La giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh uccisa dalle forze israeliane nel campo profughi di Jenin, nella Cisgiordania occupata

JENIN. Cecchino israeliano uccide una giornalista di Al Jazeera

«La giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh è stata uccisa dalle forze israeliane nella Cisgiordania occupata». La rete satellitare con sede nel Qatar trasmette la notizia senza se e senza ma. Per l’ennesima volta è confermato che i media di casa nostra non danno mai notizie “scomode”. A chi scrive vengono in mente i morti causati da “proiettili vaganti” quando era noto che a sparare erano state le “forze dell’ordine”. Il “proiettile vagante” salvava i buoni rapporti del cronista con le guardie e garantiva all’editore di non subire ritorsioni. La gente si sorbiva l’informazione addomesticata e il giorno dopo era pronta a sorbirsene altre. In tanti decenni, qualcosa è cambiato? No. Per la precisione, la mucillagine massmediatica sull’Ucraìna è made in Usa e perciò il giornalismo di casa nostra diffonde gli input con la benedizione non soltanto del governo nazionale. Qui la parola “nazionale” è geografica in quanto è dalla sconfitta militare del 1945 che l’Italia non è una Nazione indipendente e sovrana, checché ne dicono gli imbonitori che contrabbandano come “armistizio” la resa incondizionata dell’8 settembre.

Shireen Abu Akleh, 51 anni, stava seguendo un’incursione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin quando le hanno sparato in faccia. Indossava un giubbotto antiproiettile con la scritta “PRESS” e perciò un cecchino le ha sparato un solo colpo alla testa.

In una dichiarazione ufficiale di Al Jazeera leggiamo che Abu Akleh è stata «assassinata a sangue freddo» ed ha sollecitato la comunità internazionale a ritenere responsabili le forze israeliane.

Un altro giornalista palestinese, Ali al-Samoudi, è stato colpito alla schiena ma è sopravvissuto. Ora la sua testimonianza inchioda Israele. Ha detto che non c’era presenza di combattenti armati palestinesi sulla scena, quindi non s’è trattato di un “proiettile vagante” che disgraziatamente ha colpito la giornalista negli scontri tra Palestinesi e l’esercito di Tel Aviv.

«Stavamo lì per filmare il raid dell’esercito israeliano – ha raccontato Ali al-Samoudi – e all’improvviso ci hanno sparato senza chiederci di andarcene o interrompere le riprese. Il primo proiettile ha colpito me e il secondo ha colpito Shireen». Ed ha aggiunto: «Non c’era alcuna resistenza militare palestinese sul posto».

Shatha Hanaysha, una giornalista di stanza a Jenin che viaggiava nello stesso veicolo di Abu Akleh, ha raccontato: «Indossavamo tutti giubbotti ed elmetti. Eravamo quattro giornalisti in una zona esposta. Non ci sono stati scontri o spari sparati da combattenti palestinesi». L’esercito israeliano era schierato davanti a loro, ha ricordato Hanaysha, e dietro di loro c’era un muro. «L’esercito di occupazione (il territorio è occupato da Israele fin dal 1967; ndr) non ha smesso di sparare anche dopo che Shireen è caduta. Non ho potuto nemmeno allungare il braccio per tirarla a causa degli spari».

I giornalisti di Al Jazeera hanno espresso le loro condoglianze alla famiglia di Abu Akleh. «Shireen, per ogni giornalista palestinese e per ogni giornalista arabo, è un modello che abbiamo perso oggi», ha detto il giornalista di Al Jazeera Tamer Mishal. «Le tragiche immagini che abbiamo visto sui social media, sparate alla testa, mostrano che proveniva da un cecchino israeliano che le ha sparato un proiettile direttamente».

Evidentemente i giornalisti di casa nostra non leggono la stampa estera.

 

 

 

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