UCRAÌNA. Le marce della pace devono partire da Washington

Quando finirà la guerra in Ucraìna? Quando lo decideranno gli Stati Uniti. Sono stati loro a scatenarla e soltanto loro la possono fermare. Non è che gli americani siano cattivi, guerrafondai e imperialisti. È che gli Usa non possono dormire sugli allori se non se li vogliono perdere (o per evitare che altri se li freghino). Una grande potenza dev’essere in continuo movimento: se si ferma, è perduta. Finita la contrapposizione Usa-Urss, gli americani sono rimasti da soli a dominare. La Cina, checché ne dicano gli strateghi da tastiera, non è ancora arrivata alla fine della lunga marcia. Una potenza è tale quando il benessere è più o meno distribuito equamente sull’intero territorio, quando non bastano due o tre fabbriche ad alta tecnologia a compensare le migliaia che camminano a carbone e con grandi masse di manodopera… insomma gli Stati Uniti sono una potenza. Nel suo piccolo anche l’Italia è una potenza: lo scarto Nord-Sud si misura comunque a livelli alti. Nonostante gli apocalittici allarmisti da salotto tv, non c’è nessuno che muoia di fame. Il nostro livello di povertà non ha niente che vedere con la povertà dell’India (potenza nucleare e bla bla) o dell’Etiopia. Il povero in Italia ha il cellulare; non di ultima generazione, ma ce l’ha.

Questa digressione è stata necessaria per inquadrare meglio lo scenario internazionale che abbiamo di fronte. La Russia, per esempio, ha prodotto al momento i migliori caccia sul mercato, ma ne ha tre (3) esemplari. Produrne in quantità utile alla guerra costerebbe troppo e così sull’Ucraìna volano vecchi modelli che un bravo utilizzatore di Stinger può buttare giù premendo un grilletto. Sono aerei in gran parte degli Anni Sessanta che, fra l’altro, non portano bombe intelligenti (che si lanciano da lontano) ma bombe normali che si lanciano da vicino cioè alla portata di uno Stinger.

L’addestramento delle truppe è costoso. Un soldato italiano (e chi ha fatto il militare sa quanto siano scarse le dotazioni per via dei costi) in addestramento spara 200 colpi all’anno (lo stretto indispensabile), il russo ne spara 5 (cinque!). Quelli che sparano gli americani non si contano. I paracadutisti italiani fanno 5 lanci all’anno, il parà russo ne fa uno (l’americano 20). Le eccellenze sono concentrate in pochi siti. Le armi potenti sono poche, sufficienti per le parate. La Cina, per esempio, ha due portaerei e due in arrivo. Gli Stati Uniti ne hanno 11 (+ 2 in arrivo e 7 in progettazione).

È necessario rendersi conto delle proporzioni, sennò si parla a vanvera. Non si tratta di mettere in dubbio il fatto che la Cina stia crescendo e che diventerà una grande potenza, ma il reddito pro capite annuo nel 2019 non arrivava a cinquemila dollari (quello italiano sfiorava i 34 mila dollari) e questo fa capire che il Dragone ha una testa potente e un corpaccione debole.

Sperando siano sufficienti questi pochi dati per inquadrare meglio la situazione, torniamo al tema della pace che soltanto Washington può imporre (dopo aver imposto la guerra).

Un mese prima che le forze armate ucraìne cominciassero a bombardare il Donbass (regione con meno del 9% della popolazione totale che faceva il 25% dell’intero export ucraìno e il 20% del Pil), Henry Kissinger tracciava sul quotidiano “Washington Post” le linee guida per evitare la guerra. Era il 5 marzo del 2014, quando l’ex segretario di Stato Usa, che aveva lavorato segretamente per l’incontro Nixon-Mao e che, forse, ha una dimestichezza con la geopolitica superiore ai forsennati volgari offensori da social, scriveva: «L’Ucraina non dovrebbe aderire alla NATO, una posizione che ho preso sette anni fa, quando è emersa l’ultima volta». Kissinger faceva una premessa essenziale a proposito della contrapposizione tra l’Ovest e l’Est dell’Ucraìna: «Qualsiasi tentativo da parte di un’ala dell’Ucraina di dominare l’altra porterebbe alla guerra civile (…). Trattare l’Ucraina come parte di un confronto est-ovest farebbe affondare per decenni qualsiasi prospettiva di portare la Russia e l’Occidente, in particolare Russia ed Europa, in un sistema internazionale cooperativo».

Ma è questo che vorrebbero gli Stati Uniti? Una cooperazione UE-Russia? Ma ci facci il piacere!, direbbe Totò. Che cos’è la politica estera, secondo Kissinger, se non l’arte di stabilire le priorità? Il risultato, a suo dire, non è la soddisfazione assoluta ma l’insoddisfazione equilibrata.

E aggiungeva: «L’Occidente deve capire che, per la Russia, l’Ucraina non può mai essere solo un paese straniero (…) L’Ucraina fa parte della Russia da secoli e le loro storie si sono intrecciate prima di allora».

Un altro fatto veniva deprecato da Kissinger: «Per l’Occidente, la demonizzazione di Vladimir Putin non è una politica; è un alibi per l’assenza di una politica». Demonizzare (Putin è un mostro, mangia i bambini, è un bolscevico del KGB, è un prepotente malato di… etcetera ecceterone) è la via comoda che imboccano solitamente i teleutenti amici di Maria. Analizzare, ragionare, mettere da parte antipatie e simpatie, silenziare la voglia di tifo, tutto ciò è troppo difficile. E Kissinger metteva in guardia: «Se non si raggiunge una soluzione basata su questi elementi o elementi comparabili (cioè lo smussamento degli angoli; ndt), la deriva verso il confronto accelererà. Il momento arriverà abbastanza presto».

In sostanza: se gli Usa non avessero addestrato e rifornito le forze armate ucraìne per la lunga guerra nel Donbass, se non avessero ”favorito” l’ascesa di un governo ansioso di entrare nella NATO, se non avessero incoraggiato Kiev… se gli Stati Uniti avessero scelto la pace, oggi non ci sarebbe la guerra. Ma, come detto in apertura, per gli Usa la politica di espansione è necessaria per rimanere in testa. Perciò Kissinger si rivolgeva all’Occidente in generale e all’Europa in particolare.  Soltanto se partono da Washington, hanno effetto le marce della pace.

 

 

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