UCRAÌNA. È la prima guerra 3.0 ed è una sfida per il giornalismo

Che fine hanno fatto i giornalisti? Quelli che raccontavano le cose che vedevano, che intervistavano i potenti senza inginocchiarsi, che manifestavano apertamente le proprie opinioni, che sbattevano la porta e se ne andavano rifiutando la censura imposta dalla direzione e/o dall’editore, quei giornalisti, dunque, dove sono? Una forte riflessione l’ha fatta al seminario della Fondazione Murialdi a Roma lo scorso 30 aprile Michele Mezza, “inventore” nel 1998 di “Rainews24”, e oggi docente di Marketing e new media all’Università Federico II di Napoli.

Il fatto che i giornalisti siano “embedded”, cioè arruolati da questa o da quella fazione, non è una novità. È inevitabile schierarsi,, se si vuole lavorare. Il giornale o comunque il media che paga vuole fedeltà e obbedienza. Sta al giornalista riuscire a giostrare per conservare margini di autonomia, dribblare la censura e uscire dal coro. La guerra in Ucraìna ha segnato un’ulteriore svolta, che, come dice Mezza, «stressa il ruolo dei giornalisti, arruolandoli non in una specifica parte ma nella stessa idea di guerra». Mezza spiega che in Ucraina si sta combattendo la prima guerra 3.0, perché è «la prima volta che lo scontro militare vede in campo tutti gli strumenti tipici del giornalismo attuale, che diventano veri e propri sistemi d’arma».

La resistenza ucraina è stata appoggiata dalle grandi piattaforme digitali,  Google, Facebook, Amazon, Twitter… mentre Microsoft ha assicurato le intercettazioni delle comunicazioni digitali delle truppe russe, favorendo il cecchinaggio nei confronti degli alti ufficiali.

Mezza cita «l’impegno massiccio del gruppo di Elon Musk che con la sua poderosa flotta satellitare, forte di qualcosa come 18 mila satelliti, scannerizza ogni centimetro quadrato del territorio ucraino rendendo visibili e dunque un bersaglio, tutti gli oggetti o i singoli militari russi».

Il giornalista è parte del dispositivo militare-industriale che si fronteggia nella crisi bellica. Se il destino del giornalista è fronteggiare un sistema professionale mediato da un algoritmo, allora, dice Mezza, «proprio come sta accadendo su Twitter dobbiamo aprire gli algoritmi».

«Bisogna pretendere – continua Mezza – di riprogrammare gli algoritmi, così come riprogrammammo la prima catena produttiva nel passaggio dal caldo al freddo in tipografia. Oggi è più complicato certo, ma abbiamo anche più saperi, più competenze e più consapevolezza».

Il governo deve aprire con i giornalisti un tavolo che traduca il nuovo Digital Market Act, approvato dall’Unione Europea, che prevede proprio la condivisione di algoritmi e data base, in una procedura speciale per l’informazione. «Dobbiamo pretendere – dice Mezza – la doppia chiave del software e riprogrammare, con piattaforme di pubblica utilità l’upgrading dell’algoritmo. Il pericolo non è il prototipo dell’intelligenza artificiale, ma è il machine learning, quando il bot impara e comincia a cresce. Lì dobbiamo imporre un controllo negoziale: nuovi profili professionali, nuove funzioni, nuove ambizioni per un giornalismo che renda la sicurezza una variabile della libertà e non viceversa».

Se non ci si impegna per un salto della professione, vincerà un simulacro dell’informazione gestito da gente che fa continui copia-incolla, senza preoccuparsi di verificare alcunché.

 

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