Lo squalo: «Facciamo a mezzi, se lo fai tuffare»

GIUSTIZIA La riforma Cartabia scalfisce il Potere delle toghe

La riforma Cartabia non prevede soltanto che i processi durino massimo due anni in Appello, eppure è su questo punto che piovono le bombe dell’aviazione con l’emblema mediatico-giudiziario. Vengono chiamati a raccolta i bravi cittadini perché è impossibile per le Corti di Appello, gravate di processi arretrati, chiudere i procedimenti in due anni; e questo significa mettere in libertà mafiosi e bancarottieri (e salvare definitivamente il solito Berlusconi).

La durata dei processi in Appello, però, non è la sola novità. Ci sono altri punti che scalfiscono il potere delle toghe.Un capitolo, per esempio, prevede che il Pm (Pubblico ministero) potrà richiedere il rinvio a giudizio dell’indagato quando gli elementi acquisiti consentano una ragionevole previsione di condanna.

Addio, perciò, alle inchieste che danno popolarità al magistrato anche se girano a vuoto.

In un altro puntp si prevede che la celebrazione dell’udienza preliminare sarà limitata a reati di peculiare gravità e ci sarà la sentenza di non luogo a procedere quando gli elementi acquisiti non consentano una ragionevole previsione di condanna.

Al massimo qualche titolone e poi la faccenda finisce: le toghe soffriranno irrimediabilmente di coitus interruptus.

Citiamo qui soltanto due articoli (per chi fosse interessato a conoscerli tutti (https://documenti.camera.it/Leg18/Dossier/Pdf/NC0093.Pdf).

L’articolo 3 detta princìpi e criteri direttivi volti a riformare alcuni profili della disciplina in materia di durata delle indagini preliminari, rimodulandone i termini in funzione della gravità dei reati, in materia di fase conclusiva delle indagini, con la finalità di evitare la stasi del processo e garantire maggiormente tanto gli indagati quanto la parte offesa dal reato, e in materia di criteri decisori per la sentenza di non luogo a procedere al termine dell’udienza preliminare.

L’articolo 12 dispone che il legislatore delegato sia tenuto ad introdurre termini di durata del processo penale, che il CSM potrà modificare – in relazione alle specificità di ciascun ufficio giudiziario – con cadenza biennale. I singoli magistrati dovranno adottare misure organizzative del proprio lavoro tali da assicurare la definizione dei processi penali nel rispetto di tali termini; la mancata adozione di tali misure (e non il mancato rispetto dei termini), se imputabile a negligenza inescusabile, potrà rilevare a titolo di responsabilità disciplinare.

Ahi! ahi! qui per la toga sono dolori: responsabilità? Ma siamo diventati pazzi. Questo articolo costringerebbe il Consiglio superiore della magistratura a fare davvero da castigamatti.

Sta di fatto che la ministra della Giustizia e il governo Draghi, che ha varato il provvedimento, hanno scelto un approccio leggero di riforma in modo da dimostrare all’Europa che l’Italia sta facendo davvero le riforme, e far vedere alla magistratura che la sua struttura di potere non viene toccata. Ma se è facile accontentare l’Ue è difficile, anzi impossibile, avere l’appoggio di un Potere che non riconosce altri che sé stesso.

Una riforma della Giustizia, perfino una mini-riforma come quella stilata dall’attuale Guardasigilli Marta Cartabia, sta scatenando un rabbioso fuoco di opposizione. Come mai l’Ordine giudiziario in Italia è un tabù? La risposta è semplice: l’Ordine (sancito dalla Costituzione) è diventato un Potere, anzi, il Potere, in quanto l’economico e il politico sono da tempo Poteri soggetti ai magistrati. Ti candidi a ministro e non piaci a qualche consorteria di toghe? Scatta un’indagine sulla tua colf, su tuo suocero, sui rapporti che hai avuto alle elementari con una compagna di classe… anche se tutto finisce in una bolla di sapone (come accade 99 volte su 100) la tua candidatura è bella che sepolta. Vuoi ampliare l’attività e ti guadagni un appalto all’estero, ma sei inviso a uno dei partiti dei magistrati (loro le chiamano correnti, ma funzionano come partiti)? Un’accusa di aver distribuito bustarelle non te la leva nessuno. Inutile spiegare che in alcuni Paesi la bustarella (bakscisch, la mancia) è costume tradizionale e devi adeguarti se vuoi concorrere con gli altri in condizioni di parità.

Il Potere giudiziario si fonda su un ineccepibile obbiettivo: punire i colpevoli senza fare eccezioni. Sulla base di questo nobile scopo, però, i magistrati hanno costruito (da Tangentopoli in poi) una fortezza inattaccabile sempre e comunque.

Se il Parlamento vara una legge che minimamente sfiori il loro potere, i magistrati vanno in televisione a protestare perché -accusano – è un dispositivo che favorisce i criminali. Si rifiutano in aula di applicare le nuove norme. Trovano il modo di eludere le disposizioni. Alla fine, vincono e l’ex Potere politico deve fare marcia indietro.

Fermo restando che una vera riforma della Giustizia sarebbe la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti, per cui chi fa il pubblico ministero oggi non può domani fare il giudice e viceversa, tutte le mini-riforme vengono affossate con l’accusa di favorire i criminali.

L’Italia avrà mai una Giustizia Giusta? Al momento, manco a pensarci. Se c’è una responsabilità per la quale non ci sono attenuanti è quella di Silvio Berlusconi che ha preferito fare leggine a proprio beneficio piuttosto che una riforma che l’avrebbe consegnato alla Storia. Si è guadagnato l’odio dei magistrati e della stampa sempre pronta ai golpe mediatico-giudiziario, esclusivamente per tirarsi d’impaccio in singoli casi. A tutt’oggi, è sotto processo e di certo rimpiange di non aver ben valutata la miopia dei diretti collaboratori (e degli avvocati) e di non aver varato una campagna sulla separazione delle carriere, nell’ambito di una complessiva riforma della giustizia (nella quale avrebbero potuto trovare posto anche un paio di commi a suo proprio vantaggio).

Ma questo è ieri. Al presente, c’è ancora lui. Basta scorrere le pagine dei giornali che hanno il filo diretto con alcuni partiti della magistratura per leggere che la riforma della prescrizione consentirebbe ancora più che nel passato a Berlusconi di farla franca. Il pubblico inorridito strilla: in galera, in galera lo vogliamo vedere.

L’ex Cavaliere dovrebbe pagare qualcuno che registri quante volte il suo nome sarà tirato in ballo sui media e in Parlamento a proposito della riforma Cartabia.

 

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close