PORTA PIA. Una battaglia che Pio IX voleva evitare

La battaglia non fu lunga. Dopo un secolo e mezzo, si può che dire che fu inutilmente sanguinosa. Costò la vita a 19 zuavi pontifici e 49 soldati italiani. Si contarono anche 68 feriti tra i pontifici e 141 tra gli italiani.

Alle 10 del mattino del 20 settembre 1870 i bersaglieri del 34° battaglione e i fanti del 39° entrarono nell’ultimo ma fondamentale pezzo dei domini del Papa Re. L’artiglieria aveva aperto una breccia delle mura sulla via Nomentana all’altezza di Porta Pia e Roma fu presa. Pio IX si rinchiuse in Vaticano, da dove un altro Pontefice sarebbe uscito soltanto sessant’anni dopo. Pochi giorni dopo l’occupazione di Roma (il 2 ottobre) un plebiscito sanzionò il fatto e il giorno 8 Vittorio Emanuele II promulgò un regio decreto che sanciva l’annessione al Regno d’Italia dei territori conquistati allo Stato della Chiesa.

Come scrisse qualcuno (forse Longanesi) attraverso quella breccia una marea di preti invase l’Italia. Una boutade? Mah!, stando alle cose quotidiane non pare che i preti abbiano perso la voglia di impicciarsi degli affari nostri. La Chiesa è universale e perciò interviene nell’universo mondo, ma in Italia è particolarmente attiva, diciamo così.

I morti e i feriti, però, non vanno messi in conto al Papa. Una lettera da lui scritta al generale tedesco Hermann Kanzler, pro-ministro delle armi (praticamente il ministro della Guerra) e comandante generale dell’esercito, dimostra che Pio IX non voleva la battaglia. «Signor generale – scrisse il Papa Re –  ora che si va a consumare un gran sacrilegio e la più enorme ingiustizia, e la truppa di un re cattolico senza provocazione, anzi senza nemmeno l’apparenza di qualunque motivo cinge di assedio la capitale dell’Orbe, sento in primo luogo bisogno di ringraziare lei, signor generale, e tutta la truppa nostra della generosa condotta finora tenuta, dell’affezione mostrata alla Santa Sede e delle volontà di consacrarsi interamente alla difesa di questa metropoli». Detto ciò, l’ultimo sovrano dello Stato della Chiesa, precisava: «In quanto poi alla durata della difesa, sono in dovere di ordinare che questa debba unicamente consistere in una protesta, atta a constatare la violenza e nulla più, cioè di aprire trattative per la resa ai primi colpi di cannone».

La decisione di papa Mastai-Ferretti era stata ben ponderata. Spiegava infatti: «…non si dica mai che il Vicario di Gesù Cristo, quantunque ingiustamente assalito, abbia ad acconsentire a qualunque spargimento di sangue».

La lettera porta la data del 19 settembre. Se Kanzler avesse eseguito le istruzioni, la conquista di Roma non avrebbe avuto vittime. Perché non obbedì? Per orgoglio militare. Gli sembrò disonorevole abbassare le armi senza combattere. Quando capì che Kanzler non avrebbe fermato i combattimenti (fra l’altro loro avevano moderni fucili americani Remington a canna rigata e gli italiani avevano vecchi fucili ad avancarica “riammodernati” col sistema Carcano), Pio IX ordinò personalmente la resa e fece issare la bandiera bianca sulla cupola di S. Pietro.

Della battaglia di Porta Pia è illuminante cosa ne scrisse uno zuavo pontificio di nome Patrick Keyes O’Clery: «La breccia era difesa dalla quarta compagnia del secondo battaglione degli zuavi e da due distaccamenti del primo battaglione, i quali, in piedi sulle macerie, rifiutando di porsi al riparo, scaricarono un fitto fuoco di fucileria sulle truppe che avanzavano compatte verso di loro. Molti italiani caddero, tra i quali un maggiore dei bersaglieri e due ufficiali. La colonna esitò e cominciò ad arretrare, ma quindici zuavi caddero feriti o morti sulla breccia nel corso della sparatoria che durò solo pochi minuti».

Stando ai libri sull’argomento, ai documenti d’archivio del Vaticano e alle testimonianze dei protagonisti (tra loro divergenti), la vera cronaca della presa di Roma non è stata ancora scritta.

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