LA FORZA DELL’UNITÀ: Pio IX d’accordo con Giuseppe La Farina

L’Italia divisa in stati e staterelli non poteva esprimere la propria intera forza. L’unificazione, come scriveva Giuseppe La Farina, «riunendo i grossi capitali necessari per le grandi industrie, creando grandi mercati, sopprimendo ogni interno impedimento al libero moto del commercio, assicurandolo colla riputazione e colla forza nelle sue intraprese lontane…» avrebbe dato all’Italia prosperità e gloria. L’Europa oggi si trova nelle medesime condizioni dell’Italia nell’Ottocento. «Se la unificazione dell’Italia – sottolineava La Farina – coincidesse col taglio dell’istmo di Suez, è a tutti manifesto come nessuna nazione ne trarrebbe tanto profitto, quanto sarebbe per trarne la patria nostra. Allora sì che Venezia, Ancona, Messina, Livorno, e Genova diverrebbero città sì ricche e prospere da non avere le eguali in tutte le città marittime d’Europa». Quasi è anticipata la situazione nella quale ci troviamo adesso con un Mediterraneo attraversato da navi di tutto il mondo e con i porti italiani surclassati dai porti del NordAfrica, della Spagna e della Francia.

Ai tempi di La Farina si delineava un mondo nel quale soltanto soggetti di grandi dimensioni avrebbero potuto competere. Scriveva: «Nessuna impresa grande è oramai più possibile senza mettere in comune l’ingegno, gli studi, il capitale ed il lavoro di una grande nazione. Lo spirito del secolo tende fortemente all’unità…».

Tra le economie continentali che si contendono il mondo, tra la Cina e gli Usa, ha possibilità di inserirsi soltanto un’Europa unita. Andare al confronto in ordine sparso è un suicidio. Si ripeterebbe ciò che s’era verificato nell’Ottocento. «I grandi opifici – lamentava Giuseppe La Farina – non solamente producono meglio, ma producono più presto e a più buon mercato. Ad ogni giorno noi perdiamo una qualche industria italiana. I cristalli e gli specchi non si commettono più a Venezia, ma in Boemia; i bei lavori d’oro dalle rive della laguna sono andati in riva alla Senna. Firenze perdette l’industria de’ damaschi, ed or perde quella dei cappelli di paglia. Le fabbriche di velluto di Lione uccidono quelle di Genova. Le sete di Napoli e di Catania non possono più sostenere la concorrenza di quelle di Francia, né per lo splendore né pel buon mercato. Noi insegnammo l’agricoltura al mondo; e le introduzioni delle macchine agricole ed il perfezionamento degli istrumenti rurali ci han lasciato indietro dell’Inghilterra, del Belgio, e della Francia. Tutta l’alta Italia paga carissime le frutta, e in Sicilia fichi e pere squisite si danno in cibo ai maiali».

Possibile mai che i più non vedano come certi meccanismi, nonostante i secoli trascorsi, si ripetano? In alcuni casi, consentono di anticipare ciò che sta per accadere e prepararsi in tempo.

«A noi non manca il numero – diceva La Farina anticipando ciò che secoli dopo avrebbe scritto Jean Thiriart a proposito dell’Europa (Combattere per l’Europa) –  siamo venticinque milioni. A noi non manca l’ingegno, il coraggio, l’abnegazione… Or ecco il nobile e santo scopo che si propone la Società Nazionale Italiana. Noi vogliamo unificare l’Italia, sì che concorrano alla sua liberazione tutti gli elementi di forza ch’ella racchiude nel suo seno».

Sulla forza dell’Italia unita concordava anche il papa Pio IX, il quale in una conversazione del 16 gennaio 1861, riferita da Odo Russell barone di Ampthill al ministro britannico degli Esteri lord John Russell, disse: «Sapete che cosa significa l’unità d’Italia? Significa una nazione di venticinque milioni che raccoglie più talento, intelligenza ed energia di qualunque altra nazione nel mondo, una nazione con un esercito di trecentomila uomini e una flotta cli trecento navi. L’Italia presto sarebbe la prima fra le grandi potenze del mondo…».

La Società Nazionale Italiana era stata un’idea di Cavour per promuovere l’unificazione italiana sotto i Savoia e Giuseppe La Farina, repubblicano passato al servizio di Cavour, ne fu presidente fino al 1862. Fu inviato in Sicilia per velocizzarne l’annessione al Piemonte, ma fu fermato (ed espulso) da Garibaldi deciso ad occupare tutto il Sud prima di consegnarlo a Vittorio Emanuele II.

Il barone di Ampthill svolse incarichi diplomatici in Italia dal 1858 al 1870. Trasferito a Roma fu il rappresentante (non ufficiale) di Londra in Vaticano.

 

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