D'accordo, mi vaccinerò.

QUIRINALE. Il potere reale che sta dietro il Palazzo

L’attività politica ha vaste somiglianze con un’impresa collettiva; anche cooperativa, per certi versi. Tutte le parti sono coinvolte in un processo di decisione collettiva, nel senso che ciascuna parte cerca di guadagnarci di più nell’ambito del necessario confronto con tutti e non nel senso di una strategia collettiva unitaria e condivisa. In linea di principio, in regime democratico, tutte le parti politiche hanno la possibilità di guadagnare qualcosa a nome, ovviamente, del pubblico interesse. In realtà, la lotta tra partiti/movimenti/consorterie assicura un asso pigliatutto a chi vince e nemmeno una scartina a chi perde. C’è la possibilità che una o più minoranze (al vecchio cronista vengono in mente i guadagni underground del Msi quando portava voti alla Dc, soprattutto nelle corse al Quirinale) riesca ad acciuffare qualcosa sottobanco, ma la regola immutabile assomiglia all’americano spoils system, con la differenza che mentre a Washington il vincitore cambia tutti i dirigenti della pubblica amministrazione, in Italia i direttori dei ministeri e delle strutture che contano hanno una carriera indipendente – da cui il deep state (https://internettuale.net/2711/deep-state-contro-il-mostriciattolo-gialloverde) – e i vincitori si rifanno nominando manager pubblici e intrallazzando un po’ dovunque negli apparati statali.

Qualcuno può anche far finta di credere che il comportamento degli “eletti dal popolo” obbedisca a regole morali che farebbero da argine, ma è l’iter politico che uccide le regole morali, ammesso che ancora ne sopravvivano in una società che ha sfondato tutti i cancelli della moralità pubblica e privata. Quello stesso qualcuno (o un suo sodale-complice) potrebbe anche ribattere che la vecchia morale era sessista maschilista fascista antidemocratica e via blaterando e che la nuova, quella che per rapidità riassumiamo nel gay pride, è democratica equa giusta e rispettosa, però sta di fatto che la cosiddetta classe politica è sostanzialmente estranea alla morale “superata” ed è ipocrita nei confronti della nuova.

Un politicante deve promettere per acquisire consenso (mantenere le promesse è altro paio di maniche), deve prendere impegni con il partito di appartenenza (ma lo cambia quando gli conviene), deve sborsare quattrini per le campagne elettorali e per mantenersi uno staff (ma non tutti sono miliardari come Berlusconi, per cui i soldi debbono venir fuori da qualche altra parte)… insomma un politicante ha di mira la propria carriera, interessi acclusi.

Può anche capitare che l’iter di un qualche politico di professione s’incroci positivamente con l’iter dell’Italia o, almeno, di una parte di essa, ma è sempre più raro.

Si ignora o si finge di ignorare che ci sono uomini e/o gruppi che decidono a tavolino le partite, qualunque possa essere il risultato della gara giocata. L’esempio più eclatante ce lo hanno dato gli ultimi anni: i governi sono stati decisi, cambiati, rifatti senza consultare il cittadino-utente-elettore-consumatore. Tra il Quirinale e una decina di persone è stato deciso chi come e quando. E questo è uno dei motivi che ostano alla salita di Draghi al Colle (Ma quant’è vanitoso Draghi? La risposta a breve).

Inutile girarci intorno: l’uguaglianza non esiste. Se il potere economico è distribuito in modo fortemente diseguale, e lo Stato non è in grado di perequare (a parte sciocchezzuole come il reddito di cittadinanza, oggi, i lavori socialmente utili, ieri, e i cantieri scuola, l’altroieri) o perlomeno alleggerire il peso delle disuguaglianze, figuriamoci se è in grado, anche volendo, di comportarsi in maniera equanime nei confronti di tutti. Non è esagerato parlare di figli e figliastri, nonostante il codice non “bolli” più gli enne-enne, i figli di nessuno.

La compravendita dei voti è normale sia per il compratore che per il venditore: nessuno trova scandaloso una pratica che soddisfa ambo le parti in commedia. Il peso dei gruppi di pressione (i famigerati “poteri forti”) è negato dagli ipocriti e dai bambini dell’asilo: non c’è settore (dall’industria al commercio, dal turismo ai trasporti etc. etc.) che non sia “gestito” da potenti che, quando sono individuati e sputtanati dai media,  vuol dire che sono in rottamazione a vantaggio di “emergenti” o di alleanze all’apparenza ibride.

In teoria, il processo politico dovrebbe essere lo strumento mediante il quale i partecipanti ottengono mutui vantaggi. In realtà, l’attività di gruppi organizzati è finalizzata ad una spartizione della torta che lasci a bocca asciutta il concorrente. Per i piccoli partecipanti, la raccolta delle briciole dipende dal grado di cooptazione, come minimo.

Da qui, si comprende il particolarismo di certi provvedimenti legislativi, gli assalti alla diligenza e gli scandali ad orologeria.

I partiti organizzati, non quelli cioè intestati ad una singola persona, erano di continuo equilibrati da congressi, assemblee e consultazioni varie. Sotto quel regime (anch’esso falsamente democratico) un cittadino non votava perché commerciante oppure operaio o impiegato. Votava in forza di un’idea (giusta o sbagliata qui non c’entra) e di una “fedeltà” ad un simbolo. Oggi il commerciante cambia voto in conseguenza di una scelta di convenienza: tutti votano in base al tornaconto personale che si spera di guadagnare. Ma non tutti votano e nessuno riesce a spiegare in modo esauriente il perché di questa diffusa cultura della diserzione.

 

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close