PAROLAI/FANFARONI. Nessuno più sa stare al proprio posto

Meno si sa e più si parla. Le persone che parlano di più sono generalmente quelle che ne sanno di meno. Il cosiddetto cittadino della strada parla solitamente di cose che non conosce affatto, ma anche nei ceti dominanti c’è una maggioranza che straparla ed una minoranza che conciona sulla base di conoscenze raccogliticce e usando esclusivamente informazioni ammaestrate. A prima vista, il fenomeno dei chiacchieroni da bar (oggi da social) sembrerebbe il frutto della diffusione di tesi come quella del “siamo tutti uguali”; le quali tesi autorizzano chiunque a parlare di qualunque cosa. La televisione ha creato un popolo di teleutenti e, dalli e ridalli, è andata perduta l’antica sana soggezione dell’inferiore nei confronti del superiore. Nessuna forma di razzismo. La verità è che un imbianchino si sente uguale a un Raffaello e un meccanico ad un Leonardo. Un povero semianalfabeta – paragonabile ad una groviera per quanti buchi presenta di grammatica e di sintassi – s’infuria se viene corretto e strilla che quello che conta è il contenuto e non la forma. Chissenefrega della grammatica nel momento in cui diffondo perle di saggezza?; e si autoincorona tronfio.

Ovviamente il confronto con la grammatica il tapino lo perde di sicuro mentre quello sui contenuti non è mai definitivo giacché a gareggiare sono altre groviere. Quando tutto manca, il presuntuosetto se ne esce con un “questa è la mia opinione… sono libero di pensare come mi pare… se quel filosofo la pensa diversamente sono cavoli suoi e non miei…”. Il più delle volte quelle che pomposamente questi parolai/fanfaroni definiscono “libere opinioni” sono accompagnate da offese e contumelie di ogni genere numero e caso. La volgarità è il segno distintivo del social.

Però però, se diamo uno sguardo al passato, scopriamo che di chiacchieroni saputelli ce ne sono sempre stati. «Dappertutto s’incontrano e chiacchierano persone, che marciano alla testa degli eserciti in Macedonia; che sanno dove piazzare gli accampamenti e quali siano i luoghi nei quali vanno messe le sentinelle. Queste persone conoscono i valichi e sanno attraverso quale valico si debba entrare in Macedonia. Sanno anche dove montare i granai; dove e come trasportare le vettovaglie, se per terra o per mare. Capiscono quand’è il momento di scontrarsi con il nemico e quand’è ora di stare fermi». Sono parole che Tito Livio, lo storico romano di ventuno secoli or sono, fa pronunciare al console Lucio Emilio Paolo che era stato incaricato di andare a mettere ordine in Macedonia. Il Senato temeva l’innesco di una reazione a catena: la Macedonia fuori controllo avrebbe spinto, su un fronte,  le città greche alla ribellione e, sull’altro fronte, l’invasione dell’Egitto da parte della Siria.

Se Roma ha dominato il mondo per più di dodici secoli, è anche perché calcolava e prevedeva. I fatti della quotidianità ci dicono che anche nel Palazzo si agisce senza prevedere contraccolpi o illudendosi di poter gestire eventuali reazioni. Un progetto per il futuro si limita a: che facciamo domani? I più preparati si chiedono: che facciamo dopodomani?

Anche nell’antica Roma, c’erano i chiacchieroni e gli strateghi da tavolino.  A loro il console propose: «Se c’è qualcuno il quale pensi di potermi consigliare sulle scelte più opportune nella guerra che vado a fare in Macedonia, ebbene non privi la Republica del suo prezioso contributo e venga con me in Macedonia. Avrà da me un imbarco, un cavallo, una tenda e anche i denari per il vettovagliamento».

Una proposta del genere oggi nessuno la potrebbe fare. Sarebbe giudicata una provocazione antidemocratica finalizzata a mettere il bavaglio alla libertà d’espressione e via pontificando.

A chi se ne sta comodo alla tastiera offendendo e tranciando sconsideratezze spacciandole per giudizi, ci si può, però, rivolgere prendendo a prestito le parole di Lucio Emilio Paolo: «A coloro i quali scelgano di starsene comodi in città invece di affrontare le fatiche militari, dico soltanto che non possono governare da terra la nave. Soddisfino la loro loquacità sui pettegolezzi urbani e lascino a noi le preoccupazioni della guerra».

Della serie: parlate di calcio e di musica, ma lasciate stare le cose serie.

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