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Se una società perde l'idealismo giovanile

Era una giornata calda di marzo. A Roma, a Valle Giulia, qualche migliaia di studenti si scontrava con reparti della Celere: i caroselli delle jeep, le urla e gli ululati delle sirene si confondevano in un unico immane frastuono. Infagottati in scomodi cappottoni invernali, i celerini erano impacciati nei movimenti; in testa portavano pesanti elmetti d’acciaio: era l’unica difesa contro la fitta pioggia di pietre che arrivavano da tutte le direzioni. Molti uomini in divisa, nella furia delle cariche, si trovarono isolati e furono presi a bastonate: la polizia italiana non era affatto preparata a quel genere di lotta.
Altrove, in città, la giornata era del tutto normale; l’Urbe non avvertiva neanche lontanamente l’eco di quegli scontri.
Eppure, da quella mattina, da quelle quattro ore di rissa furiosa, il “’68” entrava prepotentemente nella cronaca italiana.
Ma il ’68 non nasce come Minerva armata di tutto punto dalla testa di Giove, esso è piuttosto un “punto d’arrivo”, cioè il termine di un processo iniziatosi molti anni prima.
Oggi, a proposito del terrorismo, si parla sempre più frequentemente di “collegamenti internazionali”, di una “internazionale del terrore”, di “servizi segreti stranieri” etc. etc. Con ciò intendono negare che un fenomeno così «estraneo alle tradizioni politiche italiane» (ma chi l’ha detto?) sia un “prodotto nazionale”. Che ci sia sempre qualcuno pronto a “pescare nel torbido”, questo è indubbio; ma il “torbido” ci dev’essere da prima!
La “contestazione” nasce, all’incirca, nell’autunno del ’64 alla Berkeley University e, passando per la Kent, la Columbia, lo State College di San Francisco, giunge ad Harvard: tutti, o quasi, i campus universitari americani vengono sconvolti dalle agitazioni. La molla principale che fa scattare la contestazione è il rifiuto del Vietnam. I giovani americani non hanno nessuna intenzione di andare a combattere contro i viet-cong ed i casi di diserzione e di renitenza alla leva si moltiplicano in maniera allarmante.
Allora, che bisogna dedurne? Che la contestazione è “made in Usa”? Ma, se analizziamo la Storia, vediamo che un fatto per verificarsi in pieno ha bisogno di “intenzioni” e di “circostanze”
e, se, nella fattispecie, la “circostanza” è stata il Vietnam, le “in-
tenzioni” sono rinvenibili nella volontà dei giovani di “partecipare” con ben altro peso alla vita associativa.
A Città del Messico, la polizia spara sugli studenti i quali protestano perché si sono spese cifre pazzesche per organizzare le Olimpiadi e non ci sono fondi per avviare il risanamento delle strutture sociali: altre “circostanze”, ma stesse “intenzioni”.
In Germania, gli studenti organizzano manifestazioni contro l’armamento atomico della Bundeswehr: sono i giovani per primi a parlare di “ecologia”.
Perciò, tornando in Italia, quanto ha favorito l’esplosione sessantottesca il reale disinteresse (al di là di retorici e strumentali riferimenti) di tutta la “classe politica” per il problema giovanile?
Ma non è questa la sede per tentare un’analisi politica globale di certi avvenimenti, qui ripromettendoci soltanto di parlare sull’onda di ricordi personali di un particolare momento del ’68.
Allo Studium Urbis la massiccia presenza dei fuori-sede, cioè degli studenti non residenti a Roma, è uno dei fattori principali di “destabilizzazione” delle strutture: un’Universitàè, progettata e costruita per accogliere non più di ventimila studenti, ne deve ospitare circa centomila nell’Anno Accademico 1967-’68.
A parte le poche centinaia di “privilegiati” che godono di un posto-letto alla Casa dello studente, tutti gli altri si trovano alla mercè di “affittacamere” esosi/e ed invadenti.
Già era difficile trovarla, una camera. Alla qualifica “studente” veniva risposto un immancabile: «studenti non ne voglio»; e le ragioni addotte per il rifiuto erano numerose e variegate. Si andava dal «consumano troppa luce» al «rientrano troppo tardi la sera». Si ribatte: tutti coloro che hanno studiato da “fuorisede” hanno avuto, più o meno, gli stessi problemi; ma non si tiene conto della presenza, nel ’68, di almeno due “dati” che prima non esistevano.
Il primo è che all’Università, tranne qualche sporadica eccezione, di solito approdavano soltanto quei giovani che alle spalle avevano famiglie in grado di mantenerli; ora ci sono tantissimi che da casa ricevono a malapena di che coprire le spese d’alloggio, né possono onestamente pretendere di più. Il secondo dato è che, con la crescita e la maturazione politica di strati sempre più vasti della società italiana, le “disfunzioni del sistema” vengono incanalate dai giovani soprattutto in un montante “rifiuto del sistema” e, quindi, non più accettate quasi fossero un male inevitabile.
Gli incontri fra studenti incominciano così: con il confronto delle esperienze della “città tentacolare”. E c’è da dire che, mentre i residenti a Roma dovevano sempre rispondere a casa di ciò che facevano, i fuori-sede non avevano più problemi del genere.
Completamente liberi di disporre del proprio tempo e senza la preoccupazione dell’immediato controllo da parte della famiglia, questi “immigrati della cultura” costituiscono in breve dei grossi poli di aggregazione. Tant’è che la maggior parte dei contestatori — e quasi tutti i “leaders” — sono stati dei fuori-sede.
Essi vivono ventiquattr’ore su ventiquattro all’Università; vengono dai paesini d’Abruzzo e di Calabria, dalla Sardegna e dalla Campania e la Città universitaria diventa il surrogato del paese: si stabilisce un ritmo di vita fortemente “comunitario-paesano”. Fanno rapide puntatine per Roma, in special modo nei primi tempi, per “visitare” la capitale, poi le giornate si assestano e acquistano un andamento uniforme: dalla Facoltà si passa all’Alessandrina (la biblioteca) e da questa alla Mensa e di qui ancora in Facoltà.
Certo, dall’Università parte la contestazione; ma essa è inizialmente contro determinate carenze e disfunzioni.
I documenti degli occupanti l’Università di Torino (che in Italia è stata la prima ad entrare in agitazione), quei documenti parlano di “carenza della ricerca” o di “sclerotizzazione della ricerca”. “Potere studentesco” chiede a gran voce il diritto ad una “Università libera e creativa”. E’ sostanzialmente contro il “piano-Gui” che si organizzano le prime manifestazioni.
La lotta non era contro lo “studio”, bensì contro quel particolare “modo” di studiare: docenti che brillavano per la loro assenza, testi costosissimi ed antiquati, esami fatti in serie e alla “Lascia o raddoppia?”; nelle facoltà scientifiche mancavano addirittura le strumentazioni basilari. I giovani contestavano anche perché volevano imparare: chi, per esempio, frequentava Facoltà di Giurisprudenza sapeva da principio che su cento laureati solamente una ristretta minoranza si sarebbe avviata all’attività forense, gli altri si sarebbero “imbucati” in uffici pubblici.
Per quanto riguarda i docenti, ce n’erano di tre categorie: una, la più numerosa, comprendeva quei professori che se ne stavano a casa aspettando gli eventi o che ne approfittavano per svolgere meglio le loro attività professionali; la seconda, abbastanza consistente, raccoglieva quei professori che tentavano, anche per giochi di potere baronale, di “cavalcare la tigre” della contestazione (come ad Architettura, dove furono introdotti i famigerati esami di gruppo); e la terza, di pochissimi, costituita da quei docenti che cercavano di
“capire” e di “aiutare”. Questi ultimi furono “scavalcati a sinistra” finché bollati come “fascisti” dovettero rinunciare ai
loro onesti propositi. Nelle Facoltà occupate si organizzavano i “controcorsi”, cioè si tentava (anche con qualche successo) di continuare il corso di studi senza i docenti di grosso nome – ma sempre assenti – insieme con i giovani assistenti e qualche professore, ecco questo fatto dovrebbe far comprendere che non si voleva distruggere l’Università e che si avvertiva l’urgente necessità di studiare in maniera diversa e più gratificante.
Comunque, gli esempi che nel ’68 venivano dall’estero erano magnificati ed ingigantiti nella forma e nella sostanza.
Le Università di tutto il mondo – ci si ripeteva con orgoglio – sono in fermento; dalle Università arriva il vento in grado di spazzare via il marciume di una società corrotta e malata.
Migliaia di giovani presero a vivere in uno stato continuo di emergenza: si saltavano i pasti, si organizzavano le collette per i giornali, per i volantini, per i megafoni e si parlava, si parlava continuamente. Alcuni percorrevano l’Italia da Università ad Università per “tenere i collegamenti”, per confrontare esperienze, per scambiarsi materiale e documenti; ed i viaggi si facevano in auto-stop, si dormiva come e dove capitava, ci si organizzava alla meno peggio. Era un cantiere. Era una fucina. E c’era molto “moralismo”.
Non è vero che nelle Facoltà si organizzassero orge e festini – a sentire certa stampa non si faceva altro – c’era sì più libertà sessuale, ma quella era stata favorita da tutta una serie di film, libri, riviste, spettacoli che sicuramente non erano stati i giovani universitari a fabbricare. Anzi, nonostante quella “pubblicità” il più delle volte studenti e studentesse vivevano “in comunità” conservando un rispetto reciproco veramente straordinario; c’era molta più libertà sessuale alle feste della goliardia che non alle assemblee del Movimento.
Ma come si connotava questo “movimento”?
Alla Sorbona s’era detto: «la bandiera nera può morire, la rossa anche» a dimostrazione della volontà di ricercare spazi politici nuovi e “vergini”, nei quali costruire in indipendenza di giudizio. Da “destra” si gridava “al sacrilegio” perpetrato nei “santuari” della cultura e perciò si invocava il risolutore intervento della polizia; a “sinistra” si manteneva un atteggiamento più “possibilista”.
Erano i tempi nei quali la “sinistra” ancora lottava per l’indebolimento del sistema e spianarsi la strada verso il potere; quindi i contestatori erano trattati con una certa “simpatia”.
Per evitare, però, pericolosi inquinamenti, ed anche per sfavorire una certa penetrazione, il Partito comunista a Roma sciolse la Federazione giovanile. Cosi, una bella mattina, quei giovani, che avevano urlato nelle piazze contro gli schematismi ideologici e per una società senza artefatte contrapposizioni, si videro arrivare alle assemblee dei “professionisti” della politica.
Insomma, i giovani fuoriusciti comunisti portarono all’Università le differenziazioni, alcune parole d’ordine e gli schematismi appresi nelle attività di Partito: tutti coloro che non si professavano marxisti – o almeno di una qualche “chiesa” collegata – furono bollati come “fascisti” ed allontanati con la forza.
E’ in quel momento che nasce la “contestazione a senso unico”.
Si protesta per il Vietnam e si organizzano cortei ed assemblee contro la visita del Presidente Nixon a Roma, ma non si spende una sola parola per la “Primavera di Praga” (a parte il Movimento studentesco di Giurisprudenza).
Si combatte ferocemente il sistema dei Partiti, ma quello comunista viene tenuto rigorosamente fuori dalla “contestazione”.
Chi aveva realmente creduto nella possibilità di “cambiare la società” – ed il mondo intero – dinanzi al settarismo della
seconda ondata contestatrice, preferì (o fu costretto) ad abbandonare il campo. Molti vanno a continuare gli studi in Università più “calme”, altri si limitano a frequentare lo stretto indispensabile, altri ancora non riprenderanno più in mano i libri; a continuare le agitazioni sono ora gli irriducibili politicizzati del marx-leninismo. Chi, come me, ha vissuto dal di dentro quel periodo è in grado di distinguere due momenti.
Il primo, quello garibaldino-mazziniano, fu effetto del solito conflitto generazionale che contrappone i figli ai padri con in sovrappiù una componente – abbiamo visto – “politico-sociale” più marcata.
II secondo, quello bolscevico-internazionalista, rappresentò il punto di partenza per la guerriglia urbana prima e per il terrorismo poi.
Non a caso il mito-principe del marzo ’68 era Ernesto Che Guevara, mentre dopo crebbe la stima per Fidel Castro.
II “Che” aveva combattuto per l’indipendenza di Cuba e, a vittoria raggiunta, aveva abbandonato la comoda poltrona di ministro del Tesoro per continuare a combattere in Sudamerica. C’è da questo punto di vista, tanto marxleninismo nel “Che”, quanto ce ne sta in Giuseppe Garibaldi.
E non sono stati sempre i giovani,e soprattutto gli studenti, che hanno seguito con entusiasmo e passione le bandiere delle libertà oppresse? Quanti studenti contiamo dietro Garibaldi, Mazzini, Bandiera, Pisacane? Come non poteva un personaggio come Guevara non attirare le simpatie e gli entusiasmi giovanili?
L’ideologia, quella ferrea ed onnipresente, è venuta dopo; lo schematismo, forzato e disonesto, è venuto dopo.
I “padri” non capirono nel ’68 i loro “figli” e li ripudiarono; altri, i “patrigni”, si sono fatti astutamente “legittimare”.
La Cina di Mao, la “rivoluzione culturale” ed altri fatti dei quali arrivavano in Occidente soltanto degli echi e delle “corrispondenze” spesso “fantasiose” (a dir poco!) furono altrettanti miti per il contestatore.
Affascinava indubbiamente quest’idea di una “rivoluzione culturale” che rimetteva tutto e tutti in discussione per evitare il male peggiore che potesse capitare ad una società post-rivoluzionaria: l’appiattimento burocratico. Entusiasmava questo Mao che era riuscito a fare di una penosa e tragica fuga la “lunga marcia” verso il potere.
Forse c’era poco spirito critico; e, come il bambino crede nella Befana anche perché gli porta i regali, così i contestatori credevano in Mao – con annessi e connessi – quale portatore di un regalo d’eccezione: per la prima volta ci si poteva rifare a qualcuno senza cadere né nel materialismo di tipo capitalistico né in quello di marca sovietica. Infatti, il “grande timoniere d’Oriente” esaltava la preminenza della politica sull’economia e tanto bastava. Si sa che il giovane, di tutte le epoche, nutre istintivamente una profonda avversione (oggi un po’ meno) per il “dio-denaro”. Idealismo? Certo. Romanticismo? Anche. Ma una punta di romantico idealismo non è auspicabile per una società abituata a misurare ogni cosa usando come unità di comparazione le banconote?
Quindi, la grossa crisi di valori tradizionali (famiglia, scuola, etc.) veniva affrontata dai giovani con un piglio spropositato – la “misura” viene con l’età – e la battaglia condotta per una società pulita trovava troppo spesso unica pratica attuazione negli scontri con la polizia. Ma c’era buona fede; almeno fra i più. E io ero fra questi.
All’Ateneo di Roma, ai cancelli principali, c’era il corpo di guardia dei “vigili” delegati al servizio interno: badavano che non si calpestassero le aiuole, che non si insozzassero i muri e che di notte non circolassero ladri. Ebbene, quelle guardie private venivano pagate alla giornata, cosicché un giorno di mancato lavoro equivaleva ad un giorno di mancata paga (o comunque a paga ridotta) e quando la Città universitaria fu occupata gli studenti non li cacciarono via. Non si urlò contro di loro che erano o “servi” o “spie” erano dei padri di famiglia (come spiegai a Franco Piperno) che svolgevano un lavoro come un altro: lasciate le pistole a casa, i vigili passavano le giornate a chiacchierare o a giocare a carte.
Con la sopravvenuta “marxistizzazione” della contestazione, dovettero sgomberare.
Cioè, ad un regime di tolleranza si sostituì l’intolleranza settaria propria del comunismo.
Quando gli studenti che non vollero farsi “convertire” abbandonarono le Facoltà, non c’era una sola porta rotta: lo sfascio vandalico ed organizzato “scientificamente” fu il naturale frutto della “seconda ondata”. Il “vento di contestazione” che voleva ristabilire l’onesta e la giustizia si trasformò in un tifone che travolge indiscriminatamente ogni cosa.
E forse il paragone che segue non sarà “serio”, ma è calzante. Una volta, il rampollo che andava a studiare all’università lontano da casa finiva col prendersi una solenne sbandata per la “sciantosa” o per la “sartina”: l’intervento provvido e risoluto del genitore rimetteva in riga lo “sbandato” (mentre lei moriva di tisi).
Nel ’68 gli studenti presero una sbandata collettiva per la Giustizia; ma nessun “genitore” ha “filtrato” con la propria esperienza quegli entusiasmi giovanili. Il risultato è stato il baratro profondo che tuttora divide i “giovani” dai “vecchi”.
Certo, gran parte della contestazione è rientrata.
Ma è stata una “svolta” di tipo “meccanico”, non una “presa di coscienza” con un parallelo e conseguente “aggiustamento”. In pratica, i problemi di ieri sono ancora di oggi – semmai aggravati – ed i giovani o sono “travoltini” e non hanno più spinte ideali o ubbidiscono alla legge della P38 ed il loro “recupero” sarà quanto mai difficile.
E quando una società perde l’apporto dell’”idealismo giovanile” vuol dire che è proprio vecchia.

68 Realta del Mezzogiorno

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