Walter con due dei miei figli, quand'ero in montagna

Walter, il compagno di lotta che tentarono di bruciare vivo

Nel 1974 Walter Spedicato gestiva la libreria della defunta Lotta di Popolo. Ci eravamo sciolti anticipando gli interventi poliziesco-politico-giudiziari che all’epoca colpivano le opposizioni con l’accusa di terrorismo. Ci eravamo trasformati in un’associazione culturale e il nostro punto di riferimento era una libreria al centro di Roma. Al nostro interno contavamo un paio di esperti del settore, ma nessuno aveva accettato di occuparsi di un’iniziativa commercialmente incerta senza la garanzia di un tot numero di stipendi assicurati. E Walter si era offerto di farlo come militanza politica. Un articolo a firma Sandra Bonsanti, pubblicato sul settimanale “Epoca” (2/XI/1974), prendeva di mira la libreria con tanto di foto e di indirizzo associandola a Lotta di Popolo, «organizzazione – scriveva la giornalista – sfuggente, difficile da colpire». A corredo, c’era anche la foto di un personaggio all’epoca molto discusso, noto come il Caccola, con il quale noi non avevamo mai avuto contatti; se escludiamo un mio breve incontro (ero con Enzo Maria Dantini) dal quale riportai una sgradevole impressione.

Il titolo dell’articolo “OLP: gli arabi in camicia nera” aveva una ragione politica oltre che di richiamo per il lettore: i Palestinesi supportavano Lotta di Popolo e dunque l’espansionismo israeliano sarebbe stato pienamente legittimato se i Palestinesi fossero stati marchiati come “fascisti” o complici di “fascisti”.

I compagni che vivevano di antifascismo militante scoprirono così dove si annidavano i fascisti-golpisti-stragisti (all’epoca il loro slogan era “ammazzare un fascista non è reato”) e attaccarono la libreria a colpi di molotov. Una si incendiò senza scoppiare, l’altra scoppiò mentre Walter era dall’altra parte della scansia divisoria con i libri. La libreria bruciò. Lui si salvò per miracolo dalle fiamme. Qualche ora dopo, la goliardia prese il sopravvento (ci capitava spesso anche nei momenti, diciamo così, più delicati) e dovette sopportare anche i nostri sfottò mentre si lamentava degli abiti bruciacchiati: «Devi ringraziare i tuoi piedi piattihai pestato l’incendio a pedate…» e via sfotticchiando.

Oggi è il trentesimo anniversario della sua morte e mi pare ancora di vederlo mentre faceva finta di incazzarsi con noi e minacciava vendetta, tremenda vendetta. All’epoca il clima era quello: attacchi e contrattacchi. Ci eravamo illusi di esserci tirati fuori, ma il sistema non ce lo permetteva. Gli scontri, gli omicidi, gli incendi… la strategia di certe combriccole al potere si basava per i propri fini sugli estremisti cattivi e terroristi e il sistema massmediatico svolgeva (come oggi per l’Ucraìna) il compitino assegnatogli: diffondere gli input creati a bella posta. M’è capitato anche in anni recenti di sentirmi dire: Lotta di Popolo? eri con i fascisti che mettevano le bombe? Per la faccenda ucraìna, dunque, ci vorranno decenni prima che le notizie vere saranno state separate da quelle false.

Inutile dire che Walter lavorò con noi a risistemare alla meno peggio la libreria (poi uno dei nostri che aveva messo su una impresa di ristrutturazioni si occupò di rifarla). Il suo lavoro in libreria era soprattutto politico. Forse esagero, ma sono tuttora convinto che “Terza Posizione” abbia dato i primi vagiti in braccio a papà Walter.

Più che compagni di lotta eravamo diventati amici. Breve digressione: stretti tra i “compagni” e i “camerati”, noi di “Lotta di Popolo” ci chiamavamo “compagni di lotta”. Fin dai tempi del “Movimento studentesco di Giurisprudenza” facevamo di tutto per distinguerci, far vedere ai rossi e ai neri che noi andavamo oltre le vecchie contrapposizioni, che eravamo alla ricerca di sentieri nuovi. Gli schematismi ereditati, anche quelli, erano utili al sistema.

E fu a Legge, alla Sapienza, che c’incontrammo la prima volta. Avevamo deciso in assemblea di occupare la facoltà. Dopodiché, all’ora di pranzo gli entusiasti occupanti si ridussero della metà, all’ora di cena restammo in undici. Di quelle centinaia di giovani urlatori decisi a cambiare il mondo, restammo noi, i soliti, più tre nuovi e uno di questi era Walter.

La giornata di chi occupa è, per certi versi monotona: assemblea la mattina, incontri e stesura di documenti e comunicati il pomeriggio e cazzeggiamenti vari la sera. Qualcuno scrisse addirittura che noi sulle aule avevamo indicato con i numeri dove si faceva l’amore a due, a tre, a quattro… in effetti il sesso libero, importato dalle università americane, s’era diffuso velocemente. I giovani di adesso non possono nemmeno immaginare in quale società bacchettona eravamo cresciuti. Giusto per dare un’idea: era proibito baciarsi (un maschietto e una femminuccia) in pubblico. Per baciare la ragazza toccava andare alla stazione e fingere un bacio d’addio. Sembrano cose di mille anni fa, ma sono di ieri.

Tornando a Walter, una mattina svegliò tutti gli occupanti strillando di ius conditum e ius condendum (antica questione già trattata da Platone). Ci precipitammo all’ingresso e vedemmo Walter resistere a due poliziotti (entrambi hanno fatto fruttuose carriere, uno era Umberto Improta) decisi ad approfittare del cancello rimasto aperto. Walter mi guardò con l’aria del maestro di fronte alla marachella dell’alunno, ma non mi accusò. Il responsabile, infatti, ero io. La sera prima ero stato “prelevato” da un paio di ragazze perbene e portato ad una festa. Provarono il brivido di stare con un rivoluzionario dopo che c’eravamo rinchiusi in camera da letto. Ero tornato all’università che era quasi all’alba e senza aver completamente metabolizzata la sbronza, e così non chiusi il lucchetto della catena al cancello della facoltà. Quel cancello aperto rimase per tutti un mistero. Fu anche divertente ascoltare le ipotesi “complottiste” che venivano lanciate quando rispuntava l’argomento-cancello.

Anni dopo, quando, per ragioni di “salute”, me ne andai in montagna insieme con la famiglia, prese l’abitudine di venire a portare regali per i figli e a raccontarmi le novità. A volte accompagnava qualche giovane speranza che dovevo assolutamente conoscere.

Ci siamo frequentati per decenni. Quasi ininterrottamente. Di episodi di lotta e di avventure goliardiche è superfluo parlarne qui. Qualcuno, un giorno, forse ci scriverà su un libro, come gli dissi l’ultima volta che ero andato a trovarlo in ospedale.

L’abitudine di Walter alla cautela (a telefono etc.) l’ha salvato dalla cattura durante gli anni di latitanza. È stato l’unico dei compagni di lotta a non essere stato individuato dalle guardie. Morì il 9 maggio del 1992. Aveva 45 anni.

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