Elezioni all'insegna del rosso

QUIRINALE. L’anima democristiana di Letta è il tesoretto del Pd

Pare di sentire i compagni cantare in coro “… e meno male che Letta c’è”. La cultura democristiana, quella di uomini avvezzi a fare il bagnetto al diavolo nell’acquasantiera, sta stravincendo. I poveretti del centrodestra vanno a rimorchio come i ragazzini appresso al flautista ingannato. Tutto il fronte delle sinistre e dei centri ad esse collegate avevano dichiarato con estrema durezza di non voler nemmeno parlare con il centrodestra finché fosse stato in campo Silvio Berlusconi. Il Cavaliere ha capito subito di non avere speranze ma non si è ritirato altrettanto subitaneamente. Il senso dello spettacolo e la voglia di avere addosso, forse per l’ultima volta, i riflettori l’hanno sospinto verso un allungamento dei tempi. È probabile che abbia anche usato il tempo per qualche telefonata utile a sondare il terreno (sia il proprio che quello di una parte dell’altro fronte) allo scopo di verificare la possibilità di sponsorizzare un candidato. Dalla dichiarazione di abbandono del campo (che ha fatto fare ad altri: misero epilogo della discesa in campo del 1994) si capisce che stavano tutti con il fucile spianato ad impallinare chiunque lui avesse candidato.

Enrico Letta, segretario di un Pd in recupero come s’è visto alle recenti elezioni, ha pescato abbondantemente nel bidone scudocrociato. Il no a Berlusconi è stato accompagnato da un profluvio di dichiarazioni a proposito di un candidato autorevole, super partes, sensibile e condiviso. Al vecchio cronista viene voglia di andare a contare i presidenti della repubblica non di parte. A vantaggio di chi non gradisce le rievocazioni storico-pedagogiche, ci limitiamo agli ultimi due: Giorgio Napolitano, militante comunista da quand’era ragazzino, e Sergio Mattarella, ex vicesegretario della Dc approdato al Pd passando per il Ppi e la Margherita. Accettando le voci di regime che dicono meraviglie sull’obiettività, l’equilibrio etcetera ecceterone dei due, va sottolineato che prima di salire al Colle erano due politicanti di lungo corso. Questo per dire che la manfrina del candidato super partes è una…manfrina. Qualcuno più attento potrebbe ricordare l’indipendente Carlo Azeglio Ciampi, ma qui non c’è spazio per dimostrare come anche i cosiddetti tecnici non sono mai indipendenti sennò la carriera non la fanno.

Quando il Cavaliere s’è ritirato, qual è stata la mossa di Letta? Ha ordinato di votare scheda bianca contando sulle frizioni interne del centrodestra. Se fosse stato per Matteo Salvini, il centrodestra sarebbe cascato nella trappola andando a votare in ordine sparso questo o quello. Ma i democristiani non stanno soltanto a sinistra, ce ne sono parecchi pure dall’altra parte e così anche il centrodestra ha deciso di votare scheda bianca (incluso il partito di Giorgia Meloni, la quale poi ha deciso di non stare più al gioco votando per Guido Crosetto).

Qual è la differenza con il passato? Che in attesa di arrivare alla quarta votazione (quando si richiede la maggioranza semplice) i partiti votavano candidati di bandiera a Montecitorio mentre nei ristoranti, nei salotti e, soprattutto, nei corridoi i “big” si incontravano per decidere la vera candidatura. Stavolta non ci sono stati candidati di bandiera e questo è sufficiente a dimostrare la pochezza dei fantomatici grandi elettori.

Letta, dunque, ha sostituito il mantra “no a Berlusconi” con il mantra “una persona superpartes”. Cosa significasse s’è scoperto quando dal centrodestra è arrivata un rosa di nomi, tutti autorevoli esponenti delle istituzioni. Letta ha minacciato la crisi di governo. In buona sostanza: qualunque sarà il candidato del centrodestra noi lo bocceremo e se, per caso, dovesse essere eletto andremo alle elezioni anticipate.

Qui il segretario Pd ha fatto un passo falso, a parere del vecchio cronista. In questo Parlamento -l’ultimo con 630 deputati e 315 senatori – (Il taglio al Parlamento rafforza il deep state) quelli che non temono le elezioni sono al massimo una cinquantina. Tutti gli altri hanno paura di perdere la medaglietta: alle prossime elezioni il Parlamento sarà dimezzato e centinaia di parlamentari non saranno ricandidati. Letta dovrebbe mettere in campo tutta la panoplia di armi democristiane: a uno promettere l’elezione, ad un altro la presidenza regionale, a chi la nomina a direttore/presidente di un Cnr, Cnel, Teatro dell’Opera… e a chi un impiego per il figlio, una licenza commerciale, un finanziamento alla fabbrichetta… In questo modo, potrebbe riuscire a convincere i suoi a votare contro il governo. Ma i cinquestelle? Come convincerli? Titoli e promozioni da distribuire sarebbero eccessivi per Letta, al posto suo ci vorrebbe un Forlani, tanto per citare uno dei tanti cavalli di razza scudocrociati.

La minaccia è una pistolona ma è caricata a salve. Letta lo sa, ma conta sul bluff che spaventa. E nel centrodestra i cuor di leone sono pochini, nonostante gli atteggiamenti spavaldi etc.

Potrebbe un candidato presentato da Matteo Salvini raccogliere tutti voti del centrodestra con i voti mancanti assicurati da provvisori alleati scovati nel fronte avversario? Impossibile. Non ha speranze. Addirittura gli uomini di Letta hanno già fatto sapere che se anche candidasse l’attuale presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, il no sarebbe sicuro con relativo sputtanamento della Signora e indebolimento di Salvini come “capo” del centrodestra (https://internettuale.net/3667/sconfitto-da-strategie-primitive-salvini-apre-la-strada-a-prodi).

In tutto ciò, il centrosinistra non ha fatto nemmeno un nome. Ricapitolando: il centrodestra non manderà al Quirinale una persona senza il sì del centrosinistra, ma Letta riuscirà a far eleggere un proprio candidato con un po’ di voti racimolati tra quelli del centrodestra per i quali la galoppata di Salvini verso le vette chigiane è una maledizione.

Fermare Salvini, perché è l’unico imprevedibile, facile ai colpi di testa e perciò non controllabile, è questo l’obiettivo principale di Letta che nasconde abilmente con la guerra quirinalizia.

L’esperienza insegna che quando i rossi (in questo caso rosé) demonizzano un avversario è perché è per loro un pericolo. Quando ne cantano le lodi, significa che è un poverocristo (ricordate Fini?) destinato ad essere macellato nell’indifferenza generale.

Dice Letta: riuniamoci tutti intorno ad un tavolo e decidiamo insieme. Nel taschino ha un paio di nomi tra i quali il centrodestra dovrà scegliere.

Per quanto riguarda Draghi, ha vinto la vanità (https://internettuale.net/4981/quirinale-ma-quante-vanitoso-draghi-la-risposta-a-breve). Andarsene al Colle strafregandosene dell’impegno per l’Italia dimostra quanto patriottico sia. Una persona seria avrebbe smentito subito la candidatura e avrebbe guadagnato un sacco di punti.

 

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