Status quo, curricula, midia: la vittoria degli ignoranti

La continua citazione dello “status quo” per sottolineare l’invarianza degli incarichi, giacché Mattarella resta al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi, accomuna i belli, i brutti e i cattivi della politica italiana a molti superpagati commentatori televisivi. Quelli che non hanno studiato il latino a scuola sono giustificati: non è colpa loro se sono geometri o ragionieri, cioè se hanno seguito un cursus scolastico che non comprende il latino tra le materie di studio. Massima responsabilità, invece, hanno coloro i quali avevano tra le materie di studio il latino ma l’hanno studicchiato conservandone poi ricordicchi. Sanno che il nominativo dell’ablativo statu è status e perciò declinano per far vedere che loro il latino lo sanno.

Mi ricordano Marco Pannella che tra le fissazioni aveva anche quella di declinare curriculum e perciò, quando erano più di uno, diceva curricula, perché plurale. Era una dignitosa fissazione (per la quale lo prendevo in giro), per niente paragonabile a quelli che pronunciano midia la parola latina media (che non è altro che il plurale di medium, cioè mezzo/strumento).

C’è ancora qualcuno che dice sports quando parla di molti sport? o films quando i film sono più di uno? In breve: la regola è che le parole di altre lingue entrate a far parte della comunicazione quotidiana non seguono più le regole grammaticali originarie.

Per l’espressione status quo, marchiana storpiatura dello statu quo, va innanzitutto premesso che l’ablativo assoluto è indeclinabile. Nonostante autorevoli voci ammettano la forzatura in status quo, chi ha studiato bene il latino sente la violazione come un musicista avverte subito la nota stonata. Al momento, non ci viene in mente nemmeno una delle pagine di Livio, di Tacito, di Cesare… nelle quali l’autore scriveva che la situazione era quella dello statu quo ante, cioè che era rimasta uguale a quella che era prima, e ce ne dispiace. Anche il Battaglia accetta l’espressione status quo, visto che è generalmente usata, ma grammaticalmente è incomprensibile: nell’ablativo assoluto statu quo ante è perfetto, status è il nominativo singolare (genitivo: status; dativo: statui; accusativo: statum; vocativo: status; ablativo: statu); per il plurale, il nominativo, l’accusativo e il vocativo è status (ci sono differenze di accenti, ma andremmo troppo nello specifico).

Per quanto riguarda quo, va detto che è l’ablativo maschile e neutro del pronome relativo qui, quae, quod (il quale, la quale, che). Ora qualcuno dovrebbe spiegare come faccia quo a concordare con status, a meno che non si dica status in quo, stato nel quale. Sono questioni di lana caprina? Ceeerto che sì in una società nella quale un giovane non indossa una giacca perché le maniche rivelano che si tratta di un vecchio modello.

Giovanotti e giovanotte sono più che attentissimi a notare le scarpe, la gonna, i pantaloni, insomma un qualsiasi capo d’abbigliamento fuori moda, che volete che gliene frega di una pinzillacchera di una lingua morta? Per di più, loro si “messaggiano” con simboli, x, tvb senza alcun riguardo per grammatica e sintassi. Ed è inutile spiegare che la perdita della propria lingua è un forte indebolimento dell’identità.

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close