Campo profughi in Sudan

ETIOPIA. La guerra incrudelisce ma i riflettori sono su Kabul

In Etiopia sono stati fermati gli aiuti umanitari. Niente più arriva per i civili stretti tra la guerra e la fame. I riflettori del mondo non illuminano nemmeno di sfuggita la tragedia etiopica. Gli attacchi e i contrattacchi in Afghanistan calamitano l’attenzione dei media internazionali e, in Italia, abbiamo due flussi continui di notizie: uno è per i Talebani sporchi e cattivi, l’altro per i vari trucchi inventati dai governativi per imporre la vaccinazione senza… imporla.

Il capo dello Stato è in altalena, perfino lui, tra un appello per il vaccino e uno per gli afghani. Sergio Mattarella, vecchio democristiano avvezzo a non dire mai alcunché di nuovo, per l’Afghanistan è stato insperatamente originale: ha chiesto la costituzione di una forza armata europea (progetto non nuovo ma mai bastantemente sponsorizzato).

Secondo l’Onu, sono almeno due milioni gli sfollati a causa del conflitto scoppiato il 2 novembre dell’anno scorso tra il governo di Addis Abeba, guidato da Abiy Ahmed Ali, e il Tplf, Fronte di Liberazione del Tigrai. Circa 4 milioni e mezzo di persone saranno presto ridotti alla fame senza gli aiuti umanitari. Per i minori abbandonati, al rischio di morte per fame si somma quello di subire abusi sessuali e di essere schiavizzati.

A fine giugno c’era stato un cessate-il-fuoco, ma la guerra è ripresa con più virulenza di prima. Difficile fare la conta per stabilire se sono più crudeli i guerriglieri oppure le truppe governative. Nel caos generale, operano anche bande criminali “indipendenti”. Nella Repubblica Federale Democratica d’Etiopia, vivono circa centodieci milioni di persone che parlano l’amarico (imposta come lingua ufficiale), il somalo, l’oromo e il tigrino, e un’altra novantina di lingue. L’identità tribale è molto forte per cui scontri locali e conflitti con il governo centrale sono “normali” (ETIOPIA/USA. Anche i Nobel per la Pace fanno le guerre).

A chiedere la sospensione dei combattimenti sono i vescovi eritrei ed etiopici, il Secam (Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar), il Consiglio mondiale delle Chiese e l’Amecea, Associazione delle Conferenze episcopali dell’Africa orientale, che riunisce i vescovi di Eritrea, Etiopia, Kenya, Malawi, Sudan Sud Sudan, Tanzania, Uganda e Zambia. Sullo sfondo c’è l’ipotesi che la guerra si possa estendere ad altri Paesi del Corno d’Africa (La diga dell’Etiopia sul Nilo e la guerra dell’acqua).

Non risulta che analogo appello alla pace sia arrivato dal G20 Compact with Africa (CwA), attualmente co-presieduto da Germania e Sudafrica. Nel CwA c’è anche l’Etiopia oltre che Egitto, Tunisia, Marocco, Ruanda, Senegal, Togo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Ghana e Guinea. La scorsa settimana ha preso la parola pure il presidente del Consiglio Mario Draghi, il quale s’è vestito da piazzista di medicinali ed ha sollecitato la distribuzione di vaccini anti-Covid. Anche i rappresentanti dell’Unione europea, dell’Unione africana, del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e della Banca africana di sviluppo hanno ignorato la tragedia etiopica.

È pleonastico parlare di finanziare lo sviluppo dei Paesi africani senza mettere in piedi alcun strumento per imporre quelli in guerra a deporre le armi e trovare soluzioni pacifiche ai conflitti. Il deus ex machina Draghi come pensa di distribuire vaccini nel Tigray? Non ci pensa proprio. È questo il dramma.

 

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