Mussolini con un gruppo di dirigenti dei Fasci femminili

FASCISMO. La legge per la tutela delle lavoratrici-madri

Per il comportamento delle aziende nei confronti delle donne lavoratrici in stato di gravidanza, una legge fondamentale fu quella varata il 2 luglio del 1929. Guardando l’iter di questa legge, si resta stupefatti. Si dice che il Fascismo obbligasse il Re e il Parlamento a fare ciò che comandava, per cui non c’è da meravigliarsi se in quegli anni tutto procedesse di corsa: impianti industriali, bonifiche, strade, ferrovie, nuove città e via costruendo. Non c’era la libertà di occupare, protestare, rallentare, vietare e tutto filava liscio. Che in genere fosse un bene o un male, non è il tema. Che la legge per “la tutela delle operaie ed impiegate durante lo stato di gravidanza e di puerperio” fosse stata una benedizione per le donne, non c’è dubbio.

Il primo passo fu il decreto-legge del 13 maggio 1929. Il 12 marzo 1930, alla Camera, il deputato Dino Alfieri, sottosegretario di Stato per le corporazioni, ripose all’interrogazione presentata il 6 marzo precedente dal deputato Piero Capoferri sul decreto-legge. Il testo (lo copiamo dal sito della Camera dei deputati) era asciutto e breve. Eccolo: «Il sottoscritto chiede di interrogare il ministro delle corporazioni per sapere se esistano difficoltà che ostacolino la emanazione delle norme di attuazione per la entrata in vigore del decreto-legge 13 maggio 1929, n. 850, intitolato “Disposizioni per la tutela delle operaie e impiegate durante lo stato di gravidanza e di puerperio”».

Per una veloce comparazione, si legga una qualsiasi interrogazione degli odierni deputati: democrazia significa anche usare mille parole quando ne bastano dieci.

Alfieri rassicurava «l’onorevole camerata che non sussistono difficoltà di principio o di ordine pregiudiziale per la emanazione delle norme di attuazione al citato decreto-legge, norme che consentiranno di applicare in concreto le provvidenze introdotte a tutela delle donne impiegate e operaie che si trovano in condizioni di gravidanza». E spiegava che «per rendere efficienti le difese che il Governo ha voluto apprestare alle lavoratrici madri, nelle sue superiori finalità sociali e umanitarie, occorre regolare le interferenze con le altre leggi preesistenti a tutela del lavoro, e tale compito – come è giustificabile – richiede tempo e studi assidui».

Anche a quei tempi si rispettavano le regole parlamentari: la differenza con l’oggi è la tempistica. Alfieri lamentava le «diversità di metodi riflettentesi nelle sparse disposizioni delle leggi a tutela del lavoro preesistenti al Fascismo, e rispecchianti concezioni ormai superate» nonché sottolineava «la necessità di determinare il suo campo di applicazione, precisando i concetti di azienda industriale e commerciale, in cui il decreto si applica, e deve essere applicato rigidamente, ed al concetto di azienda famigliare, esclusa dall’applicazione del decreto». Fatto l’elenco delle necessità tecnico-giuridiche, il ministro Alfieri dichiarava che le «norme saranno idonee a garantire i risultati delle provvidenze che il Governo Fascista ha voluto adottare a tutela delle lavoratrici madri. Agevolandole e sorreggendole nei momenti difficili del parto e del puerperio, creando intorno a loro quella atmosfera di sollecita solidarietà umana e nazionale per le vite nuove che esse dischiudono alla Patria…».

A giugno, dopo un mese quindi, «S. E. il Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, con nota in data 10 giugno 1929, n. 5536-1-1-26, ha presentato a S. E. il Presidente della Camera dei deputati il disegno di legge per la conversione in legge del decreto-legge 13 maggio 1929, n. 850». Dopo qualche settimana, è promulgata la legge 2 luglio 1929, n. 1289.

L’iter era stato di circa tre mesi. Senza l’interrogazione di Piero Capoferri (influente esponente sindacalista) forse sarebbe durato qualche settimana in più.

Le disposizioni erano precise e dettagliate (annessi c’erano anche i fac-simile delle dichiarazioni da compilare).

L’articolo 11 recitava: «La data presunta del parto indicata nel certificato di gravidanza fa fede, nonostante qualunque errore di previsione, agli effetti del divieto dell’impiego della donna durante il mese anteriore alla data stessa e agli effetti dell’obbligo della conservazione del posto».

L’articolo 16 oggi sarebbe illegale. Recitava infatti: «L’aborto spontaneo e quello terapeutico, escluso l’aborto procurato, sono considerati, in qualunque periodo della gravidanza avvengano, come malattia prodotta dallo stato di gravidanza, agli effetti della conservazione del posto».

In quegli anni, sarebbe stato inutile per il datore di lavoro costringere la donna a firmare la lettera di dimissioni al momento dell’assunzione in modo da poterla licenziare in caso di gravidanza. L’altro aspetto orribile del Fascismo era l’inesorabile punizione di chi non rispettava la tutela delle donne lavoratrici e madri. Una tutela soltanto in parte di origine sindacale. La causa prima era la difesa della razza e questo è oggi assolutamente illegale.

 

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