IL PALAZZO DI LONDRA. Il processo in Vaticano va a rilento

Da dieci imputati a 6. Dalla certezza dei fatti alla incertezza anche nei capi d’accusa. Il processo in Vaticano per la faccenda del palazzo di Londra – con annessi giochetti con i fondi della Santa Sede – è arrivata alla quarta seduta (PALAZZO DI LONDRA. Comincia il processo in Vaticano). Da come è andata, è facile prevedere che ci saranno ancora parecchie sedute “preliminari” a ricominciare dalla prossima fissata per il primo di dicembre. La previsione di un lungo processo ha determinato la nomina di un giudice supplente: si tratta di Lucia Bozzi, docente di Privato all’università di Foggia nominata da papa Francesco magistrato applicato del tribunale.

I sei imputati dei dieci iniziali sono: il cardinale Giovanni Angelo Becciu, René Brüllhart, già presidente dell’AIF (l’Autorità di supervisione e informazione finanziaria della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano), Tommaso Di Ruzza, ex direttore dell’AIF, i finanzieri Enrico Crasso, Gianluigi Torzi, e la manager Cecilia Marogna.

All’apertura gli avvocati difensori hanno rilanciato la nullità della citazione in giudizio giacché le prove sono state “mutilate” e le indagini sono state condotte in modo da impedire i diritti della difesa. I promotori di Giustizia hanno replicato che i tagli sul materiale depositato sono relativi a nuovi filoni di inchiesta che sono ancora in corso e quindi protetti dal segreto investigativo.

Il presidente Pignatone non si è pronunciato e ha rinviato tutto al 1° dicembre (VATICANO. Azzerato il processo per il palazzo di Londra).

La seduta si è concentrata sul materiale che l’Ufficio del Promotore di Giustizia aveva depositato il 3 novembre, dopo l‘ordinanza del Tribunale del 29 luglio, reiterata il 6 ottobre. Si tratterebbe di oltre 115 ore di conversazioni: un dvd con le intercettazioni telefoniche e 52 con i file audio e video dei cinque interrogatori a monsignor Alberto Perlasca, all’epoca dei fatti capo ufficio amministrativo della prima sezione della Segreteria di Stato, considerato ora il “testimone chiave”.

L’avvocato Luigi Panella, difensore di Enrico Crasso, ha affermato che «dall’esame di oltre cento ore emerge un profilo di incompletezza dei verbali cartacei, redatti in forma sintetica che non danno conto di quanto detto».

Prendendo in mano il computer, il legale ha poi cercato di far sentire al microfono lo spezzone del video interrogatorio a Perlasca del 29 aprile 2020, in cui, mentre si parlava della presunta estorsione di 15 milioni di euro alla Santa Sede sull’acquisto dell’immobile di Sloane Avenue, a un certo punto il promotore di Giustizia interrompe il teste dicendo: «Monsignore, questo non c’entra niente! Noi prima di fare quello che stiamo facendo siamo andati dal Santo Padre e gli abbiamo chiesto ciò che è accaduto».

Il promotore di Giustizia, Alessandro Diddi, ha affermato: «Sia ben chiaro questo ufficio non ha mai sentito il Santo Padre, e mai ha contestato le dichiarazioni del Santo Padre a monsignor Perlasca». Un bell’imbroglio.

 

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