In realtà perché non sei diventato tu un influencer?

Bambini al lavoro sui social e tutti ci guadagnano

Ryan, un bambino americano di 8 anni, è un baby influencer: i suoi video “Ryan’s Toys Rewiew“: hanno 18 milioni di follower e un fatturato annuo di 22 milioni di dollari. Il ragazzino youtuber guida una squadra composta dai genitori e dalle sorelle: pubblica video divertenti durante i quali “esamina” un giocattolo. In pochi mesi, da “critico” di giocattoli Ryan è diventato produttore di giocattoli.

Il gap Italia-Stati Uniti non si è ridotto soltanto per quanto riguarda i matti che sparano e accoltellano, perciò anche noi abbiamo bambini imprenditori sui canali social. I rampolli dei vip dello spettacolo vengono “spinti” con il duplice scopo di drenare più simpatie (il pubblico tv va in sollucchero se vede la mamma famosa con l’adorata bambina per mano) e di immetterli nello showbiz.

Siccome si tratta di quattrini e non di ingenue vanitose performance, il fatto scandaloso di bambini che lavorano e vengono sfruttati dagli adulti non scandalizza per niente. Di lato, va ricordato che la Costituzione italiana, “la più bella del mondo” come dicono gli ipocriti e gli incompetenti, non proibisce il lavoro minorile, ma si limita a “proteggerlo”.

A parte lo sfruttamento ad opera degli adulti, che è fatto gravissimo (qui la ripetizione è d’obbligo), non va ignorato che questi bambini scorrazzano per lavoro su e giù per internet, incappando in contenuti dai quali, invece, dovrebbero essere tenuti lontani. In merito ai “contenuti per adulti”, non è proprio da persona adulta masturbarsi o comunque divertirsi guardando roba hard-core, ma tant’è e va bene così. Lasciar vedere quella monnezza ai bambini, però, è davvero criminale.

La legge del mercato è inesorabile: più follower ha il bambino e più sale il suo valore. E più soldi intascano mamma e papà.

Sui social, i filmatini con protagonisti (a volte inconsapevoli) i bambini fanno tanti clic. Se ottengono un numero maggiore di “mi piace” i bambini o gli animali è questione retorica; è ovvio che sono i pet a richiamare più dei frugoletti; per cui aspettiamoci presto le versioni social di “Torna a casa Lassy“.

Quando un genitore (le mammine soprattutto) scopre che il figlioletto attira visualizzazioni come il miele le mosche, scatta la strategia commerciale. È ovvio che non è mai il bambino a contattare le aziende per proporsi. Problemi di carattere tecnico, giacché gestire una piattaforma non è facile, e di carattere legale, visto che il bambino non può firmare contratti, “obbligano” gli adulti ad occuparsi della faccenda. Uno studio dell’agenzia di comunicazione “Hotwire” (riportato da L’Eurispes.it) che ha analizzato il rapporto tra la “Generazione Alpha” (i nati tra il 2010 e il 2020) e la tecnologia è arrivato alla conclusione che il 12% dei bambini è influenzato dagli influencer conosciuti su internet. La pubblicità sugli altri media non ha molto successo con le nuove generazioni, mentre quella digitale va forte. Le principali partnership con i brand riguardano giocattoli, promozioni di cartoni animati e abbigliamento. Va detto che i bambini da parecchi anni influenzano i genitori per l’acquisto del cibo che hanno visto in tv. Oggi è il social a indirizzare gli acquisti.

Il mercato globale della pubblicità digitale per bambini (secondo PwC Kids Digital Media Report 2017) avrà un valore di 1,7 miliardi di dollari entro il 2021 (pari al 37% della spesa pubblicitaria totale per bambini). Nel mondo, ogni giorno più 170.000 bambini vanno online per la prima volta.

Sulla sezione italiana di superawesome.com, leggiamo che «SuperAwesome consente oltre 12 miliardi di transazioni digitali sicure e coinvolgenti per i bambini a livello globale ogni mese, aiutando i brand a far appassionare 3.2 milioni di bambini italiani in sicurezza». E ancora: «Siamo il leader globale nella categoria kidtech, aiutando i brands ad aumentare il loro engagement con le audience di minori di 16 anni».

I genitori sfruttano i bambini sui social per fare soldi e le aziende fanno profitti aiutando le aziende a far comprare i loro prodotti dai bambini.

È un altro momento di capovolgimento della realtà valida fino a pochi anni fa, quando il bambino capriccioso si beccava la sculacciata. Non soltanto oggi è proibito, quanto si fa di tutto per soddisfare il capriccio. Qualcuno ci guadagna, embè?

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