ETIOPIA. Milioni di profughi e bambini schiavizzati

Da circa un anno l’Etiopia è in guerra. Da quando la Repubblica Federale Democratica d’Etiopia non riconobbe la vittoria elettorale del Tigrayan People’s Liberation Front (TPLF) e attaccò, con l’appoggio delle forze armate dell’Eritrea e di milizie ahmara (il gruppo etnico confinante con il Tigray), i “ribelli”, non si contano le uccisioni, gli stupri, le distruzioni. Ci sono più di due milioni di profughi in fuga dalla guerra e il governo di Addis Abeba non ha alcuna intenzione di allentare la tenaglia che dall’Erìtrea al Nord e dall’Amhara al Sud stringe la regione tigrina.

Giorni fa il primo ministro etiopico Abiy Ahmed Ali ha espulso sette funzionari dell’Unicef (il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia) e dell’Unocha (Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari) con l’accusa di “ingerenza negli affari interni dell’Etiopia”. Gli espulsi avevano lanciato l’allarme per circa quattro milioni e mezzo di persone che rischiano di morire di fame. La denuncia della “catastrofe umanitaria” causata dalla guerra è stata giudicata una “ingerenza negli affari interni”.

Il fatto farebbe sorridere se non fosse una tragedia. Gli americani vanno in giro per il mondo a bombardare con il pretesto (riconosciuto anche dalla Chiesa di Roma) della “ingerenza umanitaria”, e l’Etiopia si permette di denunciare l’ingerenza di operatori umanitari?

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres si è detto “scioccato” e gli Stati Uniti hanno annunciato sanzioni. L’Unione Europea ha altro da pensare (ci sono milioni di dosi di vaccino anti-Convid da sbolognare, ci sono i problemi Lgbtq, gli immigrati da tutelare, i sovranisti da combattere…). La coscienza sporca degli europei, soprattutto dell’Italia per aver vinto una guerra contro l’Etiopia (per l’Italia meglio perderle le guerre, ci sono più vantaggi), fa ignorare il dramma di bambini schiavizzati, di donne violentate e vendute, di milioni di persone senza cibo (La guerra incrudelisce ma i riflettori sono su Kabul).

Lo scontro è, al solito, etnico. È una vecchia tradizione africana: tribù contro tribù, razzie, incendi, stragi. La differenza sta nelle armi: prima erano zagaglie e shotel, oggi sono mitragliatrici e carri armati (made in?).

L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet ha dichiarato che nel Corno D’Africa sono state raccolte prove di «molteplici e gravi violazioni dei diritti umani commesse da tutte le parti in conflitto nel Tigray».

A fine agosto il segretario Guterres aveva parlato di una situazione infernale: «Sono in gioco l’unità dell’Etiopia e la stabilità della regione. La retorica incendiaria e la profilazione etnica (racial profiling; ndt) stanno lacerando il tessuto sociale del Paese».

L’ex militare Abiy Ahmed Ali, onnipotente primo ministro, era sicuro di eliminare il gruppo politico tigrino con una rapida campagna militare. Non c’è riuscito. Forse perché è un Premio Nobel per la Pace.

 

 

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