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L'operaio della parola

Fermo restando che la “parola” è un fatto arbitrario (lo stesso oggetto è identificato da parole diverse nelle diverse lingue), non v’è alcun dubbio che, nell’ambito di una precisa area culturale, ciascuna parola si carica di un determinato potere identificante ed evocativo. Così Gabriele d’Annunzio, a proposito della lingua italiana, afferma nella dedica al “Trionfo della morte” che essa è «la gioia e la forza dell’artefice laborioso che ne conosce e ne penetra e ne sviscera i tesori lentamente accumulati di secolo in secolo, smossi taluni e rinnovati di continuo, altri scoperti soltanto della prima scorza, altri per tutta la profondità occulti, pieni di meraviglie ancora ignote che daranno l’ebrezza all’estremo esploratore…».
In effetti egli prestò il massimo impegno nella ricerca e nella acquisizione di spazi linguistici sempre più ampi, e ciò non tanto per un’abnorme brama di erudizione fine a sé stessa quanto per prestare obbedienza ad una “fede antica”. Quella “fede” che troviamo sinteticamente espressa nella massima “Nomina sunt Numina”; dove la conoscenza del “nome”, cioè, comporta per se stessa la conoscenza della cosa nominata. E il conoscere non è altro che la più esatta forma di possesso onde, impadronendosi del “nome”, ci si impadronisce della “cosa”. Una “fede antica” è all’origine delle formule magiche, di quelle rituali, di quelle sacramentali. Ci basti ricordare il Vangelo secondo Giovanni allorché recita: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio»; od ancora Maometto quando afferma che la «Madre del Libro» (cioè del Corano) è la «Parola di Dio».
Perciò diventa affatto comprensibile d’Annunzio quando scrive che la parola resta «la sola virtù che da la carne immonda» innalza gli spiriti. Non di preziosismo né di artificio si deve parlare in merito allo “sperimentalismo” dannunziano, ma di affanno laborioso in una ricerca che affondava nelle profondità più remote le proprie radici.

«Disperato amore della parola incisa per i secoli! – leggiamo nel “Notturno” – Mistica ebrietà che talvolta della mia stessa carne e del mio sangue stesso faceva il verbo! Fuoco dell’ispirazione che d’improvviso fondeva l’antico e il nuovo in una lega incognita!».
E quando diciamo “sperimentalismo” teniamo presente Eugenio Montale qaundo afferma che d’Annunzio «è presente in tutti perché ha sperimentato o sfiorato tutte le possibilità linguistiche e prosodiche del nostro tempo».

In realtà l’eredità lasciata dall’Imaginifico è quanto mai ricca di modi di tonalità di sintagmi di stilemi che hanno influenzato sia Ia lingua poetica italiana che quella non poetica. Non a caso si è parlato del “plurilinguismo” dannunziano in opposizione al “monolinguismo” di manzoniano retaggio: là dove dominava uno stile sempre uguale continuo ininterrotto monocorde, d’Annunzio propone (e impone) una “parola” di tale forza dirompente da aprire un capitolo del tutto nuovo nella nostra letteratura. La stessa contrastata tendenza a fare della lingua “letteraria” una lingua “di popolo”, e che oggi è sfociata in una misera opera di “volgarizzazione” (il termine va preso nell’accezione deteriore), la ritroviamo, ma in maniera quanto diversa, in lui.
«Operaio della parola, ho detto, parte viva del popolo, incarnazione di una delle sue forte infinite…»: leggiamo nei “Taccuini”; ed ancora: «…i legami sacri che congiungono la mia anima all’anima della mia gente…» permettono al Poeta di sentire «rivivere le figure della sua arte nella profondità della coscienza popolare ond’egli le trasse…».
Una concezione platonica di “preesistenza” che troviamo affermata ne “II Piacere” in termini inequivocabili: «II pensiero esattamente espresso in un verso perfetto è un pensiero che già esisteva preformato nella oscura profondità della lingua». Non compie egli che il medesimo lavoro di Michelangelo, il quale diceva di togliere al marmo il superfluo perché venisse alla luce la statua da tempi immemorabili costretta nel blocco informe.

La creazione resta per d’Annunzio un fenomeno fatto di dolorosa sofferenza e non tanto per i «disgusti che seguivano il doloroso e capzioso artifizio dello stile…» quanto perché lo scrittore, come leggiamo ne “L’Innocente”, è «affetto dalle più tristi malattie dello spirito, obliquo, doppio, crudelmente curioso, isterilito dall’abitudine della analisi e dell’ironia riflessa, di continuo occupato a convertire i più caldi e spontanei moti dell’animo in nozioni chiare e glaciali…».
Una sofferenza temperata soltanto dalla coscienza di non essere «artista solitario» dal momento che «ciascuno concorre all’opera di tutti». In questo modo, ricollocandosi nel seno di una realtà che trascende l’individuo, egli trova momenti di serenità e di pace che gli fanno dimenticare, a tratti, il terribile peso di cui è caricato.
«Le mie parole/ sono profonde/ come le radici/ terrene/ altre serene/ come i firmamenti…»: scrive ne “Le stirpi canore”; non altrimenti avrebbe potuto scrivere che da “medium” operava senza soluzioni di continuità per ristabilire il collegamento e la primigenia saldatura fra due “mondi”: quello del cielo e quello della terra.
Così, quando leggiamo Ia netta affermazione «Servo in me il mio dio», sappiamo che non soltanto di una indicazione “meditativa” si tratta, ma di una “più che Vita” vissuta fino in fondo.
Puccio Borbonico

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