IRAQ. Più soldi dal petrolio, ma è paralisi in Parlamento

Meno male che il petrolio c’è. Il ministro del petrolio (Oil minister Ihsan Abdul Jabbar) ha fatto sapere che a marzo l’export di greggio ha portato 11,07 miliardi di dollari nelle casse statali. L’export a febbraio (produzione di 3,3 milioni di barili al giorno) aveva portato 8,5 miliardi di dollari, eppure i 41 milioni di abitanti hanno la corrente elettrica a intermittenza perché, nonostante gli enormi giacimenti di petrolio e gas, l’Iraq è nelle morse di una crisi energetica, per cui dipende tuttora dalle importazioni. L’Iran fornisce circa un terzo del fabbisogno iracheno di gas ed elettricità, ma le forniture non sono regolari. Dopo decenni di bombardamenti, alla ricostruzione irachena servono quattrini e le entrate petrolifere rappresentano il 90% del bilancio statale, mentre la crisi politica (dopo le elezioni di sei mesi fa, il Parlamento non ha ancora eletto il presidente) paralizza il Paese. Società cinesi hanno preso il posto di quelle occidentali che avevano abbandonato l’Iraq e, grazie a loro, il sistema economico complessivo riprenderà a camminare. L’aumento di export petrolifero iracheno è stato concordato dall’Opec+ (i 13 Paesi dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio + i 10 Paesi guidati dalla Russia) ma gli Usa hanno chiesto di aumentare ulteriormente le quote per raffreddare i prezzi saliti a causa della crisi ucraìna.

Intanto, al Parlamento iracheno non si riesce a raggiungere il quorum necessario per l’elezione del nuovo presidente. La Corte suprema federale, la più alta autorità giudiziaria della Repubblica d’Iraq, ha dato tempo fino a dopodomani (6 aprile 2022). Se i partiti non troveranno un accordo, è probabile che si tornerà alle urne. L’elezione del capo dello Stato è fondamentale perché il presidente ha il potere di nominare il capo del governo. I candidati che tengono il Parlamento in scacco sono il presidente attualmente in carica Barham Saleh (PUK-Unione Patriottica del Kurdistan) e il suo rivale diretto Rebar Ahmed (KDP-Partito Democratico del Kurdistan). In totale, comunque, i candidati sono una quarantina. Nella lotta politico-partitica le denunce per corruzione sono diventate lo strumento più facile per eliminare l’avversario e l’Iraq non fa eccezione. A causa di una denuncia per corruzione (ovviamente tutta da provare) la Corte suprema aveva escluso la candidatura del veterano Hoshyar Zebari (KDP) per cui Muqtada al-Sadr, il vincitore delle elezioni generali e leader sciita del blocco più grande, aveva dovuto dirottare l’appoggio da Zebari ad Ahmed. Il progetto di al-Sadr è noto: presidente Ahmed e premier Jaafar al-Sadr. Che, oltre ad esser l’attuale ambasciatore a Londra, è cugino nonché cognato di al-Sadr. Ecco il motivo per il quale il Parlamento non riesce mai a raggiungere il quorum necessario. Gli altri partiti non hanno i numeri per vincere ma hanno quelli sufficienti a bloccare l’elezione di Ahmed.  A Muqtada al-Sadr converrà tornare alle elezioni o cambierà il progetto? Poche ore e si saprà.

 

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