Una vecchia cartolina con il monumento a Niccolò Tommaseo eretto a Sebenico e poi abbattuto dai comunisti jugoslavi

TOMMASEO. L’Italia verso la sudditanza allo straniero

«Se volete associazione e non sudditanza, ponete bene le condizioni; giacché la vostra debolezza, per grave che sia, non distrugge i vostri diritti, i diritti de’ figli vostri, non toglie gli altrui doveri». È ciò che disse Niccolò Tommaseo il 4 luglio del 1848 all’Assemblea di Venezia. In quei giorni la neonata Repubblica di San Marco dibatteva la questione della fusione con il Piemonte. Le truppe austriache si preparavano a rioccupare la città e molti vedevano la salvezza soltanto nell’intervento militare del Regno di Sardegna.

Per secoli, le diverse comunità italiane in guerra tra di loro avevano invocato l’intervento di francesi, spagnoli, tedeschi… ma gli stranieri tendevano a rimanere e diventava difficile sloggiarli. In quel fatidico 1848, si ripeteva lo schema al fine di scacciare gli austriaci, ma Tommaseo ricordava che «il Piemonte finora è poco noto al rimanente di Italia; eh’ anzi, non molti anni fa, si reputava esso stesso non essere Italia».

Ma come? i sovrani che volevano l’Italia unita non erano patrioti come si studia a scuola? Tommaseo avvertiva che «…può il Piemonte altresì dalle altre parti d’Italia attingere un qualche bene, se voglia non assorbire l’Italia in sé, ma viemeglio italianarsi egli stesso».

Italianarsi“, che bel verbo. Un verbo rimasto ignoto ai Savoia, come oggi è ignoto perfino a coloro che si dicono “sovranisti”.

Nicolò Tommaseo era stato incarcerato a Venezia con l’accusa di “perturbazione della pubblica tranquillità” (oggi si dice “per aver turbato l’ordine pubblico“, ma la sostanza non cambia) perché con un discorso all’università aveva chiesto al governo austriaco di usare meno severità nella censura. Anche oggi vigono molte leggi di censura, ma pagano pegno soltanto gli “estremisti” perché gli altri si autocensurano. L’autocensura apre ricche carriere per i più abili e consente di vegetare in pace alla maggioranza pavida e incolta.

Quando Venezia insorse, Tommaseo fu scarcerato a furor di popolo insieme con Daniele Manin e altri. Fu eletto all’Assemblea legislativa (secondo dopo Manin) e fu ministro della Pubblica istruzione e ambasciatore in Francia per perorare la causa della Repubblica.

Quindici anni prima, aveva pubblicato a Firenze il “Nuovo dizionario de’ sinonimi della lingua italiana“, ma i suoi articoli sul giornale “Antologia” richiamarono l’attenzione della polizia per cui fu costretto a fuggire. Ovviamente il giornale venne chiuso.

Niccolò Tommaseo è più noto come linguista e scrittore che come patriota italiano e ciò si deve al fatto che vinse la linea di Manin per l’annessione al Regno di Sardegna. Nel teatro risorgimentale non siede tra i posti di prima fila, ma la sua lezione, sepolta dai Savoia e dai loro compagni di strada, oggi è più valida che mai.

Era nato a Sebenico, per qualche secolo città della Serenissima, passata sotto il dominio austroungarico e poi sotto il regime comunista di Tito. Oggi appartiene alla Repubblica di Croazia. Nel 1848, pertanto, Tommaseo era un suddito dell’Imperatore Francesco Giuseppe. Era, per la legge, un ribelle. I sudditi dell’Impero austroungarico erano in genere felici di obbedire alle leggi di Vienna. Perfino l’Ungheria era fedele. È sempre così: le popolazioni tendono a vivere accettando le condizioni date, mentre poche “teste calde” si ribellano e si sforzano di spiegare alle masse perché è più giusto disobbedire che obbedire. Quando Manin firmò la resa, Tommaseo fuggì a Corfù, isola del Regno di Grecia (protettorato britannico), dove scrisse saggi che invitavano il Papa Re a rinunciare al potere temporale.

Tornando a quel giorno di 173 anni fa,  Tommaseo suggeriva che la Repubblica di San Marco dovesse chiedere «che in vincoli di confederazione s’unisca il Piemonte all’altre regioni d’Italia; che una dieta istituiscasi in Roma, nella qual dieta ragionare de’ comuni diritti e doveri. Sarà questo l’indizio delle fraterne volontà del Piemonte, se tra il mezzogiorno e il settentrione d’Italia si stringeranno per opera sua patti di concordia generosa». Un’indicazione che, se fosse stata seguita, avrebbe evitato al Sud di essere la parte zoppa dello stivale.

«Bisogna – diceva Tommaseo – che il settentrione di Italia s’inchini al mezzogiorno laddove il mezzogiorno prevale per civiltà più antica e per italianità più profonda: bisogna che ogni privilegio di nascita o di titolo sia rotto ormai come un giogo». L’autonomia delle singole parti sarebbe stata la chiave: «Gli bisogna a ciascuna provincia lasciare che, salva l’unità, si governi, quanto può, da se stessa; che le facoltà, le forze, i vantaggi sieno per tutte le parti in modo equabile distribuiti».

Il Risorgimento, cioè il tempo nel quale si fece l’Italia (per fare gli Italiani ancora ce ne vuole, partite di pallone a parte), finì con l’occupazione militare piemontese. Un’Italia costruita, invece, sulle autonomie sarebbe stata possibile? Fermo restando che “con i se e con i ma la storia non si fa”, ripescare testimonianze e indicazioni tra i patrioti d’allora potrebbe sollecitare un pensiero utile alla rifondazione dell’Italia. Non c’è dubbio che questa fallimentare repubblica abbia vissuto la sua stagione. Inventare governi tecnici, dare il potere a questo o a quell’autocrate, vellicare con provvedimenti “nobili” la parte “apolide”, quella che importa parole d’ordine dall’estero, condannare idee e opinioni non accettate dalla egemone “nobiltà apolide” e, infine, operare continui interventi ricostruttivi copiati dalla chirurgia estetica servono soltanto a ritardare la caduta definitiva.

Rileggere i “risorgimentali” che credevano all’Italia senza sottomettersi alla dinastia che governava il Piemonte è azione che addestra a guardare indietro per meglio procedere in avanti. Ci vuole l’occhio lungo. È chiaro che se guardiamo all’onnipotenza delle forze di polizia, all’insipienza della popolazione, dovuta in gran parte all’ignoranza, nonché alla servitù imposta dagli “alleati” dopo la sconfitta militare, non individuiamo alcuna via “risorgimentale”. Sono catene a prima vista impossibili da spezzare. Ecco perché dobbiamo imparare ad esercitare l’occhio. Trovare gli anelli deboli e lì concentrare gli sforzi. Tutti uniti, sennò non s’arriva a niente.

 

 

 

 

 

 

 

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