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Il Conte di Montecristo e il camorrista

Da Napoli il 7 settembre del 1860, il ministro dell’Interno e della Polizia Generale, Liborio Romano, mandò un telegramma indirizzato “All’Invittissimo General Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”: «Con la maggiore impazienza Napoli attende il suo arrivo per salutarla il Redentore d’Italia, e deporre nelle sue mani i poteri dello Stato ed i propri destini. In questa aspettativa io starò saldo a tutela dell’ordine e della tranquillità pubblica: la sua voce già da me resa nota al popolo è il più gran pegno del successo di tali assunti. Mi attendo gli ulteriori ordini suoi e sono con illimitato rispetto».
Mentre spediva il telegramma, il ministro fece affiggere un manifesto indirizzato “Al Popolo Napoletano”: «Cittadini ! Chi vi raccomanda l’ordine e la tranquillità in questi solenni momenti è il liberatore d’Italia, è il Generale Garibaldi. Osereste non esser docili a quella voce cui da tempo s’inchinano tutte le genti Italiane? No certamente. Egli arriverà fra poche ore in mezzo a noi, ed il plauso che ne otterrà chiunque avrà concorso nel sublime intento, sarà la gloria più bella cui cittadino italiano possa aspirare. Io quindi, miei buoni Concittadini aspetto da voi quel che il Dittatore Garibaldi si raccomanda, ed aspetta».

Era fallita, dunque, la manovra preparata con tanta cura dal presidente del Consiglio del Regno di Sardegna, Camillo Benso conte di Cavour, il quale aveva spedito armi in abbondanza al ministro affinché le facesse distribuire dai suoi camorristi ai napoletani in modo da “liberare” (ah!, i corsi e ricorsi della Storia!) Napoli prima che arrivassero i garibaldini. In una lettera a Costantino Nigra, ambasciatore piemontese a Parigi, Cavour aveva scritto (ovviamente in francese): «Se il movimento riesce, si costituisce un Governo provvisorio con a capo Liborio, il quale invoca subito la protezione della Sardegna. Il Re accetta il protettorato e invia una divisione che mantiene l’ordine e arresta Garibaldi».
Cavour ci contava su Liborio Romano – come aveva spiegato in una lettera all’ammiraglio Persano – in quanto era l’uomo giusto «vecchio liberale unitario, provato ed onesto» per «fare trionfare a Napoli il principio nazionale senza l’intervento di Garibaldi».
Lascio perdere qui se quel ministro fosse onesto, come scriveva il conte, o fosse il capo della camorra, come dicono le cronache. Fu un uomo politico di grande abilità e sagacia. Un cavallo di razza anche sul versante elettorale: nel 1861 sarebbe stato eletto con 400.000 voti al Parlamento della neonata Italia.
Da ministro, aveva fatto installare in ufficio una stazione telegrafica in modo da avere un quadro della situazione continuamente aggiornato. Lascio anche perdere la querelle su cosa avrebbe fatto se le camicie rosse fossero state sconfitte. Voglio invece raccontare, facendo soltanto un tantinello di letteratura, un incontro avvenuto qualche settimana prima del telegramma spedito all’Invittissimo e del manifesto indirizzato ai Napoletani.

Siamo nella rada di Napoli. Il porto è affollato come al solito. E’ il 22 agosto, è notte; qua e là sull’acqua luccicante sotto la luna si dondolano mille sagome. Ci sono vascelli di Sua Maestà britannica e dell’Imperatore francese, pescherecci d’alto mare, bastimenti spagnoli e algerini, piroscafi in attesa di rifornirsi di carbone e una miriade di panfili e brigantini: in quel 1860 Napoli è uno dei più importanti scali marittimi del mondo.
Una scialuppa si affianca ad una goletta sulla quale sventola il tricolore di Francia. Un’ombra passa da un’imbarcazione all’altra. E’ un incontro segreto. Napoli è sotto attacco: la flotta inglese, l’oro della massoneria, i picciotti della mafia, il re di Sardegna, un migliaio di camicie rosse… è un fronte al quale manca soltanto la Bella Società Riformata, cioè la camorra.

Il padrone della goletta è Alessandro Dumas, 58 anni, industriale della letteratura francese. Alto e imponente, il padre dei Tre moschettieri e del Conte di Montecristo si autodefiniva «negro, dai capelli crespi e dall’accento creolo», amava vestire di bianco e calzare un cappello fiorito di piume blu, bianche e rosse. Sua compagna in quel periodo è una sedicenne di notevole bellezza; indossa una maglietta a righe, ampi pantaloni blu e porta i lunghi capelli raccolti sotto il popolare berretto bretone da marinaio semplice. La goletta ha preso il nome da lei: Emma. E’ una magnifica barca. La faccia cotta dal sole e indurita dall’acqua salsa, lo scrittore aveva una volta sentito Garibaldi dirgli: «Se fossi ricco seguirei il vostro esempio, possederei anch’io una goletta». Il garibaldino Giuseppe Cesare Abba, invece, fu attratto dalla Emma in carne ed ossa. Nel vederla la prima volta, avrebbe più tardi scritto, «il sangue mi fece un cavallone». Con una postilla di rammarico: «Dumas custodisce la donna sua gelosissimo». En passant, durante quella crociera tra Marsiglia, Napoli, Salerno, Acciaroli, Milazzo… Emma partorì una bambina. Ma torniamo a quel 22 agosto.

A montare sul veliero, avvolto in un mantello nero, il volto nascosto dalle falde di un cappellone anch’esso nero, è don Liborio Romano, ministro di Sua Maestà Francesco II. Leccese, avvocato, docente di Diritto civile e commerciale all’università di Napoli, massone, di riconosciuta fede liberale, a 65 anni tiene in pugno il governo borbonico perché il re si fida di lui e i liberali anche. Pare che a far da tramite con Dumas e perciò con Garibaldi sia stato un ispettore, tale Cozzolongo.
L’incontro va ottimamente, visto che il romanziere così scrive al Dittatore di Sicilia: «…Liborio Romano, il solo uomo popolare, l’intelligenza e l’anima del Ministero, è venuto ier l’altro travestito a bordo della mia goletta, in seguito a lettera che io gli aveva scritta. Sin da ieri, la sua dimissione data al re lo rende libero della sua azione…Egli proclamerà la decadenza del re e vi riconoscerà per dittatore. Egli ha dalla sua parte il popolo ed i diecimila uomini della guardia nazionale…se voi operate uno sbarco egli spaventerà talmente il re che il re partirà. Allora di buon grado o di mal grado lo proclameranno prodittatore, voi non avrete da fare altro che venire…».

Giuseppe Garibaldi entrò a Napoli il 7 settembre 1860 a bordo di quel treno sul quale ventun anni prima Ferdinando II aveva fondato il primo nucleo dell’industria ferroviaria meridionale (ma questo è un altro capitolo). Non fu sparato un solo colpo. L’incontro tra il Conte di Montecristo e la Bella Società Riformata aveva fatto il miracolo.
Giuseppe Spezzaferro

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