NICARAGUA. Via il nunzio apostolico. Braccio di ferro con la Chiesa

Deve averla combinata grossa il nunzio apostolico in Nicaragua. È vero che il governo del presidente Daniel Ortega (al suo quinto mandato consecutivo) non è, diciamo così, un modello di virtù: è stato un guerrigliero sandinista, molto inviso agli americani, per esempio. Quando un popolo è tanto affezionato al capo ci possono essere soltanto due ragioni: o è un capo illuminato che fa il bene del popolo oppure è un capo che s’impone con la forza. Probabilmente Ortega è tutt’e due. Monsignor Waldemar Stanislaw Sommertag sarà di certo andato oltre le mansioni diplomatiche solite, aiutando qualche dissidente o, perfino, sostenendo in segreto l’opposizione. La Chiesa cattolica opera nel mondo da duemila e passa anni e ciò lo si deve, oltre che allo spirito santo, ad un servizio segreto di primo livello ed alla capacità manovriera acquisita nel corso dei secoli. Sta di fatto che il governo nicaraguense ha tolto il gradimento al nunzio: se ne deve andare subito.

La Santa Sede s’è detta sorpresa e rammaricata, ovviamente, ed ha rilasciato un comunicato ufficiale nel quale ha ricordato (non senza malizia) «la sua partecipazione come testimone e accompagnatore del tavolo di dialogo nazionale tra il governo e l’opposizione politica, in vista della riconciliazione del Paese e della liberazione dei detenuti politici». Tutto qui? Accompagnava il dialogo? e i detenuti fuori dal carcere? e l’opposizione a sostituirsi al governo di Managua?

Quando uno Stato, anche il più scalcinato e traballante, arriva al punto da espellere uno o più diplomatici, significa che ci sono prove documentali. C’è da scommettere che se la reazione della Santa Sede non fosse stata limitata al rammarico e alla sorpresa, bensì più energica, avremmo avuto un diluvio di “violazioni di segreto istruttorio”, per così dire.

Il nunzio Sommertag al tavolo con prigioniere politiche

Monsignor Sommertag era nunzio apostolico a Managua da circa quattro anni e perciò non abbastanza esperto di come muoversi in un Paese, nel quale circa il 60% della popolazione è cattolica (e questo assicura alla Chiesa grandi spazi di manovra) ma dove l’attiva presenza nota e ignota di uomini e donne di Washington (e non solo) opacizza abbastanza la visuale.

C’è, inoltre, un fatto abbastanza curioso. Nel comunicato della Santa Sede si fa riferimento anche ad un’intervista rilasciata due anni fa a Radio Vaticana-Vatican News, nel corso della quale monsignor Sommertag disse fra l’altro: «Non si può nascondere che questo processo (di riconciliazione; ndr) è veramente fragile e tutto dipende dalla volontà politica delle due parti. C’è sfiducia nazionale e internazionale, perché il clima è effettivamente teso. C’è da augurarsi che prevalga il buon senso e che si arrivi presto ad una soluzione negoziata e pacifica che le parti siano veramente in grado di rispettare».

Che sia in corso un braccio di ferro tra Ortega e la Chiesa, non v’ha dubbio. Resta da vedere come andrà a finire.

In ogni caso, due anni dopo quell’intervista, cioè cinque mesi fa, Daniel Ortega è stato eletto per la quinta volta. Quando, lunedì 10 gennaio, ha giurato come presidente, Usa e Ue hanno fatto conoscere le nuove misure di pressione (restrizioni ai visti e sanzioni). Il Consiglio Ue ha ricordato che l’8 novembre 2021 l’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza aveva rilasciato una dichiarazione a nome dell’Ue in cui sottolineava che le elezioni tenutesi in Nicaragua il 7 novembre 2021 s’erano svolte senza garanzie democratiche e che i loro risultati erano, pertanto, illegittimi.

Il Consiglio supremo elettorale (Cse) aveva assegnato il 76% dei consensi a Ortega, candidato del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln), contro il 14,4% dato all’esponente del Partito liberale costituzionalista (Plc) Walter Martinez.

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