E Franco Papitto sequestrò una camionetta della polizia

Franco Papitto è morto. L’avevo sentito al telefono da poco e ci eravamo ripromessi di vederci. Lui, calabrese, era tornato a casa sua e io abito da sei anni in Calabria. Le cose si rimandano pensando di avere tempo. Ma il tempo se ne va per conto suo e i progetti, anche i più fessi, restano appesi all’albero del mai.

Franco l’avevo conosciuto nei giorni di “Valle Giulia”. Era un personaggio conosciutissimo negli ambienti di destra e fuori. Grande organizzatore e, soprattutto, capace di far coincidere l’attività da extraparlamentare con gli obiettivi professionali. Durante l’occupazione di Giurisprudenza alla Sapienza, s’inventò un’agenzia di stampa (“Univerpress“) che informava giorno per giorno su ciò che accadeva all’interno dell’Università occupata. Dava anche notizie di altri atenei. Ricordo quando lanciò lo scandalo del professor Francesco Cossiga che mandava l’aereo militare a Sassari per farsi portare gli statini degli studenti. Era docente in Sardegna e sottosegretario alla Difesa a Roma. L’Università fu costretta a sospenderlo perché la notizia s’era diffusa in un attimo. “Univerpress” fu per Franco anche il biglietto di ingresso nel mondo del giornalismo. Finiti i giorni della “rivoluzione” fu assunto in un quotidiano (“il Fiorino“) dove già lavorava Giano Accame. Anch’io, dopo le nottate a ciclostilare l’agenzia, feci un passo in quel mondo: fui assunto come correttore di bozze.

Papitto, durante un carosello di polizia, balzò su una camionetta proclamando: «Questa la sequestriamo noi». Il poliziotto alla guida accelerò e lui fu costretto a lanciarsi. Il commento ci fece sbellicare: «E mò mia madre mi massacra che ho rotto i pantaloni nuovi». Erano tempi straordinari. Ce ne rendevamo conto e fra di noi si sprecavano le battute tipo: l’altra sera con il corteo contro Nixon abbiamo fatto tremare gli Stati Uniti.

La goliardia, morta ammazzata dal Sessantotto, sopravviveva mescolata alla “rivoluzione”. Fu l’elemento distintivo del Movimento Studentesco di Giurisprudenza. I compagni si prendevano troppo sul serio (brutta cosa per chi non conta una mazza) e non capivano la nostra allegra indifferenza anche quando ci scontravamo con polizia e carabinieri. Farsi beffe delle guardie ci dava soddisfazione. Ai nuovi arrivati raccontavamo di quando avevamo incendiato con il fosforo l’acqua della vasca centrale guardata dalla Minerva e degli appelli dell’allora vicequestore (non faccio il nome perché è morto e sarebbe indelicato): aiuto, l’acqua brucia! e i pompieri convinti che fosse uno scherzo.

Franco trovò un forte aggancio e riuscì ad entrare nel quotidiano di Eugenio Scalfari. I compagni – che sono peggio dei domenicani difensori della Cattedra di Pietro – lo costrinsero ad una pubblica riunione di redazione nella quale dovette sconfessare il passato e pentirsi. Franco, spedito a Bruxelles, diventò in breve un leader in quella comunità vociante e scombinata di corrispondenti e inviati. Lo ricordo, al Parlamento europeo, stravaccato in poltrona con intorno una corte di discepoli.

Ero uno dei partecipanti italiani (selezionati dal beneamato Gino Falleri) ad un breve corso di aggiornamento del “Centro europeo di giornalismo” e fu durante una visita guidata all’europarlamento che vidi Franco. Gli passai accanto salutando con un “ciao, Cì” e continuando a camminare. Mi strillò dietro “Pucciooo!” e mi offrì un caffè. Ovviamente lo rifiutai, il caffè lì era una ciofega. Mi spinse verso il bancone del bar e ordinò due caffè. Il barista tirò fuori una moka per due tazze e ci servì un caffè degno della “Tazza d’oro“. Sono queste piccole cose che dimostrano il potere autentico, quello che non viene dai soldi o da una carica pubblica.

S’era sposato e aveva due figlie e quali erano i traguardi che gli avevano dato più soddisfazioni? «Ho preso la patente – mi rivelò orgoglioso – e ho imparato a nuotare».

Anni dopo, venne a Piazza del Gesù (lavoravo alla “Discussione“) per portarmi ad una cena tra vecchi compagni di lotta. Ci ritrovammo in cinque e lui scoprì che non avevo mai raccontato della notte che sfasciammo il posto di polizia alla Sapienza (io mi occupai di sradicare lavandino e tazza del cesso). Ho sempre pensato fosse inutile parlare di fatterelli in assenza di prescrizione.

Qualche mese fa, la telefonata. «Scusa Puccio, ho sbagliato numero». Decenni al Parlamento europeo ed era rimasto un paesano. Chiamarmi per organizzare un incontro sarebbe stato poco dignitoso. Meglio fingere di aver sbagliato. «Per non sprecare la telefonata – disse con quella inconfondibile voce pacata che prendeva sonorità crescenti alle assemblee – approfittiamone per prendere l’impegno di rivederci».

Su Franco Papitto si potrebbe scrivere un libro. I capitoli dell’attività politica giovanile farebbero da pendants alla carriera professionale.

Qualcuno mi raccontò che, tornato al paese, Franco aveva provato a lanciare un paio di progetti e che i compaesani l’avevano fermato con “chi ti credi di essere? te ne sei andato e mò che vuoi?“. Per alcuni di noi, la morte è senz’altro il male minore.

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