Il porto di Beirut, oggi.

LIBANO. Domani si vota. La scelta tra l’asabiyyah e il taghyir

Domani, domenica 15 maggio 2022, in Libano si vota. Il maronita voterà ancora per una volta per il maronita e il sunnita per il sunnita? Il voto dei libanesi è legato all’appartenenza religiosa per cui il quadro politico non dovrebbe mutare granché. L’asabiyyah, la parola araba che indica l’orgogliosa appartenenza a un gruppo, in Libano ha un’identità confessionale. C’è, secondo gli analisti, un venticello di novità che soffia sul Paese dei Cedri, ma quanto è “naturale” e quanto “artificiale”? Sugli equilibri interni pesano le strategie di alcuni Paesi esteri, di Israele e Stati Uniti in particolare (L’offensiva di Vaticano-Ordine di Malta-Banca Mondiale). A due anni (4 agosto 2020) dall’esplosione nel porto di Beirut, le cause e/o gli attentatori non sono stati individuati. Centinaia di morti (207, secondo le stime ufficiali), oltre seimila feriti, interi quartieri distrutti pesano su un governo che non è stato in grado di spiegare come abbiano fatto ad esplodere le quasi tremila tonnellate di nitrato di ammonio ammassate dal 2013 nei magazzini del porto.

Influisce, anche se non si sa in quale misura,  la posizione di Saad Hariri, l’ex premier che circa quattro mesi fa ha lasciato libero il proprio elettorato (70% dei sunniti) senza dare ulteriori indicazioni. I nemici dicono che la mossa è stata fatta per favorire Hezbollah. E questo è un altro fattore che influisce sulle scelte interne e sulle “pressioni” esterne (La proposta vaticana mentre Hezbollah guarda alla Cina). L’unico dato certo è che il “Partito di Dio” (Hezbollah), che nel 2006 costrinse i carri armati israeliani a ritirarsi e che nel 2018 conquistò 12 seggi, attira gli sguardi di chi ancora crede nella liberazione dei territori palestinesi occupati dalla forze armate di Tel Aviv. Per di più è Hezbollah che in Siria ha impedito e tuttora impedisce l’eliminazione (politica e/o fisica) del presidente Bashar al-Assad.

La moltiplicazione delle liste e dei candidati è un dato che fa prevedere una dispersione del voto. Ma a vantaggio di chi e di cosa? Il taghyir (cambiamento) sarebbe possibile se fosse la bandiera di un partito forte. Ed è soltanto uno slogan se urlato da candidati e formazioni con scarso seguito. Non va dimenticato che tra i numerosi elementi di conservazione va annoverata anche la legge elettorale. La composizione delle norme è complicata. Semplificando si può dire che è un sistema proporzionale con voto di preferenza e con la ripartizione dei 128 seggi della Camera tra le comunità cristiane e musulmane. Che a loro volta sono la sommatoria di molte “chiese”. I cristiani (circa il 56% della popolazione) si dividono in: cattolici, maroniti, greco-cattolici, armeno-cattolici, latino-cattolici, greco-ortodossi e protestanti. I musulmani si dividono in Sciiti (22% circa), Sunniti (15) e Drusi (7). Le norme stabiliscono una soglia di sbarramento che va calcolata sulla base dei risultati delle 15 circoscrizioni elettorali più grandi.

È probabile che più di uno tra i fantasiosi ingegneri istituzionali di casa nostra, i quali vivono tra Parlamento, Università e Centri Studi, sia invidioso della minuziosità araba.

Domani, dunque, i 4 milioni di elettori, più o meno, sceglieranno tra i 718 candidati distribuiiti tra 103 liste. La scheda elettorale praticamente è un lenzuolo.

All’estero i libanesi con diritto al voto hanno già espresso la loro volontà. Influiranno sul risultato finale? Sono poco meno di 200 mila e, se ciò che molti di loro hanno dichiarato nelle interviste, cioè la volontà di taghyir, è condiviso dai più e non è soltanto un’invenzione dei media, quei voti peseranno parecchio.

Ciò che l’ONU chiede costituisce un altro elemento del problema. Dal Palazzo di Vetro arriva da anni la richiesta di “sciogliere le milizie”. Non ci vuole l’interprete per tradurre “cancellate Hezbollah”.

I problemi economici (boom dei prezzi e della svalutazione, profughi da assistere etc.) sono i grandi assenti della propaganda politica che è stata, ripetiamo, imbastita sulla rivendicazione delle identità e dell’asabiyyah.

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