Il drone MQ-9-Reaper

RAID USA. Uccisa una “mente”. Non c’era un “braccio destro”

Non c’è ancora un terribile spietato inafferrabile capo da eliminare. Alla testa dell’Isis-K non c’è un Osama bin Laden. Giacché non c’è un capo, non ci sono nemmeno “bracci destri” da tagliare. Adesso tocca titolare “uccisa una mente”, che fa senz’altro meno effetto di “colpito il braccio destro di…”. Nell’attesa che confezionino un astutissimo nonché feroce leader cui dare la caccia, i raid “antiterroristici” colpiranno le “menti”. I media Usa scrivono più onestamente che è stato ucciso un membro dell’Isis-K (AP: “US airstrike targets Islamic State member in Afghanistan“).

La BBC parla di “the suspect member…” e scrive (a differenza, per esempio, dell’ANSA) che il fatto è successo nella provincia di Nangarhar.

In Italia, la notizia del drone (un Predator 2, meglio conosciuto come MQ-9 Reaper) che ha colpito una “mente” del gruppetto Isis-K ha più buchi di un colabrodo. È vero che Washington non ha dato molti particolari, ma lo scopo dell’operazione era rispondere subito alla voglia di vendetta degli americani per l’uccisione dei loro marines. Scovare le informazioni è compito dei cronisti (da noi, fatte poche eccezioni, il cronista pubblica il comunicato o la velina) e i media statunitensi indagano per pubblicare i particolari su questo primo safari.

La caccia all’uomo appartiene alla cultura profonda americana, fa parte del tessuto connettivo di quelle popolazioni, è una pratica perfezionata durante la caccia all’indiano, allo schiavo fuggitivo, all’evaso dal penitenziario. Tutti si appassionano alla caccia. Quando i marines sbarcarono in Afghanistan per stanare i terroristi, il consenso fu unanime. Poi, anno dopo anno, è andato scemando ed un brutto giorno l’americano s’è chiesto “ma che ci stiamo a fare laggiù?” e ha cominciato a chiedere il ritiro delle truppe (e la fine delle relative spese). Ma non tutti sono dell’idea di lasciare l’Afghanistan agli Afghani. I morti di Kabul fanno sperare in un felice rinnovo della “missione”.

Intanto, il bombardamento mediante un drone è stato un bell’inizio. Per saperne qualcosa in più, oltre all’uccisione di una mente, è inutile spulciare l’informazione di casa nostra. Dicono che il drone è partito da qualche parte in Medioriente. Guardando la mappa avrebbero potuto fare almeno due ipotesi: il Qatar o una portaerei nel Golfo Persico. Per quanto riguarda il tipo di drone, avrebbero potuto scrivere almeno che si trattava di un “Reaper“.

MOAB, battezzata affettuosamente “la madre di tutte le bombe”

E molto avrebbero potuto dire sulla zona dell’operazione. Per esempio, ricordare che il 13 aprile del 2017 quell’area fu bombardata usando una bomba a guida satellitare, la MOAB (Massive Ordnance Air Blast, sigla tecnica: GBU-43/B, ma è chiamata più affettuosamente “la madre di tutte le bombe“) del peso di 10 tonnellate in grado di distruggere bunker e gallerie. La provincia di Nangarhar è da anni nota agli Usa come base dell’Isis-K e perciò si può dire che ne conoscano ogni metro quadrato. La scelta di dare inizio alla vendetta colpendo qualcuno in quell’area era in qualche modo naturale.

L’utilizzo del “Reaper” ha confermato che i droni sono oggi un’arma di grande efficacia: la vera eredità dell’Afghanistan sta nell’uso massiccio dei droni.

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