo stesso. Prima ridendo, poi mugolando. Gli era piaciuto e quando gliene veniva voglia se la faceva passare con una delle bestie al pascolo. Istintivamente, però, stava bene attento a non farsi vedere. Non è che sapesse di fare una cosa condannata dalla gente, tutt’altro. S’era convinto d’essere il solo ad avere scoperto il segreto delle caprette e non voleva che nessun altro lo condividesse.

Ogni tanto passava dalle parti della “Signora”, come in paese chiamavano la nonna di Tina. E spesso ne ricavava qualche confetto. Se l’ultimo mese era passato senza matrimoni, battesimi, comunioni o cresime (erano gli anni del boom; il paese andava spopolandosi: i cantieri edili e le industrie avevano bisogno di manodopera), la “Signora” aveva comunque nel boccalone sopra la credenza un pezzo di cioccolato da dargli. Antonio sorrideva, prendeva il regalino e andava a consumarlo dietro la casa.

Un pomeriggio Tina lo vide dalla soffitta e lo chiamò: «Antonio! Antonio!». Non aggiunse altro. Disse il suo nome in due fiati e stette ferma a guardarlo. Quella volta erano stati confetti e Antonio li ficcò tutti in bocca e corse a prendere la scala che s’usava per il fienile; era lunga abbastanza. L’appoggiò al muro e in un attimo stette di fronte a lei. A vedere la finestrella, nessuno avrebbe scommesso che quel ragazzone sarebbe riuscito a passarci. L’attimo dopo l’aveva presa e girata sul pavimento.
Non riuscì a penetrare subito come succedeva con le caprette. Ma Tina non ebbe il tempo di dire «ah». Si sentì soffocare mentre provava un dolore mai provato. Dietro di lei, Antonio rimase inebetito. Da dove veniva quel sangue? Si toccò con il terrore di essersi tagliato. Poi capì. Il sangue era di Tina. «E’ malata», concluse appagato. E sparì lungo la scala.

Tina non lo rivide per una settimana. Il lunedì seguente Antonio tornò e rifece la stessa cosa. Stavolta, però, lei non se ne stette zitta in un angolo aspettando che il dolore svanisse. Il dolore era troppo ma di più odiava lo stato di impotenza alla quale la riduceva l’aggressione di quel sesso animale. Allora raccontò tutto a sua nonna. E la “Signora” chiamò un vecchio ch’era stato in guerra con suo marito e che l’aveva visto morire. Fra i due c’era un legame indistruttibile perché radicato da un morto che li afferrava e insieme li separava. Anche su quei monti s’era imposta la guerra civile e per quelli che avevano combattuto dalla parte dei vinti non c’era sepoltura nei boschi, sotto gli alberi segnati dai proiettili. Per chi era sopravvissuto c’era il carcere quando non il linciaggio. Così, in maniera spontanea, s’era creata una specie di segreta alleanza tra i vinti sopravvissuti. E la nonna di Tina ne era autorevole membro.

La domenica seguente, tornando dalla messa, la mamma di Antonio scorse da lontano il corpaccione del figlio appeso all’albero. E pianse disperata.
«Chissà che gli girava in quella povera testa», disse il maresciallo. «Meglio così», disse la gente. E la nonna disse alla nipote: «Esci, va’ fuori, non aver paura, Antonio non tornerà più».
Di colpo una notte, quella dopo la festa per il suo quindicesimo compleanno, Tina comprese. «Nonna ha fatto uccidere Antonio», declamò ad alta voce. E si riaddormentò. Felice.

Ora Massimo ne era certo. Tina lo stava ripudiando. Senza testimoni e senza bisogno di ripetere, alla maniera musulmana, «talak, talak, bayen» per tre volte. Una formula talmente forte che in alcuni Paesi il marito la può recitare pure per telefono; liberandosi di una moglie in pochi secondi. Poco importa se la moglie sia importuna scocciante litigiosa prepotente o servizievole; la ripudia e finisce lì.
Ma dove l’aveva letta quella cosa? bastava soltanto una telefonata? «In quel caso, davvero una telefonata ti allunga la vita», rise Massimo; dentro di sé. Fu proprio mentre si stava sbellicando tra sé e sé che la sentì dire: «Nonna fece uccidere Antonio».

Ah!, quante volte Tina avrebbe voluto che la nonna l’avesse rifatto. In tanti anni, le era pure capitato di innamorarsi ma la gran parte del tempo era stata presa e basta. Quando lei beveva chiunque la poteva possedere soltanto che avesse la pazienza di sentirla sproloquiare e avesse l’intelligenza di non contraddirla. Tina si irritava con l’infallibilità del capriccio infantile. Starle vicino nell’attesa di coglierla era come andare in altalena. Un momento raccontava, gioiosa, di essersi deliziata anche con le donne oltre che con gli uomini e il momento successivo sprofondava nel dolore perché i ghiacciai si stavano sciogliendo. Per arrivare al corpo stuzzicante e godereccio di Tina, il percorso meno accidentato attraversava accorti sorrisi di compiacimento e di approvazione avvicendati da tempestivi corrugamenti di solidarietà.

E lei lo sapeva. Sapeva che la sbronza l’avrebbe portata nel letto di qualcuno che nemmeno amava. Ma non poteva fare a meno di ubriacarsi e farsi un paio di canne. A fine serata era pronta per accontentare un uomo. A volte anche più di uno.
Mentre si pettinava davanti allo specchio, fu più forte di lei, sicché esplose: «Vattene. Non voglio che mi guardi. Non ti voglio nella mia stanza. Non ti voglio più nella mia casa. Non voglio rivederti. Mai più». Poi si calmò come se fosse passato un angelo pacificatore e ritrattò: «La casa è tua. Sono io che me ne vado. Mi pettino e esco dalla tua casa e dalla tua vita».

Aveva compiuto la liturgia del ripudio. Massimo doveva subire e nient’altro. Perciò era necessario ritrovare il suo mondo e starci finché avrebbe avuto forza sufficiente per abbracciare un’altra. Ecco, già il pensiero delle donne che aveva abbracciato lo rimetteva in sesto. Gli precipitò addosso l’adolescenza. Le prime volte con le ragazzine della sua età che gli facevano male quando lo prendevano in mano perché non sapevano come fare per dare piacere. E la prima volta con una zoccola che profumava di borotalco e che lo cavalcò in modo che lui la vedesse e soprattutto le potesse afferrare bene le zizze che ballonzolavano enormi sul suo naso.

Quella prima volta lo segnò talmente che con la ragazzina di turno si stufava in breve tempo. Meglio le professioniste dell’amore. I soldi che spendi sono pochi rispetto a quanto ti fa spendere la fidanzatina: la pizza, il cinema, il bar, le sigarette…fatti i conti non c’era paragone; la zoccola vinceva.
Giuseppe Spezzaferro

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Un Commento

  1. Mi ha colpito all’inizio l’analisi del piacere femminile, come una condizione effimera, una leggerissima piuma da afferrare e che basta poco per veder volar via inesorabilmente…Poi il vissuto di Tina, così fortemente quasi succube degli i…ncontri come dell’alcool e il non sapersi sottrarre a un excursus di abbandono e sofferenza – per l’amore che si aspetterebbe e che invece non segue le unioni fisiche- . La facilità con cui viene ammazzato il ragazzo è sconcertante.
    Molto crudo, i vissuti umani non si discostano granchè da quelli animali, in qualche passo, per il senso di umanità che è sopraffatto dal materiale e per la concezione dalla giustizia e delle pene.
    Le esperienze della sfera sessuale, e non solo, sono trattate senza ipocrisia in tutta le loro peculiarità di fragilità e immediatezza.Anche la figura del ragazzo “ritardato” è ottimamente presentata, in quel contesto.
    Grazie per la lettura.

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