ELEZIONI. 5,5 milioni non hanno votato. La lezione di Carducci

È inutile ricorrere al solito schema del paese reale lontano dal paese legale. Non serve sottolineare che sui 12.147.040 cittadini chiamati a votare, più di cinque milioni e mezzo (5.502.609) si sono tenuti lontani dai seggi. Per un conteggio più realistico, comunque, serve il numero delle schede nulle e delle bianche. Sono temi, quelli in apertura, che appartengono al passato, quando la democrazia era anche partecipazione e il termine democratura lo conoscevano quei pochi che avevano dimestichezza con la letteratura sudamericana o quei pochissimi, come Bettino Craxi, che guardavano con simpatia, diciamo così, ai rivolgimenti a sud del Messico. Il termine spagnolo “democratura”, infatti, fu coniato da un giornalista sudamericano di origine italiana, Eduardo Galeano, per indicare un sistema autoritario-oligarchico travestito da democrazia. Cioè quello vigente da qualche tempo in Italia.

Per quanto riguarda la contrapposizione tra paese reale e paese legale, tocca andare indietro nel tempo, quando votavano in pochi (e loro rappresentavano il paese legale) mentre era esclusa dal voto la maggioranza dei cittadini (il paese reale). A quell’epoca, nell’Ottocento, non c’era il suffragio universale e al potere sedevano classi ristrette di cittadini privilegiati.

Il poeta Giosuè Carducci, che fu deputato, senatore, massone, docente universitario, Premio Nobel per la Letteratura 1906, pose in Italia il grande interrogativo: «Che cosa rappresenta il Parlamento italiano? Dicono che rappresenta il paeseQuesto è vero legalmenteOltre i termini troppo angusti e circoscritti e non poco incerti del paese legale esiste il paese reale che non può sopportare di vedere ingannate e turbate le sue aspirazioni da combinazioni ibride e immorali..» (citazioni dal “Battaglia”, Utet, 1981).

Oltre alla differenza tra legale e reale, va annotato che le “combinazioni ibride e immorali” denunciate da Carducci c’erano già e non sono nate soltanto oggi con i matrimoni misti Lega-M5s-Pd.

Un regime democratico deve preoccuparsi se la metà dei cittadini non partecipa alle elezioni. Una democratura non ha alcunché da preoccuparsi. Tutt’altro, può procedere spedita nella gestione del potere giacché l’altra metà che va a votare è buona complice. Che vinca l’uno o l’altro, cambia poco, quando non addirittura niente. Il 50% del Paese reale si arrangia ignorando gli oligarchi al comando e l’altro 50% cerca di trarre beneficio dal consenso espresso.

Quando, alle ore 12 di domenica scorsa la percentuale dei votanti s’era fermata al 12,67%, i media e i social s’erano scatenati avvertendo come non fosse possibile fare un paragone con le elezioni del 5 giugno 2016 (17,99% alle ore 12) perché quella volta s’era votato soltanto la domenica. Ipocriti inviti ad andare a votare il lunedì, accompagnati dal timore che non sarebbe stata superata la soglia del 50%. Gli appelli e gli allarmismi hanno fatto effetto e alla fine la percentuale è stata del 54,70. Inferiore rispetto al 61,58% del 2016, ma superiore alla metà ed è questo che conta per poter dire che la maggioranza del paese reale è d’accordo con il paese legale.

 

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