La Marcia su Roma raccontata dall’Enciclopedia Labor

La Marcia su Roma, il 28 ottobre del 1922, portò Benito Mussolini al governo dell’Italia. Ecco come “l’Enciclopedia del ragazzo italiano” (Edizioni Labor, 1939) raccontava l’avvenimento.

O Roma, o morte! 20 Settembre 1922: Udine; 24 Settembre: Cremona; 5 Ottobre: Milano; 24 Ottobre: Napoli. Quattro tappe incalzanti dell’inatteso evento che avrà il suo epilogo fra breve, a Roma. Sono gli ultimi congressi delle forze fasciste che precedono la conquista del potere, vere manifestazioni di forza e di volontà che ammassano autentici eserciti di Camicie Nere frementi e impazienti della battaglia. Grida possenti e tambureggianti si levano al cielo: Ro-ma, Ro-ma, Du-ce, Du-ce.

Tuttavia il Governo non prende sul serio la cosa e non osa credere a un’insurrezione armala delle Legioni squadriste. Mussolini ha intanto nominato un Quadrumvirato segreto: Balbo, Bianchi, De Bono, De Vecchi preparano con lui il piano della marcia sulla Capitale.

Perugia, nel centro della Penisola e non molto distante da Roma, è scelta come sede del Quadrumvirato militare. Tre colonne armale di Camicie Nere si concentrano in tre punti diversi, distanti non più di una giornata di cammino dall’Urbe, pronti a convergere su Roma e serrarla nell’inesorabile morsa. Sono in tutto poco più di cinquantamila uomini, ammassati a Santa Marinella, a Monterotondo-Mentana e a Tivoli, al comando rispettivamente del marchese Perrone Compagni, di Igliori e di Giuseppe Bottai.

Il Governo liberale di Facta non osa credere che i fascisti facciano sul serio e continua a «nutrire fiducia». Ma gli eventi incalzano, precipitano. È questione di giorni, forse di ore: le Legioni attendono, frenando a stento il loro fremilo di rivolta, di marciare a ogni costo su Roma.

Due manifesti Il Governo apre finalmente gli occhi, si sveglia, incomincia a temere. Un dispaccio urgente da Roma a tutte le Prefetture del Regno: è il testo di un manifesto da affiggere a tutte le cantonate nelle città e nei villaggi per ammonire ogni cittadino che qualsiasi tentativo di ostacolare il funzionamento dei poteri dello Stato sarà represso dalla forza pubblica. È un proclama intimidatorio inteso a guadagnare l’opinione pubblica perché non creda nella possibilità di riuscito di un tentativo insurrezionale. Nella stessa notte, intorno alla sede del Popolo d’Italia, s’innalzano febbrilmente le barricate. Autocarri carichi partono in tutte le direzioni: portano le ultime copie del manifesto che dovrà apparire, la mattina del 28 ottobre, per tutta Italia. È il proclama dei Quadrumviri alla Nazione, è il grido di rivolta che si sovrappone all’avviso di un Governo esautorato, e che milioni di cittadini, sbalorditi e increduli, leggeranno, destandosi allo scoccare della nuova era, annunciata dalle magiche parole:

«Fascisti di tutta Italia! L’ora della battaglia decisiva è suonata. Quattro anni fa l’Esercito Nazionale scatenò di questi giorni la suprema offensiva, che lo condusse alla vittoria; oggi l’Esercito delle Camicie Nere riafferra la vittoria mutilata e, puntando disperatamente su Roma, la riconduce alla gloria del Campidoglio…. La legge marziale del Fascismo entra in pieno vigore. Dietro ordine del Duce, i poteri militari, politici e amministrativivengono riassunti in un Quadrumvirato segreto d’azione con mandalo dittatoriale. L’Esercito, riserva e salvaguardia della Nazione, non deve partecipare alla lottaNé contro gli agenti della forza pubblica marcia il Fascismo, ma contro una classe di imbecilli e deficientiLe genti del lavoro, quelle dei campi e delle officinenulla hanno da temere. Chiamiamo Iddio sommo e lo spirito dei cinquecentomila morti a testimoni che un solo impulso ci spinge, una sola volontà ci accoglie, una passione sola ci infiamma: contribuire alla salvezza e alla grandezza della Patria».

Stato d’assedio! La guerra civile, orrenda e terribile, sta per mettere a ferro e fuoco tutta la Nazione. Il Governo s’imbarca nella più grande avventura, ricorre alla forza per domare l’insurrezione fascista che sta per concludere il primo alto della rivoluzione. La proclamazione dello stato d’assedio corre fulminea sui fili del telegrafo. Già truppe armale occupano i punti strategici della città, autoblinde circolano lente e minacciose, cavalli di Frisia ostruiscono i quadrivi, nidi di mitragliatrici s’appostano alle cantonate. Tutta l’Italia segue l’incalzante azione rivoluzionaria. Nelle città e nei piccoli comuni le Camicie Nere operano, appoggiando l’azione delle colonne armate che puntano su Roma.

Telegrafi, telefoni, poste, prefetture, municipi, posti di comando sono occupali dai fascisti per paralizzare ogni intervento governativo e sovversivo. Molti giovani cadono e offrono alla causa fascista il dono supremo della vita. Autocarri, reticolati, sacchetti di sabbia, impalcature circondano e proteggono la redazione del Popolo d’Italia.

Un violento, improvviso crepitare di fucili getta l’allarme. Mussolini imbraccia un moschetto e accorre alla barricata.

Che c’è? Che avviene?

Un equivoco, per fortuna, provocato da un carabiniere di guardia. Ma per poco il Duce, per la foga e l’imprudenza di un ragazzo accorso in sua difesa, non vi lascia la vita: una pallottola, partita alle sue spalle, gli è passata, sibilando, sul capo. Ritornata la calma, imperturbabile come sempre, sorride.

Sopraggiunge ansimante e trafelato un giovane con cinque uomini sudati e curvi sotto il peso di sessanta fucili.

Me li sono fatti consegnare da un plotone di coscritti, che ieri mattina, all’alba, se ne andava accompagnato da due caporali. Presi di sorpresa e alla sprovvista si sono lasciali disarmare.

Bravo ragazzo! Mi piaci, sei svelto. Resta con me.

Gli è che i figli d’Italia si chiaman Balilla; cuor saldo e dura fronte.

L’ora è grave per i destini della Patria. Il Re, lasciata improvvisamente la residenza estiva di San Rossore, è accorso a Roma.

Meglio di lor signori – dice acerbamente ai ministri – conosco il mio popolo: non firmo.

La proclamazione dello stato d’assedio, negata la sanzione sovrana, è revocata. AIle 12 del giorno 28 un telegramma cifrato giunge alle prefetture e annulla il dispaccio minaccioso di poco prima. La saggezza del Re vittorioso ha evitalo la catastrofe della guerra civile. La vittoria fascista si profila sicura all’orizzonte.

Mussolini ha vinto  Le gigantesche rotative del Popolo d’Italia buttano fuori a migliaia le copie che escono in edizioni straordinarie. I giornali antifascisti, di fronte al precipitare degli eventi e al delinearsi della vittoria fascista, balbettano appena, cercando di mascherare la sconfitta. Tutte le forze governative sono paralizzale: le Camicie Nere hanno il sopravvento. All’onorevole Facta, capo del Governo, non resta che presentare le dimissioni per sé e per i suoi ministri. L’estremo tentativo di bloccare con lo stato d’assedio le Legioni fasciste è stato provvidenzialmente frustralo dalla saggezza del Re soldato.

Il Governo avrebbe gettato i fratelli contro i fratelli e arrossato di nuovo sangue le belle itale contrade. Perché? A che pro? Per restare ostinatamente a capo di una Nazione senza saperla governare, barcamenandosi tra compromessi e camarille di partilo, tradendo le aspirazioni dei buoni italiani e asservendo la Patria agli interessi stranieri?

29 ottobre: mezzogiorno. Il Duce è chiamato d’urgenza al telefono. L’aiutante di campo di Sua Maestà lo invita a recarsi a Roma per conferire col Sovrano, che gli affida l’incarico di formare il nuovo Governo.

Vittoria! Vittoria!

Arnaldo, il fedele collaboratore del Duce, prepara subito un supplemento straordinario del giornale: entro brevi ore tutta l’Italia deve conoscere il grande evento. Mussolini parte per la Capitale, ma la lieta novella lo ha preceduto, sì che lungo tutto il percorso è un’apoteosi di grida, di evviva al Capo che aveva mantenuto la promessa e riportava l’insegna imperiale del Littorio sulla rocca Capitolina. Con Lui entrano in Roma le ferrigne Legioni di Santa Marinella, Monterotondo e Tivoli.

La mattina del 30 Ottobre, Mussolini è ricevuto al Quirinale e dinanzi al Re d’Italia pronuncia le storiche parole:

Reduce dalla battaglia fortunatamente incruenta che si è dovuta impegnare, porto a Vostra Maestà l’Italia di Vittorio Veneto, riconsacrala dalla nuova vittoria.

Intanto l’esercito dell’insurrezione, fiamme nere della Grande Guerra e della Rivoluzione, sfilava dinanzi al Sovrano: nuova, sicura scolta della Nazione.


Qui finisce il testo dell’Enciclopedia Labor del ragazzo italiano. Il racconto ha forti toni declamatori e, probabilmente, contiene una qualche inesattezza, ma i giovani lettori  si entusiasmavano e più di qualcuno si rammaricava di non essere nato in tempo per quell’avventura. Le pagine dell’Enciclopedia erano arricchite da fotografie e mappe (qualcuna l’ho inserita in questa nota) e i titoletti, che riporto in neretto, scandivano le varie fasi del racconto. Ho messo in risalto le parti del manifesto riportate dall’Enciclopedia, perché m’è sembrata opportuna la sottolineatura.

A proposito dei telegrafi, telefoni, poste, prefetture, municipi, posti di comando occupati dai fascisti, è interessante la testimonianza di Curzio Malaparte (1922. Malaparte: quel giorno a Firenze come a Pietrogrado). Sul “giorno dopo” della Marcia su Roma, è tuttora attuale un intervento dello stesso Mussolini (MARCIA SU ROMA. Mussolini: è ora di fare largo ai giovani).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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