VATICANO. Azzerato il processo per il palazzo di Londra

Lo scandalo del palazzo di Londra acquistato dal Vaticano (PALAZZO DI LONDRA. Comincia il processo in Vaticano) vedeva tra i protagonisti addirittura un cardinale. Ovviamente media e social s’erano molto dedicati alla vicenda. Ebbene il processo s’è ridotto al solito topolino partorito dalla montagna. Le prime avvisaglie che il pallone dello scandalo si sarebbe sgonfiato erano arrivate alla seconda udienza quando gli avvocati dei dieci imputati avevano elencato i vizi procedurali che minavano alla base il processo. Il cardinale Angelo Becciu, al quale a settembre il papa aveva tolto incarichi e prerogative, non aveva potuto esercitare il diritto di interrogatorio e questo, insieme con altri “vizi”, quali l’omesso deposito degli atti, ha spinto il presidente del tribunale Giuseppe Pignatone ad annullare il rinvio a giudizio del cardinale. A cascata sono seguiti gli altri annullamenti richiesti. Quindi nessun rinvio a giudizio per Fabrizio Tirabassi, Raffaele Mincione, Gianluigi Torzi e mons. Mauro Carlino (SOLDI DELLA CHIESA. In Vaticano è rivoluzione). In pratica, il processo è stato ridimensionato e si andrà avanti con imputazioni secondarie e, molto probabilmente, rivolte ai cosiddetti “pesci piccoli”, che nei processi ci sono sempre. Per quanto riguarda la testimonianza di monsignor Alberto Perlasca, gli avvocati hanno chiesto di vedere i video relativi. E, date le premesse, le sorprese non mancheranno. Il monsignore, infatti, era inizialmente un indagato (documenti e pc sotto esame fin dal febbraio del 2020) poi, dopo una serie di interrogatori dei quali si sa poco o niente, è diventato “persona informata dei fatti”. Gli ultimi interrogatori sono da film: dopo quello del 29 aprile, Perlasca s’era fatto interrogare il 31 agosto senza l’avvocato Rita Claudia Baffioni, la quale, nel terzo interrogatorio a settembre, aveva eccepito la nullità di ciò che aveva detto il monsignore. Colpo di scena il 17 settembre, quando Perlasca ha revocato l’incarico alla legale.

La massa di documenti (oltre ventinovemila!) sarà, a quanto pare, restituita all’ufficio del promotore di giustizia e il procedimento ripartirà daccapo.

Capitolo a parte va considerata l’affidamento da parte dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (l’APSA gestisce gli immobili e le disponibilità finanziarie del Vaticano) della propria difesa a Giovanni Maria Flick. L’APSA (I SOLDI DELLA CHIESA. Truffe, imbrogli, gossip e false notizie) era stata rappresentata da Paola Severino nella prima udienza. Si vede che qualcosa non ha funzionato per cui c’è stata la staffetta Severino-Flick. Entrambi ministri della Giustizia: lei con il governo Monti e lui con il governo Prodi. Ma Flick ha di più: è stato anche presidente della Corte costituzionale.

Interessante lo scambio di battute nell’aula allestita nei Musei Vaticani tra il presidente Pignatone e il promotore. Diddi s’è giustificato dicendo che per consegnare agli avvocati tutti gli atti l’ufficio avrebbe dovuto spendere quasi 371 mila euro per duplicare più di 300 dvd. La scelta di consegnare agli avvocati soltanto il materiale davvero rilevante è stata fatta per risparmiare quattrini. Pignatone ha replicato che il promotore (il Pm in Italia) avrebbe dovuto consegnare i documenti scelti prima della citazione in giudizio e Diddi ha dovuto ammettere di aver fatto un grave errore. Cosa davvero inusitata. Alessandro Diddi è un valente avvocato (l’ultima sua brillante difesa ci pare sia stata quella di Ermanno Buzzi per la cosiddetta “mafia capitale) ed un errore di procedura del genere è più da avvocato alle prime armi. Anche la faccenda della spesa risparmiata convince poco: è difficile pensare al promotore di giustizia vaticano come ad un’attenta massaia al supermercato.

 

 

 

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