Una società di servi i quali invocano il diritto alla felicità

C’è stato un momento nel quale è scattata una corsa a rotta di collo, sicché oggi un anno vale quanto un intero secolo d’una volta. Non fai in tempo ad imparare ad usare un attrezzo che ne arriva uno nuovo che fa più cose in meno spazio. Lo sfalso, lo sfasamento, tra ciò che ti capita nella vita quotidiana e le novità tecnologiche è enorme, insopportabile per chiunque abbia coscienza di sé. Fortunatamente, la stragrande maggioranza delle persone non sa nemmeno chi l’ha create; è, in buona sostanza, inconsapevole, perciò non soffre della propria inadeguatezza e anzi va alla ricerca della felicità comprando il telefonino di ultima generazione e analoghe inutilità.

La regola è: ciascuno per sé. Punto e basta. Un quidam de populo, un poverocristo qualsiasi, è convinto che sarebbe un vip soltanto se avesse più soldi. Non sa niente di ciò che ha valore, ma sciorina i nomi dei giocatori della squadra del cuore e della nazionale, conosce tutti gli optional della nuova Bmw e segue i personaggi tv minuto per minuto. Litiga al bar a proposito di chi debba essere espulso dalla fattoria, dalla casa, dall’isola e da qualunque altro sito inventato per il teleutente boccone. A questo tizio non puoi dire niente: è talmente convinto di essere pari a chiunque altro che ne ricaveresti contumelie e vaffa.

Il divario tra ciò che si è e ciò che si ha a disposizione cresce di anno in anno. Se contiamo i prodotti usciti un mese fa, state pur certi che non sono nemmeno la metà di quelli che usciranno a dicembre. Mentre nella società reale (condizioni di lavoro, rapporti interpersonali, diritti civili…) non è cambiata una virgola, sugli scaffali dei megastores è cambiato tutto. La disumanizzazione in corso deriva anche da ciò. Nei rapporti umani, infatti, ciascuno si sente libero nei movimenti e nei sentimenti. Le coppie si scoppiano con facilità, i figli non si fanno perché sono una palla al piede e, quando si fanno, serve il soccorso di nonne, zie, babysitter e aiuti vari. Ciascuno si ripete: voglio stare bene, ho diritto alla felicità, non voglio problemi. Se devi indirizzare un vaffa ad un padre, non c’è problema. Un tempo erano soltanto i tossici che minacciavano l’anziano genitore per farsi dare i soldi per la dose, oggi è prassi nelle migliori famiglie.

Fuori dai rapporti interpersonali, invece, è tutta un’altra musica.

La donna autonoma, indipendente, che non-mi-faccio-mettere-i-piedi-in-testa-da-nessuno, cioè da mamma e papà o dal marito, si fa mettere le mani addosso dal principale. È vero che molte protestano e vanno in tv a denunciare, ma la maggior parte se ne sta zitta e, qualche volta, le piace pure. Sull’altro versante, il maschio orgoglioso e forte diventa un cagnolino tutto lingua leccante per tenersi il posto di lavoro. L’assistente universitario porta a passeggio il cane del professore titolare di cattedra. Quando non c’è un cane da spupazzare, ride di cuore ad ogni fregnaccia del prof. Insomma, fa di tutto per acquisirne la benevolenza. Ovviamente, nessun assistente è disposto ad ammettere che le prime tappe della carriera accademica sono alquanto umilianti.

Nessuno vuole ammettere che sul posto di lavoro è un autentico schiavo, è alla mercé del padrone-direttore-capufficio… Le leggi a tutela del lavoratore sono molte e funzionano sui grandi numeri ma ci sono sempre prevaricazioni e prepotenze che restano impunite.

La realtà è che tutti dichiarano di essere padroni delle loro vite soltanto perché a casa sbattono le porte. Fuori di casa vivono, purtroppo, una vita di continue sottomissioni.

Anche sul versante consumi la non-autonomia della maggioranza diventa una triste dipendenza. Non è più sufficiente andare a vedere l’ultimo film di Pinco Palla, si deve assolutamente andare alla prima. Le lunghe file per l’acquisto del nuovissimo marchingegno elettronico testimoniano di questa dipendenza. Secondi nella vita, e primi nei consumi. Ma che bello!

 

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