ELEZIONI PRESIDENTE. La corsa al Quirinale è per battere Salvini

Il centrosinistra, che già aveva minacciato di disertare l’aula se fosse stato candidato Berlusconi (contro il quale era stata organizzata una attrezata campagna), continua a bocciare ogni proposta del centrodestra. Evidentemente c’è un piano a firma Letta&co. E qual è? Portare Mario Draghi al Colle e fare un soddisfacente governo “politico” così da poter spendere senza intoppi la montagna di miliardi nella cassaforte gestita dall’ex governatore della Bce.

È un obiettivo assai rischioso perché a Bruxelles già stanno pensando di dare una sfoltita ai miliardi messi a disposizione dell’Italia, in quanto un governo traballante non darebbe più le garanzie indispensabili.

Avevamo già scritto che un Draghi presidente di una repubblica presidenziale avrebbe assicurato una gestione realmente produttiva dei soldi e perciò consigliavamo al presidente del Consiglio di aspettare il momento opportuno per far varare la riforma costituzionale necessaria. Chiedevamo quanto grande fosse la sua vanità e quanto il rispetto degli impegni presi sedendosi a Palazzo Chigi. Il fatto che se ne stia zitto pubblicamente e che sia diventato un forsennato telefonista in privato rivela la verità: s’è candidato ma lo vuole dire soltanto quando sarà certissimo di vincere a mano bassa.

Intanto, tocca dire qualcosa a proposito dei commenti più frequenti che girano sui media. L’attuale presidente della Repubblica ha detto che sarebbe ai limiti della Costituzione accettare un secondo mandato. La dichiarazione di Sergio Mattarella è la più gettonata da chi ne contesta la rielezione.

Che fra il democristiano Mattarella e il comunista Napolitano non scorra buon sangue fa parte delle regole del gioco ma accusare l’ex presidente, pardon, emerito, di non essere stato fedele custode della Costituzione è un tantinello esagerato. La cosa strana è che nessuno, tra gli eletti grandi elettori o tra gli autorevoli commentatori frequentatori di salotti e salottini radiotelevisivi e neppure tra famosi giornalisti, ha ricordato che Giorgio Napolitano è stato presidente della Repubblica per due volte, la prima volta nel 2006 eletto alla quarta votazione e la seconda nel 2013 alla sesta votazione.

Vorrà qualcuno fare il bis, rieleggendo Mattarella alla quinta o alla sesta votazione?

Un’altra voce diffusa è che è un vergognoso scandalo perdere tanto tempo per fare un presidente, che è una scandalosa vergogna il disaccordo in Parlamento. Poi c’è chi dà la colpa al centrodestra e chi al centrosinistra. Quelli che parlano sanno che per eleggere presidente Antonio Segni ci vollero nove votazioni? E 21 per eleggere il successore Giuseppe Saragat? Che servirono 23 (ventitrè) votazioni per eleggere Giovanni Leone? Il tanto beneamato Sandro Pertini arrivò al Quirinale dopo 16 votazioni. A quanto il vecchio cronista ricordi, soltanto Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi furono eletti alla prima votazione. Per i semprepronti alla critica, va specificato che anche Enrico De Nicola fu eletto alla prima votazione ma la carica era di “capo provvisorio dello Stato”.

Ma quelli erano tempi di contrapposizioni frontali, di un partito di maggioranza spaccato in correnti, di un enorme partito d’opposizione finanziato dai nemici dell’Italia e cioè dall’Unione Sovietica e via ricordando. Oggi invece cosa abbiamo? Due coalizioni, delle quali una è dominata dagli eredi della Dc e del Pci, e l’altra è acefala da quando Silvio Berlusconi ha perso il controllo di Forza Italia ridotta poi ai minimi termini. A corredo ci sono movimenti e partitini che vanno a velocità inversa: i Cinquestelle precipitano e Fratelli d’Italia sale verso percentuali a due cifre.

Di altri  è inutile parlare perché dipendono dai vezzi dei loro padroncini. Se si guarda alla composizione dei gruppi di Camera e Senato ci si rende conto di una proliferazione mai registrata ai tempi del proporzionale. Quindi? La partita si riduce al ridimensionamento della figura di Matteo Salvini in modo che alle prossime elezioni non vada a fare l’asso pigliatutto. Tutto qua. L’importanza del presidente, la ricerca del nome super partes e analoghe amenità sono letteratura per l’infanzia.

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