Evacuata la classe dirigente afghana, si punta sul burqa

Con il massacro di 10 civili, dei quali 7 bambini, è terminato il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan. A Kabul hanno festeggiato la liberazione, ma i vertici talebani sanno che la guerra non è finita. Dovranno affrontare un nemico molto più insidioso: la propaganda demonizzante. È sufficiente seguire i media italiani a caccia soprattutto di donne disperate per avere un’idea della poderosa macchina internazionale messa in moto per favorire il caos. Gli “esperti” già raccontano di lotte intestine e spaccature nella dirigenza talebana. Sottolineano le difficoltà di costituire un governo. Ingigantiscono le manifestazioni di protesta. Una distorsione simile l’avremmo qui, se i media raccontassero che i manifestanti anti-passaporto sanitario fossero la voce dell’Italia intera. I “commentatori” alleati degli…alleati fanno finta di ignorare che i Talebani hanno ripreso villaggi e città sotto i continui attacchi aerei a stelle e strisce mentre le popolazioni aprivano le porte e l’esercito afghano si squagliava come un ghiacciolo al sole.

La vittoria talebana non è definitiva. Oltre alla demonizzazione internazionale, al “sostegno” fornito al dissenso interno, agli “aiuti” distribuiti a piene mani ai gruppi “moderati” afghani, c’è un altro dato che ostacola una tranquilla gestione della vittoria militare. L’Afghanistan è stato privato della classe dirigente. I media esultano perché duecentomila afghani sono stati evacuati e premono affinché l’evacuazione continui ad oltranza. Circa mezzo milione ha attraversato le frontiere. Ovviamente parlano di donne e bambini messi in salvo e non fanno alcun cenno agli uomini messi in salvo con loro.

Chi sono questi evacuati? contadini? camerieri? autisti di piazza? Sono avvocati, dirigenti industriali, alti ufficiali, funzionari ministeriali, professori… è stata la classe dirigente afghana ad essere evacuata. Lo stato attuale in quel Paese è paragonabile all’8 settembre del 1943 in Italia. Ci fu la resa senza condizioni (ipocritamente chiamata “armistizio”) con relativo fuggi fuggi e con conseguenze che impazzano ancora oggi. In Afghanistan, la presa di Kabul ha segnato lo sbriciolamento degli apparati statali. I Talebani dovranno rapidamente colmare i vuoti nella pubblica amministrazione, nell’esercito e negli ospedali (dove la fuga dei medici ha consentito, comunque, che dottoresse ed infermiere restassero ai loro posti). Dovranno riorganizzare la vita civile non potendo, per di più, contare sull’oro afghano depositato, guarda caso, nei forzieri Usa. Dovranno sfamare circa 14 milioni di persone (un terzo dell’intero popolo afghano) che non hanno di che vivere. Quale sarà il costo degli “aiuti umanitari”? Una domanda che non si fa.

Le domande solite che fanno gli operatori della disinformazione riguardano le donne. Una ricorre particolarmente: i burqa. Lo scafandro che ricopre la donna dalla testa ai piedi è il segno tangibile della barbarie talebana e il ritorno nelle strade dei burqa sarebbe l’immagine più adatta a sollevare l’indignazione della cosiddetta pubblica opinione. Perfino gli operatori di “Medici senza frontiere” hanno dovuto dichiarare che non c’è stato il ritorno del burqa, ma una loro operatrice ha specificato: è ancora presto, c’è confusione, dovremo aspettare.

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