Museo americano delle statue che sono un insulto alla libertà e alla democrazia.

Il sogno non vince se è strumento per sfruttare il militante

La gente è pigra per la massima parte. Resterebbe attaccata alle vecchie abitudini se una martellante pubblicità commerciale non esaltasse il “nuovo” come fosse un passaporto per il paradiso. I “creativi”, anche quelli prestati alla politica per lanciare sigle e uomini “nuovi”, stanno attenti a non rompere l’equilibrio tra ciò che la gente crede e spera e il prodotto “nuovo” da vendere. È un continuo rimpallo dalle vecchie superstizioni alle nuove (che si solito sono quelle vecchie travestite, come il millenarismo ambientalista). La gamma delle offerte è a 360 gradi: il messaggio è articolato in modo da costruire una artificiale coincidenza con le tendenze già presenti (in quanto promosse in passato) e con le simpatie diffuse (a volte perfino spontanee).

Da tempo è stata acclarata la sostanziale differenza di un messaggio elaborato da professionisti della comunicazione con quello improvvisato da scribacchini. Inutile tentare di cogliere il bersaglio affidandosi a improvvisati “mediatori” sia pure volenterosi e appassionati. Una campagna mirata ad introdurre un prodotto qualunque esso sia acquista la forza di penetrazione decisiva soltanto quando l’infotainment, cioè l’informazione-intrattenimento propinata soprattutto dalla televisione, conferma quel prodotto. Un esempio: la legge che contempla il femminicidio è “santificata” quotidianamente da fatti di cronaca. Nessuno oggi ignora il termine “femminicidio” e se per ribadirlo si fa qualche forzatura, diciamo così, essa è legittimata dalla nobiltà della causa. Se un disperato uccide la donna e si suicida, il fatto è classificato come femminicidio e viene così riconosciuto nell’immaginario collettivo. Ancora: se nel corso di una rapina, il delinquente spara e ammazza anche una donna, le altre vittime scompaiono a fronte del terribile femminicidio. Oggi nessuno mette in dubbio che quella legge sia stato un grande atto di civiltà.

L’uomo della strada si convince, giorno dopo giorno, che è giusto aver vietato di discutere di certi argomenti e che è altrettanto giusta la fede imposta su altri argomenti. I ragazzini, protagonisti e vittime dei social, della comunicazione pubblicitaria, dell’infotainment e del passaparola messo a punto da specialisti, trovano naturali certi divieti e certi obblighi. La loro dialettica democratica si manifesta nel gradimento di un cantante invece di un altro, di un tatuaggio, di un tipo di hamburger… in sintesi: tutto ciò che fanno e dicono, che mangiano e bevono, che sognano e disprezzano è il frutto dell’educazione impartita dalla “cultura dominante” (locuzione sbrigativa, ma qui non c’è spazio per una digressione necessariamente lunga).

Il saccheggio di questa repubblica è legato alla rimozione di vecchi “pregiudizi”, tipo il matrimonio di una donna con un uomo, e non ha trovato oppositori grazie al compromesso (a volte definito addirittura “storico”) tra i saccheggiatori delle diverse parti in commedia. Se una “rivoluzione conservatrice” rimetterà l’anormale nella casella dell’innaturale e il normale in quella del naturale, non sarà grazie a milioni di iscritti in un partito, ma ad una minoranza capace di strappare il velo dell’impostura dagli occhi della gente.

Quando la popolarità, la forza e la tradizione marciano insieme, nasce un’autorità incrollabile alla quale applaudirà quella stessa maggioranza che non fa grandi sogni e si accontenta di immaginarsi gaudente sotto il solo caraibico su una barca accessoriata di splendide modelle.

Il proposito di fare la rivoluzione non si alimenta di numeri ma di sogni. Ciò che sembra impossibile è tale soltanto per i cuori pavidi e per le menti razionali. Giulio Andreotti, amico dei Palestinesi e per questo punito con l’accusa di essere un mafioso, fu per sei anni (dal 1983 al 1989) anche ministro degli Esteri sicché tutti accettarono la sua “profezia” secondo la quale la riunificazione della Germania era di là da venire. Lasciò la Farnesina a luglio dell’89. Dopo pochi mesi (a novembre) vedemmo la caduta del Muro di Berlino. A fronte delle analisi razionali, c’era la forte volontà tedesca (nella parte occidentale scritta nella Costituzione e in quella orientale sognata in segreto) di ricomporre la Germania.

I numeri e il raziocinio sono strumenti indispensabili ma la loro “autonomia” finisce dove comincia la forza del sogno. Un movimento che coltivi un sogno deve contare, più che sulla propaganda, sull’organizzazione. Puntare al reclutamento dei membri attivi fra simpatizzanti e aderenti: questo consente di alimentare il sogno e, a volte, di realizzarlo. I più alti ideali corrispondono sempre ad una profonda necessità della vita. L’associazione dell’assoluta autorità con una responsabilità assoluta è la via maestra per generare i dirigenti che servono.

Altri sistemi, fondati su compromessi sovente impastati di capricci e/o di velleità personalistiche, vanno bene per vivere nel ghetto o al massimo in tribù. Il sogno, pertanto, è uno specchietto per i fessacchiotti che si fanno spremere e sfruttare.

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